Excerpt for Tre gatti e una collina by Gabriele Seppi, available in its entirety at Smashwords

Tre gatti e una collina

Una storia irrealistica che nulla ha a che fare con il titolo.


Gabriele Seppi

Smashwords Edition

Copyright 2011 Gabriele Seppi



Smashwords Edition, License Notes

Thank you for downloading this free ebook. You are welcome to share it with your friends. This book may be reproduced, copied and distributed for non-commercial purposes, provided the book remains in its complete original form. If you enjoyed this book, please return to Smashwords.com to discover other works by this author. Thank you for your support.


Sento chiedere insistentemente qualche frase importante di qualche persona importante riguardo questo libro? Eccone tre, fresche fresche di invenzione!


Un'idiozia dalle proporzioni gigantesche.

Qualcuno


Qualcosa che poteva essere tranquillamente evitato.

Qualcun altro


Un delirio assurdo, messo per iscritto.

Anonimo






Indice

Parte Prima

Prologo

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Parte Seconda

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Capitolo 11

Capitolo 12

Capitolo 13

Capitolo 14

Capitolo 15

Note dell'autore

Ringraziamenti



Tratto da una storia vera. Pffff!



Parte Prima


Prologo


“... perché il valore intrinseco della mucca non può essere altro che quello!”

“Devo ammettere che non ne sono pienamente convinto...”

Due uomini, vestiti rigorosamente in nero, passeggiavano sulla spiaggia. Non erano agenti federali, e nemmeno gelatai. Erano dei semplicissimi boss mafiosi. E il loro scopo nella vita era... beh, più o meno fare i mafiosi, ma nemmeno loro ne erano certi. Sicuramente però si stavano recando al Più Grande Incontro Annuale di Boss Mafiosi, che si teneva su una spiaggia anonima di una città anonima di uno stato anonimo. O, meglio, un nome questi posti lo avevano, ma a nessuno importava.

C'era chi sosteneva che fare il Più Grande Incontro Annuale di Boss Mafiosi (ok, accorciamo, chiamiamolo PGIABM, che, ad una rapida occhiata, può molto lontanamente assomigliare alla parola pigiama, ma questo non c'entra assolutamente nulla...) non dovesse svolgersi su una spiaggia, per quanto anonima fosse, perché il rischio era troppo alto. Ma poi non veniva mai proposta una località migliore e nulla cambiava, se non il fatto che una certa quantità di ossigeno era stata sprecata per quelle discussioni.

“Sei sempre scettico!” rispose il primo boss.

“Ma, pensaci, mio caro amico. Come può una mucca volante avere un valore intrinseco come quello?” replicò l'altro.

In quel momento una mucca sfrecciò nella fresca aria mattutina. Il suo corpo sembrava bruciare, nel contrasto con il cielo rosso e il riflesso dal mare. Anzi, a guardare bene, la mucca stava effettivamente bruciando; forse era per quel motivo che sfrecciava a tale velocità, ben al di sopra dei limiti massimi consentiti. Alcuni si chiesero perché non si buttasse in acqua... In effetti, però, non sapendo respirare sott'acqua, non aveva alternative...

Fu proprio guardando quella scena, che il secondo boss credette di avere l'illuminazione, ma poi si rese conto che stava pensando ai gelati di suo cugino gelataio, vestito anche lui rigorosamente in nero.

Una leggenda narra che nel cammino verso il PGIABM ogni boss pensi o discuta con il compagno riguardo il vero valore delle mucche volanti. Solo chi ha il dono di giungere alla comprensione del vero segreto può diventare l'Eletto, il Boss Supremo, l'Irraggiungibile, il Magnifico, l'Inspodestabile, il Lui. In quest'impresa riuscirono in cinque; quattro di loro morirono alla conoscenza di tale verità, il quinto dalle risate.

“Ah, le mucche volanti...”

“Quanto hai ragione mio buon amico...”


Capitolo 1


Dolore. E tanto. Per il pensiero delle mucche volanti? Forse, ma improbabile. Il collo, la schiena, la testa, le gambe e le spalle dolevano. Le braccia no però. Un momento. Sì, anche quelle facevano male, anche più delle altre parti.

“Diamine che volo, amico!” disse una voce.

“Eh? Come?” disse un'altra. Aaron si rese conto che questa era la sua.

L'immagine del mondo che lo circondava era ancora sfuocata. Ma decisamente non assomigliava ad una spiaggia.

“Le mucche volano?” chiese Aaron.

“Hahaha! La botta ti ha dato alla testa? Il tuo cervello è annichilito? Haha!”

“Ah, bene, sono tornato alla realtà! Spiagge, boss mafiosi e mucche che volano. No, decisamente non legano...”

“Dai, amico, alzati in piedi; e cerca di riconnetterti con il mondo reale. Diavolo, lo sa anche un bambino appena nato che le mucche non volano. Lo fanno solo i cavalli verdi.”

Aaron si impegnò per rendere la sua espressione a metà tra l'idiota e l'incapace, con anche un tocco di disgusto, giusto lì all'angolo della bocca.

“Ok, va bene, signor perfettino! Anche gli aerei, i caccia militari, gli elicotteri, le persone sparate dai cannoni e... aspetta, ne manca uno... Ah, già, i cuccioli di cavallo verde!”

Evidentemente l'espressione non aveva sortito l'effetto sperato. Aaron si impegnò ancora di più per raggiungere quello stadio espressivo che più mostrava il suo stato psicologico in quel momento.

Ma non ci riuscì. E allora lasciò perdere.

“Che diavolo è successo?” chiese Aaron.

“Come? Non ricordi? Abbiamo sconfitto slime, troll e guerrieri alati, abbiamo attraversato lande desolate e ghiacciai, mari e monti, abbiamo finito il boss finale, il livello speciale e quelli segreti; abbiamo sceso le scale e ci siamo ritrovati in un labirinto; lo abbiamo percorso, combattendo contro i tipici mostri a incontro casuale, trovati rigorosamente ognuno dopo ventitré passi. Siamo stati fatti prigionieri dall'orda dei Settecento Mostri Gemelli; purtroppo erano sono trecentodue, e tutti diversi, ma non importa. E quando tutto sembrava perduto siamo miracolosamente riusciti a salvarci dal rogo che ci avevano preparato e ci siamo diretti qui, per poter accedere al Magico Elevatore Fatato, conosciuto anche come Normalissimo Ascensore. Ma proprio all'ultimo gradino di questa scala maledetta sei scivolato e hai battuto la testa. Sei rimasto svenuto per tre giorni.”

Ci pensò su.

“Ah, no, si chiamano secondi. Sì, sei rimasto svenuto per tre secondi.”

Aaron si impegnò a ripetere l'espressione precedente.

“Sì, ok, forse ho ingigantito un po'. In effetti i mostri gemelli erano solo duecentoottantanove, e ad essere sinceri due si assomigliavano anche. Ma tu non dirglielo, altrimenti si offendono...”

Aaron mantenne l'espressione. Questa volta non intendeva mollare proprio nel momento in cui credeva di potercela fare.

“Cosa ti turba, mio nobile amico?”

“Il fatto che tutto quello che abbiamo passato si è svolto nello scantinato di un edificio...”

“Dettagli...”

Aaron, sempre più sconvolto, cercò di assumere una nuova espressione, come a dire “vabbè, mi adeguo...”. Ovviamente fallì. L'amico riprese.

“Orsù, riprendiamo il nostro cammino verso il Magico Elevatore Fatato, conosciuto anche come Normalissimo Ascensore. Sarà una faticaccia!”

“E' per caso quello?” chiese Aaron, indicando con un dito una porta a due metri di distanza.

“Diavolo, sì! Dove hai imparato questa tecnica?”

Aaron ebbe un nuovo impulso di esprimersi con un'espressione facciale. Abbandonò però l'idea prima di cimentarsi in una nuova sfida che avrebbe sicuramente perso.

“Riprendiamo allora il nostro cammino verso l'ignoto!” urlò eccitato lo strano omuncolo che affiancava il nostro eroe.

“Sì, ma parla di meno, la testa mi pulsa!”

In effetti la testa di Aaron faceva degli strani movimenti di ingrandimento e rimpicciolimento.

“Preoccupante la tua testa, amico.”

“Già.” rispose Aaron, senza aver minimamente ascoltato l'affermazione dell'essere al suo fianco.

Si diressero a passo estremamente lento verso le porte dell'ascensore. Questo aprì le porte e si rivolse ai due.

“Siete pregati cortesemente di attendere l'arrivo della cabina.”

Ah, però, intelligente la cosa: aprono le porte per darti una differente visione durante l'attesa... Che idiozia!

Pensò Aaron. Si voltò verso il suo compagno.

“Senti, sono anni che ci conosciamo, ti ho sempre chiamato nei modi più disparati come ti fa piacere, ma ora non ne posso più. Non mi importa di te, non mi importa di me e nemmeno del Magico Elevatore Intrippato o come diavolo si chiama. Io voglio sapere il tuo nome! Ne va della mia sanità mentale!” gridò.

“Te l'ho già detto. E' impronunciabile. Solo a pensarci mi vengono i brividi. Pure i miei genitori, che lo hanno deciso, faticano a pronunciarlo.”

“Ah, simpatici. Ma almeno puoi scrivermelo? Così forse mi faccio un'idea...”

L'amico chiuse a mano le porte dell'ascensore, estrasse una fiamma ossidrica dal taschino, la accese e cominciò a incidere il metallo delle porte.

“Bastava che mi chiedessi carta e penna...” disse Aaron.

“Troppo normale. Così è mille volte più divertente!” rispose ridendo, mentre continuava con la sua opera. Terminato, soffiò per spegnere le ultime fiammelle di metallo fuso e si spostò per dare la possibilità ad Aaron di leggere.

“BLA?!? Ma che cavolo di nome è? E poi come fai a dire che non riesci a pronunciarlo?”

“Wow! Quella botta alla testa deve averti regalato strani superpoteri! Io non ci sono mai riuscito, neppure in cento tentativi! Boollea...” provò a dire, strizzando gli occhi, come se non riuscisse a mettere a fuoco le lettere cubitali incise nel metallo. “Bah, ci rinuncio. Piuttosto uso il mio soprannome.”

“E sarebbe?” chiese, perplesso e al tempo stesso preoccupato, Aaron. Non ne era mai stato a conoscenza.

“Fla.”

“Uuuuhh! Questo sì che è differente dal nome originale... Sicuramente molto più semplice da pronunciare...”

“Beh, sai, questo è il mio soprannome per le occasioni formali. Feste, cerimonie, robaccia del genere, capisci cosa intendo?”

“Sì sì.” rispose Aaron, senza un minimo di convinzione.

“Per gli amici sono semplicemente Hisdufakgnorhd P.”

“Ah, sì, certo. Eh, infatti, mi pareva... Questo sì che è immediato. Guarda, lo tieni a mente proprio così!” e fece schioccare le dita, per spigare visivamente la sua idea.

“Già, lo penso anch'io...”


L'ascensore li degnò nuovamente della sua presenza.

“La gentile clientela è pregata di premere il bottone sul muro, dal momento che la cabina è arrivata proprio in questo momento. Grazie per usufruire del servizio Magico Elevatore Fatato, conosciuto anche come Normalissimo Ascensore. Buona giornata!”

Aaron premette il pulsante e le porte si aprirono, lasciando spazio ad una cabina azzurrognola, di forma ovoidale.

“Figata! E' la prima cabina a struttura energetica che vedo! E' a geometria variabile, sai?” disse, esaltatissimo, Bla (o Fla o Hisdufakgnorhd P).

“Ovvio.” rispose Aaron, non avendo capito una parola. “Certo che il fatto di premere il pulsante quando ormai l'ascensore è arrivato non ha scopo, soprattutto se serve per aprire le porte... Se noi non le avessimo chiuse che sarebbe successo?” pensò a voce alta Aaron.

“Magari non dovevamo premere il bottone, no? Vedi allora che è servito incidere il nome con la fiamma ossidrica? Altro che carta e penna...”

“Sì, vabbè, ok, tu premi il pulsante per il piano giusto, d'accordo?” rispose Aaron, appoggiandosi ad una parete.

Bello, queste pareti curve sono estremamente scomode!

“Pulsante? Piano? Giusto? PREMERE?!? Ma di cosa diavolo parli?” chiese, come impazzito, Bla.

Aaron chiuse gli occhi, cercando di mantenere la calma.

“Guarda, ti spiego. Un ascensore porta le persone su e giù senza che esse debbano usare le scale. Molta energia elettrica sprecata, inquinamento alle stelle, ma nessuno è stanco. Fin qui mi segui?”

Bla sembrava perplesso. Aaron cominciò a gesticolare ampiamente per spiegare il concetto.

“Ora, andando su e giù, possiamo creare varie fermate, ai piani desiderati. E cosa c'è di meglio di una pulsantiera con dei numeri che ci permettono di selezionare il piano desiderato?”

Ora Bla era decisamente perplesso.

“Cavolo, non mi sembra difficile!”

“Ok, può essere tutto quello che vuoi, ma questo è un Magico Elevatore Fatato, conosciuto anche come Normalissimo Ascensore. Pure versione 2.7 a piegatura J se non sbaglio!”

“E da questo?”

“Usi la forza della mente e gli dici dove vuoi andare. Vuoi andare su di quindici metri? Pensalo e sarai lì. Vuoi andare alle Hawaii una settimana? Esci da qui e vai in un'agenzia a prenotare la tua vacanza. Non mi pare difficile...”

Aaron si sfregò il mento. Ora era nuovamente lui ad essere perplesso. Perché da quando era rinvenuto tutto sembrava così dannatamente diverso? Decise comunque di provare.

“Allora, Bla, di quanto dobbiamo salire o scendere?”

“Ah, questo non lo so. Il capo ha detto che aveva una notizia sensazionale e doveva farci vedere una cosa, così ci ha detto di venire nei sotterranei di questo palazzo. Credo che lui abiti qui...”

“Nello scantinato?”

“No, sicuramente in qualche appartamento nell'edificio...”

“E ci ha detto di farci trovare qui nei sotterranei.”

“Sì.”

“Per mostrarci questa cosa.”

“Sì.”

“Sai dire qualcos'altro oltre a sì?”

“Sì.”

Calò un pesante silenzio imbarazzante.

“E ora?” riprese Aaron.

“Sì. Cioè, credo che dobbiamo andare nel suo appartamento...”

“Già. Però non sappiamo dove sia.”

“Hai colto l'essenza, amico.”

Calò nuovamente un pesante silenzio imbarazzante. Dopo svariati minuti in cui non successe assolutamente nulla, Aaron riprese ancora una volta la parola.

“Dato che siamo qui a fare niente quando dovremmo scervellarci per trovare una soluzione, che ne dici di un po' di conversazione? Ad esempio, dov'è finita la tua fiamma ossidrica?”

“Quale?”

“Quella che hai usato per scrivere il tuo nome...”

“Ah! Quella! L'ho buttata vicino a quei barili di esplosivo con l'etichetta gigantesca che dice: “Altamente e pericolosamente infiammabile. Evitare SOPRATTUTTO le fiamme ossidriche”.”

“Cosa?”

Aaron non ebbe il tempo di ricevere una risposta, perché l'esplosione che ruppe tre timpani di passanti all'esterno della casa sparò a velocità esagerata la cabina verso l'alto. Stranamente, rifletté Aaron mentre veniva schiacciato sempre più contro il pavimento curvo, la sua mente pensava al perché della presenza di tali barili nello scantinato, della presenza di Bla e soprattutto della sua. Il pensiero della morte non lo sfiorò nemmeno; ci aveva provato, per la verità, ma aveva schifosamente fallito.


Ding!

L'ascensore sembrava essersi fermato ad un piano. Le porte si aprirono con un leggero fruscio, lasciando alla vista dei due malcapitati un loft di dimensioni esagerate, probabilmente all'ultimo piano dell'edificio.

“Ben arrivati ragazzi miei! Vedo che avete trovato il piano giusto senza difficoltà.” disse un uomo, con un tono di voce tutt'altro che serio.

“Eh, già, senza difficoltà.” rispose Aaron, mentre Bla era ancora a terra, contorcendosi dalle risate senza un motivo apparente.

“Innanzitutto lasciatevi ringraziare per la vostra tempestività nel recarvi qui... Secondo... beh, andiamo subito al sodo; se volete seguirmi vi mostro subito la Cosa.” disse l'uomo, cominciando a muoversi più o meno a casaccio in cerca di qualcosa.

“Ehm, signore, noi saremmo ancora perplessi. Perché tutta questa fretta di convocarci?” chiese rispettosamente Aaron.

“Perplessi? Entrambi? A me pare che il tuo collega non lo sia poi così tanto...”

In effetti Bla ancora non aveva deciso di smetterla di ridere come un ossesso; inoltre ora si era pure messo a girare in tondo sdraiato sul pavimento.

“Oh, beh, non faccia caso a lui.”

“Ok. Dunque... Sì, dicevamo: devo mostrarvi una cosa, è per questo che vi ho convocati. Il problema è che non la trovo... Eppure era qui, da queste parti...” riprese l'uomo, muovendosi nuovamente a casaccio.

“E' per caso quella?” chiese Aaron, indicando una mastodontica costruzione in metallo luccicante simile alla cabina dell'ascensore, ma che brillava intensamente di un colore indefinito. Non si poteva sostenere lo sguardo per più di qualche secondo, perché il luccichio rischiava di bruciare la retina.

“Certo! Eccola! Come hai fatto? Per caso quel tonfo che ho sentito prima eri tu che scivolavi sull'ultimo gradino e sbattevi la testa? Magari quell'evento ti ha regalato strani superpoteri...”

Oddio, anche questo... Ma si sono messi tutti d'accordo? Una banda di idioti... Come diavolo ho fatto a trovarmi in mezzo a loro?

Pensò Aaron. Dopo qualche istante di assoluto vuoto mentale i pochi neuroni cominciarono a rimettersi in moto.

Ehi, un momento. Come cavolo ha fatto a sentire il mio tonfo e non far caso all'esplosione che ci ha portati fino a qui?

Ma poi decise di non curarsi di quel nuovo, inutile problema senza risposta.

Bla fece capolino da dietro Aaron, silenzioso come un ninja. Aveva smesso di ridere ed ora era serio come mai Aaron lo aveva visto, almeno per quanto ricordava. Sembrava una persona quasi normale.

“Sapete di cosa si tratta?” chiese il capo, ammirando quella bellezza metallica. Aveva indossato un paio di occhiali da sole molto scuri, ma probabilmente la sua retina si stava bruciando comunque.

“Il Magico Elevatore Fatato chiamato anche Normalissimo Ascensore versione 3.0?” chiese Bla, speranzoso. I suoi occhi luccicavano alla visione. O forse stavano solo lacrimando fortemente a causa del luccichio della macchina.

“Ci sei vicino.” rispose il capo. Quello che Aaron e Bla non capirono, però, è che il capo con “vicino” intendeva che il Magico Elevatore e compagnia bella era a fianco di quell'enorme struttura luccicante che brillava sempre più.

“Questa è la nuovissima Macchina del Tempo Saltellante, appena uscita dai nostri laboratori super-segreti!”

“E Lei la ha qui in casa, possibile di furto.” disse, esterrefatto Aaron.

“Certo che sì!” ripose il capo.

“Ah...”

Il capo cominciò a sfregarsi le mani, felice come un bambino.

“E ci ha chiamati solo per mostrarci questo bestione che non possiamo fissare per non avere danni permanenti alla vista?” chiese Aaron, che cominciava a rendersi conto di quanto fosse iniziata male quella giornata e di come continuasse peggio.

“Oh, no, certo che no, ragazzi miei! Vi ho convocato perché voi sarete i primi ad usarla, sarete i miei beta tester personali!”

“Cosa?” gridò Aaron, con gli occhi letteralmente fuori dalle orbite. “Noi dobbiamo usare questo aggeggio che non è ancora stato testato?”

“A dire la verità questa non è una beta, ma una versione alpha, ancora incompleta...”

“Ah, ecco sempre più bello!”

“Wow! Mi piace, mi piace, mi piace!” urlò entusiasta Bla.

“Prendi esempio dal tuo collega, lui sì che sa mettersi nel giusto ordine di idee!” disse il capo ad Aaron.

Ah, sì, certo. Se tu queste le chiami idee giuste...

“Bene, allora, buon viaggio ragazzi!”

“No, aspetti!” disse Aaron, decisamente preoccupato. Il capo sembrava voler mettere realmente in pratica quella pazzia. “Non abbiamo ricevuto istruzioni, non abbiamo un addestramento, non siamo equipaggiati e non sappiamo se il funzionamento è sicuro. E così, di punto in bianco dovremmo entrare in quel cassone che ci spedisce chissà dove e chissà quando?” Aaron sembrava piuttosto adirato.

“Certo, non vedo dove stia il problema!” rispose il capo.

“Neanch'io!” rispose raggiante Bla. Stava saltellando sul posto, impaziente di partire. “Oggi mi sembri strano rispetto al solito, Aaron.”

“Ah, e sarei io lo strano?” disse rivolto al suo compagno.

Mossa sbagliata, bello!

Gli disse la mente.

Perché?

Chiese Aaron.

Eh, non te ne fossi accorto, il tuo capo vi sta spingendo verso quel catorcio luccicante mentre eri distratto... Sai a pensarci bene potrei anche andarmene e lasciarti da solo nelle peste.

Non pensarci nemmeno!

Pensò adirato Aaron. Improvvisamente però capì che stava facendo tutto da solo, botta e risposta, senza giungere a nulla e senza opporre resistenza alle spinte del capo, più felice che mai.

Ormai erano di fronte all'enorme struttura, che da vicino sembrava più piccola che da lontano.

“Un momento!” gridò disperato Aaron, mentre con un ultima spinta veniva scaraventato all'interno del macchinario. L'aria puzzava di nuovo, quel misto di plastica e metallo che lo aveva sempre disgustato. Come il pollo. Chissà perché associava sempre quell'odore al pollo...

La porta si chiuse con un sibilo macabro, poi degli altoparlanti riprodussero il suono di una porta che veniva chiusa sbattendo, per rendere il tutto più famigliare.

Aaron si scagliò con tutto il peso contro la porta, tirando calci e pugni, gridando di lasciarli liberi.

Una voce metallica uscì dagli altoparlanti prima usati per il rumore della porta che sbatteva. Il suono era meravigliosamente quadrifonico, sfruttava infatti la tecnologia DTS, per un coinvolgimento totale nell'home theatre personale. Peccato che quella non fosse l'occasione adatta. “Il signore che sta picchiando ripetutamente la testa contro la porta è pregato di smettere per due importanti motivi: potrebbe farsi male e potrebbe irrimediabilmente danneggiare la porta.”

E sai che me ne importa se danneggio la porta!

Pensò Aaron.

“Inoltre, se il signore che insistentemente continua a picchiare la testa contro la porta la smettesse e si preparasse, potrei descrivervi la destinazione.”

Aaron smise immediatamente. Invocò lo sguardo più truce che conoscesse, senza rivolgerlo a nessuno in particolare, ed attese la dura sentenza.

Ebbene sia, codardo vociare metallico proveniente da cotali altoparlanti malefici, dicci dove stai per spedirci, e forse ti risparmierò la vita.

“Voi...” iniziò la voce, “...verrete...”

“Sì?” chiese impaziente Aaron.

“Sì?” chiese impaziente, ma per tutt'altro motivo, Bla.

“...mandati...”

“Eddai...”

“...in un posto...”

Aaron rese la sua espressione ancora più truce.

“...indietro nel tempo, senza un motivo apparente né uno nascosto, per mio puro divertimento; combatterete draghi, leoni e cavalieri, verrete quasi catturati, poi verrete catturati per finta e infine catturati per davvero.” Queste ultime parole vennero pronunciate ad una velocità impressionante.

“Ma sempre indietro nel tempo? Che noia, perché non ce ne possiamo andare nel futuro?” chiese Bla, sbuffando.

“Perché non avrebbe scopo e a me non procurerebbe alcun divertimento!”

“Uffa, allora non ne ho voglia...” replicò sconsolato Bla.

Aaron lo squadrò con un'espressione meravigliata. Quella frase aveva qualche parvenza di intelligenza, un qualcosa che in quella giornata ancora non si era manifestato.

“Troppo tardi!” disse la voce metallica, ed aggiunse una grassa risata sadica, senza però l'effetto metallico.


Capitolo 2


Un forte scossone colse di sorpresa tutti, anche la macchina. La porta si aprì scorrendo con un nuovo sibilo sinistro. Gli altoparlanti questa volta riprodussero il suono di una vecchia porta cigolante che, alla fine, crolla a terra scardinata. Un sacco di fumo bianchiccio che bruciava terribilmente gli occhi venne spruzzato, tanto per fare scena e per tentare di intossicare qualcuno nelle vicinanze. Purtroppo nelle vicinanze, e nel raggio di cinque chilometri, non c'era anima viva, così tutto quel fumo servì esclusivamente, come si diceva, a far lacrimare copiosamente gli occhi degli occupanti della cabina.

I due si trascinarono a fatica fuori dalla macchina, strisciando per terra, fra tremendi colpi di tosse e cascate di lacrime che uscivano dagli occhi. L'interno della cabina era colmo di fumo e completamente bianco.

“Ma era proprio necessario?” chiese a fatica Aaron.

“No.” rispose con noncuranza la voce metallica.

“Ah, ecco, mi pareva strano...” disse Aaron, sdraiandosi a terra, rivolto verso il cielo. Non che potesse vederlo, dal momento che tutto attorno c'era fumo bianco, ma lo fece comunque.

Alcuni lunghi, interminabili istanti dopo, quantificabili in un lasso di tempo variabile fra i minuti e le ore, il fumo cominciò a diradarsi, lasciando spazio ad una visione ancora più terrificante. Buio. A dire la verità ombra, creata da un albero troppo grande anche per un pianeta con gravità minima che, si sa, fa crescere gli alberi, e solo gli alberi, molto più che sulla Terra. Ma comunque rimaneva il fatto che i due (più la macchina del tempo) erano ancora sulla Terra, e l'albero era presente, che lo si volesse o meno.

“Dove siamo?” chiese Aaron, disperato.

Dalla macchina spuntò un lungo braccio meccanico, terminante in una di quelle mani guantate tipiche dei cartoni animati. La mano si mosse rapidamente e spostò alcune fronde, lasciando passare un debole raggio di sole (che bruciò il terreno su cui finì).

“Benvenuti nel Medio Medioevo!” disse rallegrata la macchina.

“Eh?” esclamò, perplesso, Aaron. “Ma non esistono solo Alto e Basso Medioevo?”

“No, anche il Medio Medioevo. Solo che il governo non vuole farlo sapere.” rispose la voce.

“Ah, tipiche cospirazioni governative.” pensò a voce alta Bla, mentre si stava togliendo dai vestiti vari grumi di fumo condensato.

Più stupito che mai, Aaron si voltò a guardare attraverso lo spiraglio fra le fronde. Si poteva vedere in lontananza una tipica cittadina delle fiabe, tutta gioia e felicità.

All'esterno delle mura passarono due plotoni di teletubbies, armati di asce bipenne ed alabarde, che si muovevano a passo di marcia, cantando: il tipico riscaldamento mattutino. Un paio di cavalli verdi sfrecciarono nel cielo, come di norma.

“Salve! Siete in arresto!” disse la faccia sorridente di un teletubbie, spuntando improvvisamente fra le foglie.

“Ma non doveva esserci nessuno nel raggio di cinque chilometri?” chiese Aaron al narratore.

Questi non rispose.

“Siete pregati di seguirmi!” continuò la faccia, senza cambiare di un millimetro l'espressione da ebete.

Non sapendo che fare mentre venivano scortati, Aaron decise di fare conversazione. La precedente volta che aveva tentato, con Bla, non c'era stato un esito stupefacente, così decise di riprovarci.

“Cassone, mi spieghi perché ti chiami Macchina del Tempo Saltellante?”

“Perché in situazioni come questa me la do a gambe saltellandooooooooo!!” gridò la macchina, ormai in lontananza.

“Ah, che ragazzo simpatico! Spero di incontrarlo di nuovo un giorno o l'altro!” disse Bla.

“Idiota, se va bene possiamo solo incontrare la luce del sole domani, poi come minimo faranno rotolare le nostre teste per le vie della città!” gridò Aaron.

“Già tempo di mondiali di calcio? Cavolo come vola il tempo!”

“Perché?” si chiese sconsolato Aaron. Una lacrima gli rigò il viso, probabilmente qualche residuo del fumo oppure solo il ricordo di esso.

Guardò ancora una volta il cielo. Proprio in quell'istante passò molto in alto uno stormo di cavalli verdi e Aaron si arrabbiò ancora di più, ricordando come tutto questo fosse iniziato.


***


Un uomo alto come un qualsiasi altro nella media solo perché portava ai piedi un paio di scarpe con le zeppe alte una quindicina di centimetri osservava senza alcun interesse il panorama da una finestra di una qualsiasi torre del suo palazzo.

“Sire, il messaggero di Burlandia è qui!” disse un soldato, avvicinandosi.

“Oh, bene, fatelo passare!” rispose il re, togliendosi le scarpe con le zeppe e lanciandole a caso per la stanza. Uno o due quadri esplosero in mille pezzi ed un'armatura da esposizione se la diede a gambe.

“Sire, che piacere rivedervi!” esordì il messaggero, mentre a passo svelto e strascicato, entrava nella stanza. Evidentemente il corridoio all'esterno si allungava perpendicolarmente alla direzione di entrata ed uscita dalla stanza, perché il messaggero percorse un'ampia curva mentre faceva il suo trionfale ingresso, come una macchina che percorre un tornante a velocità troppo elevata.

“Buone nuove, maestà!” disse sorridente il messaggero, mentre con un inchino porgeva al re una scatola non troppo grande e sottile, che in futuro sarebbe stata definita “scatola contenente un CD”.

“Originale?” chiese con gli occhi socchiusi il sovrano.

“Che non sia mai! So con certezza che Signoria Vostra desidera solo copie pirata.” rispose il messaggero.

“Esatto! Solo l'eccellenza per la stirpe divina che governa queste terre da ormai troppe decadi!” esclamò il re.

Detto questo tutti, re, consiglieri, guardie e messaggero, si misero a fare il girotondo nel centro della stanza.

Tre metri e mezzo più in alto, un enorme lampadario di cristallo osservava silenzioso la scena (più che altro perché non dotato di dispositivi per riprodurre i suoi lamenti disperati), chiedendosi come mai tutti i re di quella maledetta stirpe avessero la mania di saltellare in tondo tendendosi per mano quando volevano esprimere la loro gioia.

Poi, con grande felicità per il lampadario, il girotondo terminò, improvviso così come era iniziato.

“Sire,” riprese il messaggero, “devo portarvi altre due notizie.”

“Parla, o mio simpatico amico proveniente dalla nobile terra di Burlandia.” lo incitò il re.

“Ebbene, nel mio appropinquarmi al vostro sontuoso castello, scorsi un'orda di teletubbies, le vostre magnifiche truppe mercenarie, scortare due strani uomini ed una macchina.”

“Probabilmente qualche gruppo di vandali in cerca d'oro. O di pizza. Non so dire con certezza. Verranno portati nelle segrete di questo castello e verranno lasciati lì fino a quando non mi ricorderò di liberarli.”

“Sire, non vorrei deluderla,” disse il messaggero, chinando il capo, “ma la demoniaca macchina, che mi ha pure provocato un forte dolore agli occhi nonostante l'immane distanza, è fuggita come una lepre inseguita da un topo di Hyul.”

“Dici il vero, mio simpatico amico?”

“Dico il vero, mio sire.”

“Allora ho deciso! Non se ne faccia nulla di cotale macchina, né ora, né mai!” gridò il sovrano, alzando braccio e indice destro al cielo.

Nello slancio la corona scivolò leggermente all'indietro e il pesante mantello reale che ricopriva il re (molto simile ad un accappatoio) si alzò, sbilanciandolo pericolosamente. Egli riuscì però in qualche modo a rimanere in piedi.

Mantenendo quella posizione idiota, il sovrano riprese la parola: “Ordunque, nobile messaggero di Burlandia, qual è la seconda notizia di cui vuoi farmi partecipe?”

La tensione nell'aria era palpabile, al punto che uno dei soldati ne prese un pugno e la assaggiò. Morì dopo poco più di due secondi. Nessuno, però, fece caso a quel fatto.

Il lampadario chiuse tutti i suoi occhi immaginari, temendo un'altra terribile idiozia uscire dalla bocca di quell'uomo chiamato messaggero.

“I veggenti mi hanno detto di informarvi che finalmente sono riusciti a vedere o, per lo meno, a intravvedere qualcosa.” disse con voce altisonante e tono teatrale l'uomo di Burlandia.

“Finalmente! Uno spiraglio di luce sul futuro della mia nobile stirpe!” urlò di gioia il sovrano.

“Olè olè, viva il nostro re!!” gridarono in coro le guardie presenti.

Non è possibile, anche questa rima orrenda si è inventato quel re da strapazzo...E' proprio un pessimo.

Pensò il lampadario, con tutto il disprezzo di cui era capace.

“Orbene, cosa vedono codesti vedenti?” chiese il sovrano.

“Non vollero dirmelo, sire, forse perché ancora non pronti. Ebbi la notizia appena cinque minuti prima della mia dipartenza per quivi, ed i veggenti avevano appena rotto l'oscuro sigillo che legava i loro occhi spirituali.”

“Codesta sfortuna mi attanaglia fin dalla nascita!” disse sconsolato il re.

“Sono pienamente rattristato, mio sire. Se permettete, suggerirei di abbandonare tali inutili e superflue ricerche...”

“Giammai! Non giungiamo a conclusioni affrettate. Piuttosto discorriamo di frivole dicerie! E voi!” disse il re, rivolto alle guardie, “portate dinnanzi a me, dunque, codesti vedenti!”

“Signorsissignore, signore... Sire!” gridarono troppo forte le guardie, che in cuor loro ancora non capivano perché mai il re chiamasse “vedenti” gli anziani veggenti di Burlandia.


***


La notte era scesa silenziosa. Nessuno l'aveva né vista né sentita arrivare. Nemmeno il guardiano del mulino sulla collina di N'hav, dall'altra parte del pianeta, l'aveva percepita; molto probabilmente perché lì, in quel momento, era giorno.

Aaron teneva strette due sbarre dell'unica finestra verso l'esterno. Le altre finestre (quelle verso l'interno), a detta di Bla, erano state murate con solidi mattoni, come aveva potuto testare grazie a numerosi calci e pugni.

Una nuova lacrima rigò il viso di Aaron.

Ancora effetti di quel fumo? Ma che diavolo...

Pensò.

“La cena è servita!” gridò una guardia, dall'altra parte della porta. Bla cominciò a sbavare avidamente, al solo pensiero del cibo.

Due piatti vennero fatti passare da sotto la porta, ognuno contenente un broccolo, un pulsantone rosso e un foglietto con la scritta “Premi qui.”

Aaron guardò con disprezzo quell'insignificante piatto e lo gettò indietro senza badare a dove andasse a finire. Proprio nel mentre in cui alzò gli occhi, scorse Bla nell'atto di premere il pulsantone rosso (come ampiamente documentato sul foglietto).

“Ma sei matto?” gridò Aaron, e con un tuffo acrobatico allontanò il dito dell'amico dal pulsantone. “Quel pulsante farà sicuramente esplodere qualche ordigno nucleare nascosto nel piatto, e quel broccolo sarà certamente avvelenato!”

“Uh, come sei pessimista...” sbuffò Bla, che con una mossa fulminea riprese possesso del piatto e premette il pulsantone.

L'esplosione che si generò lo scagliò contro una parete, senza procurargli alcun dolore. Riavvicinatosi al piatto, notò con molto piacere che il broccolo si era tramutato in un tacchino formato gigante, accompagnato da un'aragosta ancora più grande.

“Visto?” disse con una smorfia Bla.

“Per me anche quello è avvelenato...”

“Naaa!” replicò Bla, con la bocca già colma di tacchino e aragosta.

Dopo alcuni minuti in cui Bla continuò a mangiare a volontà senza morire, nemmeno soffocato (e quello, bisogna ammetterlo, era un fatto eccezionale), Aaron riuscì a convincersi che, forse, la pazzia la stava commettendo lui a non mangiare, non essendo il cibo avvelenato.

Si mise a gattoni, alla ricerca del piatto, disperso nel vasto pavimento della cella di tre metri per due. Trovatolo solo grazie ad un provvidenziale colpo di fortuna, si rannicchiò in un angolo e premette il pulsante.

L'esplosione lo scaraventò nell'angolo opposto, provocandogli un gran dolore.

Ma perché a me sì? E soprattutto, perché? Perché sono stato scaraventato nell'angolo opposto se mi ero messo nell'altro proprio per evitare questa cosa?

La sua mente, come qualsiasi altra, non si degnò di dargli una risposta.

Con un sospiro si rialzò e tornò al punto di partenza, dove avrebbe dovuto trovarsi il bel piattone di cibo. Una bella sorpresa lo attendeva invece: il foglietto atterrò sul pavimento, delicato come una piuma. Il testo era cambiato. “Troppo tardi! Buahahaha!!!”

Con uno scatto d'ira, Aaron prese tutto ciò che gli capitò in mano, ovvero solo il foglietto, e lo scagliò con tutte le sue forze. Volò solo per pochi centimetri, poi riprese a scendere verticalmente, lento e stupido come una piuma.

“Aaaaaaaaaaarrrrggghhh!!!” gridò imbufalito Aaron. Prese la rincorsa e corse più veloce che poté (nella cella di tre metri per due) contro una parete a caso. Cozzò violentemente con la testa e svenne.


Capitolo 3


Un gallo cantò in lontananza. Seguito da qualche colpo di fucile. E da delle oche starnazzanti.

Bla si alzò stropicciandosi gli occhi. Al suo fianco Aaron era ancora svenuto.

“Ah, la mattina! Il gallo che canta! Mi procurano sempre gioia queste cose! Un'altra splendida giornata di pazzie!” disse, stirandosi.

“Eh no, bello, ti sbagli!” disse la guardia appena fuori dalla porta. “Gallo, fucile e oche significa giornata uggiosa con probabili piovaschi sul mezzogiorno. Rasserenamenti in serata.”

“Beh, non che mi importi molto...” rispose Bla.

Aaron rotolò fino a mettersi a pancia in su. A fatica si alzò.

“Di che si discorre qui?” chiese addormentato.

“Del più e del meno. Previsioni meteorologiche in tempo reale mio buon amico. Almeno secondo l'omaccione di guardia qui fuori...”

Bastò quella frase per ricordare ad Aaron la situazione in cui si trovavano. E a farlo arrabbiare. Decise però di non esternare il suo nuovo stato d'animo.

Ci riuscì per un periodo lungo quasi un secondo.


Alla base dei monti Vatteloapesca, a molti chilometri di distanza, le pantegane da pascolo furono risvegliate da un urlo di rabbia proveniente da molto, molto lontano.

Con incredibile lentezza si alzarono sulle loro nove zampe e si guardarono in faccia. Con un'alzata di spalle generale giunsero alla conclusione che quello non era affar loro, così tornarono alla loro occupazione precedente: dormire.

Pesanti nuvole grigio-viola (con delle strane sfumature verdi, probabili scie di cavalli passati ad alta quota) coprivano il cielo e le cime della catena dei monti Vatteloapesca.

Quello che accadde lì prima, durante e dopo non importò a nessuno, come neppure l'evento che determinò il prima, il durante e il dopo riferito a quel luogo.


“Ebbene sì, mio caro amico, sono venuto qui con il solo intento di liberare i due prigionieri!” disse un uomo che riusciva a malapena a tenersi in groppa a un cavallo.

“Su ordine del re?” chiese la guardia.

“Hahaha! Suvvia, amico mio, per chi mi avete preso? Siete di Burlandia, dite la verità...”

“Non proprio, ma di un paese limitrofo...”

“Vedete? Non sbaglio mai riguardo a queste cose! Orsù, fatemi gentilmente passare, devo scortare i due prigionieri.”

“Devo vedere l'ordine reale prima...”

“Hoho! Smettetela di scherzare o cadrò da cavallo per le troppe risate! Mi pare ovvio che non lo abbia!”

“Non lo avete?”

“Non qui con me.”

“E come credete di liberare i prigionieri? Prendendovi gioco di me?”

“Diamine, questa è una soluzione. Non ci avevo pensato. Grazie dell'idea buon uomo!”

“Ah, credo che voi siate di Burlandia centro, avete il loro tipico senso dell'umorismo.”

“Beh, può darsi. Allora, posso passare?”

“Mi pare ovvio che dovrò rispondervi no.”

“Già, me lo aspettavo. Non ho mai avuto grandi doti carismatiche... Vabbè, è stato un piacere conoscervi.” disse, mentre con un colpo sbagliato alle redini fece partire il cavallo troppo velocemente rischiando di cadere.

“Ma avete ancora intenzione di liberare i prigionieri?” gli chiese urlando la guardia.

“Certo che sì!” gridò il cavaliere (o presunto tale), mentre con strane evoluzioni cercava di rimanere in groppa, lontano ormai parecchie decine di metri.

La guardia fece un'alzata di spalle e si rimise a leggere il Corriere di Burlandia, che gentilmente gli veniva portato ogni mattina da un mercante che faceva tappa a palazzo.


“Stavo pensando...” iniziò Bla.

“Wow, hai pure capacità intellettive. Non te ne facevo capace...” rispose Aaron, seduto per terra con la schiena appoggiata ad una parete.

“... che forse è ora di colazione.” finì Bla, senza aver minimamente ascoltato le parole del compagno.

“Ah, ecco, stavi cominciando a farmi paura. Non puoi spingerti in pensieri troppo profondi, eh?” disse, sollevato, Aaron.

“Eh?” chiese Bla, come cadendo dalle nuvole.

“Lascia perdere...”


Parecchie ore di cammino più lontano il presunto cavaliere riuscì finalmente a fermare il cavallo. Fece un mezzo giro su se stesso per sedersi dritto e gli parlò.

“Ok, bello, è l'ora dello spettacolo. Cerca di portarmi sano e salvo fino al punto di prima, senza scossoni possibilmente. Lo sai bene che la sufficienza in cavalcata l'ho comprata.”

“¡No hay problemas!” rispose sorridente il cavallo.

“¡Muy bueno, mi amigo, muy bueno!” rispose il cavaliere nella lingua preferita dal cavallo, ma con una pronuncia terribile.

Partirono al trotto, un trotto andante per la verità.

“Il terribile duo della Padella Infuocata sta per colpire ancora! Una nuova missione di salvataggio!!” gridò esaltatissimo il cavaliere agitandosi, ma rendendosi conto ben presto che quella mossa gli stava per costare una brutta caduta da cavallo.


***


“Ho sempre amato le cavalcate mattutine.” disse il messaggero di Burlandia. “Ma ancora non capisco perché dobbiamo farla nel fossato che circonda il castello, schivando feroci piranha e coccodrilli imbottiti di eccitanti...” continuò, facendo saltare il cavallo sopra un coccodrillo di tre metri e mezzo di lunghezza.

“Perché rinvigorisce corpo e mente. A patto di non sbagliare e cadere da cavallo!” rispose il re, ridendo a crepapelle.

“Se lo dite voi...”

Poco più avanti fermarono i cavalli, ancora freschi dopo appena venti giri attorno al castello, in un punto dove non erano presenti animali feroci, ma solo qualche puzzola che combatteva all'ultimo sangue contro una banda di scoiattoli assassini.

“Che ne dici di una gara, mio simpatico amico?” chiese il re.

“Qui? Voglio dire, nel fossato?” chiese a sua volta il messaggero.

“Certamente! Facciamo cinque giri. Chi tira sotto meno piranha ha vinto. Ovviamente c'è un bonus tempo per chi arriva primo!”

“E sia! Un po' di sano divertimento ci vuole di prima mattina!”

“Allora partiamo non appena quello scoiattolo avrà finito quella puzzola morente.”

“Come volete, sire.”

Nessuno seppe cosa passò per la mente dei due contendenti mentre lo scoiattolo infieriva l'ultima, mortale coltellata nel torace della puzzola. Ma con grande probabilità non era nulla di importante.

Un'ultima occhiata fra il re ed il messaggero, come in attesa del verde al semaforo, e poi partirono come razzi, facendo stridere gli zoccoli dei cavalli, al pari della gomma sull'asfalto.

Alla prima ed unica curva, visto che il fossato era perfettamente a forma circolare, il sovrano riuscì a portarsi in testa, con uno spettacolare sorpasso all'interno.

Il messaggero, in scia al cavallo che lo precedeva, provava in ogni modo a farsi vedere negli specchietti per infastidire l'avversario ed indurlo all'errore, ma ben presto si rese conto che gli specchietti non erano ancora stati inventati, non quelli per i cavalli da gara per lo meno.

Rimaneva un'unica cosa da fare: incitare il cavallo.

“Vai, bello! So che puoi farcela! Prendiamogli la scia nell'ultimo allungo e lo passiamo all'esterno. Mossa azzardata, lo so, ma fattibile.”

Il cavallo, lontano parente del destriero del presunto cavaliere in cerca dei prigionieri, non aveva capito una sola parola, conoscendo esclusivamente lo spagnolo. Ed anche avesse capito, l'allungo di cui parlava il messaggero non era certamente su quel circuito.

Sorse però un problema. Il cervello del povero animale si rifiutò di abbandonare l'idea di analizzare le parole appena sentite, così, in tutta fretta, cercò di elaborare una reazione adeguata come meglio poté. L'unico risultato fu che si alzò improvvisamente sulle zampe posteriori, facendo cadere il messaggero all'indietro, in un punto colmo di bestie feroci. Poi fuggì.

“Venduto!” gli urlò, adirato, il messaggero.

Si rialzò e, una volta fuori dall'acqua, cercò di riassettarsi. Un braccio però mancava all'appello, così dovette fare il doppio della fatica con quello rimanente, tra numerosi sbuffi.

Il re, nel frattempo, finì e vinse la gara.

“Oh, non preoccuparti per quel braccio che non esiste più e per la spalla che continua a sanguinare copiosamente, tra due o tremila anni inventeranno la tecnologia per sistemarti!” gli disse, avvicinandosi.

“Ne sono certo, non ne dubito minimamente. Ma ho come il presentimento che mi servirebbe un po' prima...” rispose l'uomo di Burlandia. Poi svenne e cadde a terra, quasi totalmente dissanguato.


Era ormai pomeriggio inoltrato. La pioggia cadeva forte fin da mezzogiorno, come correttamente annunciato al mattino.

Il re si trovava in infermeria, assistendo il messaggero che stava per passare a miglior (o peggior) vita.

“Sire, i veggenti hanno mandato un messaggio.” disse una guardia, arrivando di corsa e con il fiatone. Le nuove armature reali da novecento chili potevano resistere a tre esplosioni atomiche prima di graffiarsi ma, a detta di alcuni novellini, erano un tantino pesanti.

“Oh, bene! Ciò significa che il piccione viaggiatore a cui ho sparato e che ho ucciso ieri pomeriggio non era quello che avevo spedito ai vedenti; così il mio è arrivato e loro hanno potuto ricevere l'invito a presentarsi qui.”

“E se il piccione che avete ucciso avesse avuto informazioni importanti, magari per voi, maestà?”

Il re ci pensò su per ben mezzo secondo.

“Naaaa!” rispose infine. “Su, giovine, dammi quella lettera dei vedenti!”

La guardia gliela porse.


Sire, siamo lieti di annunciarvi
che finalmente abbiamo rotto i sigilli.
Ora possiamo vedere, anche se
in maniera ancora oscura, il vostro futuro.
Abbiamo ricevuto il vostro messaggio questa mattina.
Stavamo per metterci in viaggio,
un lungo e difficile viaggio,
maestà, ma con la pioggia noi proprio
non ci muoviamo. E' una regola
che ci siamo imposti proprio oggi al
momento di partire, e non siamo
disposti a infrangerla. Vogliamo scusarci
per il disagio, così vi facciamo
dono di questa preveggenza:
un uomo, molto vicino a voi, purtroppo morirà.
Arrivederci a presto maestà.


Il re guardò con disappunto il testo di quella lettera: sembrava scritta da un bambino. Ma non era questo a turbare il suo animo, bensì le ultime parole: “un uomo, molto vicino a voi, purtroppo morirà”.

Guardò il suo amico di Burlandia e temette per il peggio, ma un tonfo sordo dietro di lui lo fece girare. La guardia, fino a pochi secondi prima in piedi, ora giaceva a terra morta, finita sotto il peso dell'armatura.

“Beh, in effetti era più vicino lui...” pensò a voce alta il re, grattandosi il mento.

Nello stesso momento il messaggero si rialzò dal lettino, in perfetta forma.

“Ah, la pioggia! Toh, una guardia morta. Secondo me quelle armature sono un tantino leggere sire, un'ape probabilmente l'ha perforata ed è arrivata sino al cuore del vostro soldato.”

“Già, può essere, le farò fare più resistenti per la collezione autunno-inverno.”

“Lettera importante quella?”

“Questa? Oh, no, solo i vedenti che mi scrivono. Non possono venire a causa del maltempo...” rispose il re, gettando con noncuranza la lettera alle proprie spalle, per alimentare il fuoco nel caminetto.

“Già, proprio non ci voleva questo temporale.” disse il messaggero, mentre i due uscivano dall'infermeria, allungando il passo sopra il cadavere della guardia.


***


“¡Hola!” disse un cavallo, oltre le sbarre della finestra della cella in cui erano trattenuti Aaron e Bla.

“¡Hola!” disse a sua volta il presunto cavaliere, sempre con la sua terrificante pronuncia. Era zuppo dalla testa ai piedi e i capelli gli coprivano ben più di metà del viso. Infatti l'uomo non stava guardando all'interno della cella, ma un bel po' più a destra dove lui credeva fosse realmente la stanza.

“¡Hola!” rispose con gioia Bla, in un perfetto spagnolo.

“Muy bueno. Estamos aquí para liberarve.” disse il cavallo, dal momento che il cavaliere non aveva intenzione di dargli una mano.

“¿Realmente? ¡Gracias!” rispose divertito Bla.

“Tu capisci lo spagnolo? Da quando?” chiese allibito Aaron.

“Da ere geologiche, ormai.” rispose Bla.

“Sì, certo, ti credo anche. Che vi siete detti comunque?”

“Oh, beh, inizialmente ci siamo salutati...”

“E detto, fra noi, non me ne frega un bel niente...”

“... e poi il cavallo parlante ha detto che lui e il suo incapacissimo cavaliere sono venuti a liberarci.” finì la sua frase Bla, senza ascoltare, come sua consuetudine, le parole del compagno.

“Ooooohhh! Questa sì che è una notizia!” gridò Aaron.

“Volete smetterla di urlare lì dentro? Nessuno vi libera, capito?” gridò loro la guardia.

Gli occhi di Aaron divennero piccoli piccoli senza alcun motivo, mentre con le mani si tappava la bocca.

In un sussurro quasi incomprensibile, il cavallo sibilò delle parole rabbiose nell'orecchio di Bla, guardando di traverso Aaron, anche perché quasi fuori dal suo campo visivo. Bla si avvicinò all'amico per tradurre.

“Bene o male dice di tapparti quel minuscolo buco che usi per parlare e di spostarti, perché tirano giù la parete.”

Bla rimase pensieroso per qualche istante.

“Peccato tu non conosca lo spagnolo, però.” riprese. “Come l'ha detto lui aveva una certa musicalità...”

“Taci!” lo rimbeccò Aaron, il quale aveva capito ormai da tempo che gli insulti erano volati a bizzeffe, con molta probabilità.

Insultato. Sono stato insultato. E da un cavallo per di più!

Aaron non riusciva a pensare ad altro.

Almeno fino a che, con un gran botto, la parete si sfracellò a terra, verso l'interno. La guardia parve non accorgersi di nulla.

“Figo!” disse sottovoce Aaron.

“Zitto!” gli intimò la guardia fuori dalla porta.

Aaron sbatté le palpebre più volte, poi fece per parlare.

“No! Ho detto zitto!” gli gridò nuovamente la guardia.

“Ecchecavolo! Non avevo ancora iniziato!” gli urlò Aaron di rimando.

“Ma stavi per farlo. Eh eh, mica mi freghi, bello! Io sento e percepisco tutto!”

“Ah sì? E la parete che veniva giù non l'hai sentita, eh?” urlò sempre più forte Aaron. I decibel del suo grido sfiorarono la soglia del dolore.

Il cavallo diede una fortissima mazzata sulla nuca di Aaron, servendosi di uno zoccolo.

“Demasiado peligroso su amigo...” disse il cavallo, mentre in qualche modo metteva Aaron in groppa, dietro il cavaliere.

“Concordo. Ma per favore, dammi del tu, amico.” rispose Bla.

“Perfecto. ¡No hay problemas!”

Bla salì a sua volta in groppa al cavallo.


***


“Sono scappati?” chiese urlando il re.

“Sissignore! Gli uomini di vedetta li hanno visti con i mirini dei loro fucili di precisione. Stavano fuggendo su un cavallo...” rispose rispettosamente una guardia.

“E perché non gli hanno sparato?” chiese il messaggero, con la bocca piena. Lui ed il sovrano stavano infatti abbuffandosi durante il consueto banchetto che precedeva la cena.

“Perché i proiettili ancora non sono stati inventati...” si intromise il re.

“Dannazione, è vero!” esclamò il messaggero, facendo schioccare le dita.

“Signore, le consiglierei di mettere un posto di blocco sulla loro strada...” suggerì la guardia.

“Ma se neppure sappiamo dove stanno andando!! E poi tutte le truppe sono rientrate con questa pioggia!” urlò il re, riempiendosi la bocca di qualche pezzo di carne.

“A dire la verità proprio dalle parti in cui sono stati avvistati c'è un'orda di teletubbies in forte ritardo con il riscaldamento mattutino...” disse la guardia.

Il re quasi soffocò. Poi però riuscì a sputare il blocco di carne immenso che gli stava togliendo il respiro.

“Pu...zzola viaggiatrice! Oh, sì, ok, allora dite loro di fermarli. Io non ho assolutamente voglia di pensare, non mentre mangio!” decise il re.

“Sarà fatto, maestà!” gridò la guardia. “Ma almeno sappiamo di cosa sono accusati questi uomini?”

“Eh? E cosa chiedi a me? Non ne ho la più pallida idea...”

“Ah...” disse la guardia, con lo sguardo perso nel vuoto, mentre usciva dalla stanza.

“Niente walkie talkie?” chiese il messaggero.

“No, tecnologia superata da secoli. I piccioni viaggiatori funzionano meglio.” rispose il re.

“Ah, sicuro...” disse il messaggero, alquanto perplesso.


***


Grazie ad una fascia verde brillante il presunto cavaliere era riuscito a sistemare i capelli in modo tale da poter intravvedere almeno qualcosa.

“Molto probabilmente quell'orda di esserini ci vorrà fermare.” disse rivolto a Bla.

“Non vedo dove sia il problema.” rispose l'idiota.

“Neppure io, visto che li ho corrotti.” disse con un sorriso esagerato il cavaliere.

“Attento! Guarda avanti o finisci per terra...” gli suggerì Bla.

“Grazie del consiglio, amico!”

Nel frattempo Aaron diede qualche segno di vita. Poi, finalmente, si risvegliò.

Con una perfetta faccia da idiota si guardò in giro, cercando di mettere a fuoco un po' tutto, anche i segreti dell'universo. Nessuno ne è certo, ma quasi senza ombra di dubbio fallì, anche perché non diede segni di aver compreso una verità superiore.

“Ora cercate di far finta di essere miei prigionieri, ok?” disse il cavaliere.

“Eh?” chiese Aaron. Una nuova zoccolata lo fece svenire.

“Meglio così!” disse, ridendo alla grande, Bla.

Anche il cavallo rise di gusto mentre si fermava di fronte ai mercenari che li attendevano.

“Siete voi quelli che stanno fuggendo?” chiese uno di loro.

“Certo che sì, ma ho comprato alcuni vostri compagni perché ci lasciassero passare.” rispose con un sorriso di circostanza il presunto cavaliere.

A qualche metro di distanza un gruppetto di cinque teletubbies stava contando un bel mazzo di banconote. Uno di loro salutò il cavaliere e con la stessa mano sfoggiò una mazzetta al compagno che stava interrogando i fuggitivi, sorridendo beatamente.

“Oh, allora scusate per il disturbo, non vi faremo attendere oltre!” sussurrò il mercenario.

“Ne ero più che certo, buffo esserino!” gli rispose il cavaliere, dandogli qualche violenta pacca sulle spalle.

Il teletubbie si spostò e il cavallo riprese la sua lenta marcia. D'altronde stavano solo scappando sotto uno scroscio d'acqua talmente forte che non si vedeva a più di ottanta metri. Ma non c'era alcuna fretta.

“Giusto per sapere, come gli hai fatto pervenire i soldi?” chiese, tanto per fare, Bla.

“Ah, i miracoli della tecnologia! Al giorno d'oggi con i fax si può trasferire anche denaro.” rispose il cavaliere.

“Ah, che bellezza! Fosse così anche ai nostri tempi!”

“Da dove venite?”

“Dal futuro.” disse palesemente Bla.

“Ah, capisco, brutti tempi, quelli...”

“Beh, dipende...”

Nelle ore successive, mentre il cielo si rischiarava e il cavallo non cambiava la sua velocità, i due discussero sui pro e i contro di vivere nel passato o nel futuro. E anche dei loro gusti in fatto di pizza.


In uno dei punti più alti del castello, due cecchini appostati avevano osservato tutta la scena.

“Diavolo, sono immensamente furbi!” disse uno al compagno.

“Quanto hai ragione, amico. Un giorno o l'altro dovrò farmi insegnare tutti quei trucchi...” rispose l'altro.

“Sono d'accordo.”

Con un'alzata di spalle si misero a giocare a carte, senza pensare minimamente ad avvertire i loro superiori.


Capitolo 4


“Non ho mai apprezzato il viaggio di notte... Cioè, neppure quello di giorno. A dire la verità non mi è mai piaciuto viaggiare, a cavallo per lo meno.” disse il presunto cavaliere.

Durante la notte il cavallo aveva continuato nella sua “sfrenata” corsa, senza che i tre passeggeri facessero nulla. Il cielo si era rasserenato, ed ora all'orizzonte si poteva scorgere il sole fare capolino, con la sua solita aria imbronciata.

Un paio di cuccioli di cavallo verde spiccarono il volo da un colle lì vicino, seguiti subito dopo dai genitori. Al tempo, evidentemente, ancora non esistevano i limiti di velocità, perché i cavalli schizzarono via con una rapidità impressionante; probabilmente i genitori stavano allenando e preparando i propri figli per una delle gare notturne illegali tipiche del Medio Medioevo.

Aaron si svegliò ancora una volta dopo essere svenuto. Stava cominciando a prendere l'abitudine a dormire solo in quel modo. E non andava affatto bene.

“Dove siamo?” chiese con voce impastata.

“Non ne ho la più pallida idea!” gli gridò in faccia Bla, sbucando dal nulla con un sorriso idiota. Quel tipo sembrava non dormire mai e, soprattutto, non essere mai stanco.

“Siamo quasi arrivati.” disse il cavaliere. “Vi sto portando al mio paese, Fasullonia!”

“Ah, bel posto. Suppongo abbia vari significati intrinsechi quel nome...” disse ironico Aaron.

“Probabile. Ma io non li conosco. E di certo non ho voglia di documentarmi. Sapete, sono uno dei fondatori, ma il nome è stato deciso dopo, e soprattutto quando io ero via; ero andato a ritirare le pizze per la cena e mi hanno fregato sul tempo. Maledizione!” rispose il presunto cavaliere, ricordando quei brutti momenti.

Ad Aaron sembrava alquanto improbabile che quell'uomo potesse aver partecipato alla fondazione di una città. Dovette ricredersi, però, quando arrivarono alle porte di Fasullonia. Porte, sì, a detta di qualcuno, perché non ricordavano affatto una porta, neppure vagamente, non erano protette e men che meno controllate.

La visione di quel disastro artificiale chiamato con molto coraggio “città” diede i brividi ai tre malcapitati e pure al cavallo. Nessuno, neppure gli abitanti, riusciva ad abituarsi a quello squallore indescrivibile. Ma purtroppo in molti rimanevano.

“Dio buono, che cesso!” esclamò Aaron.

“Ehi, piano con i complimenti, ragazzo! Non sopravvalutiamo questa discarica...” precisò il cavaliere.

Una vecchia, che si sorreggeva grazie ad un bastone, li vide arrivare. Il suo viso si illuminò. Gettò il bastone (che colpì, uccidendolo, un gatto) e partì a velocità elevata ed alzando un gran polverone. Girò tutte (due) le strade della “città” gridando a squarciagola: “E' tornato! E' tornato!”

“Sembri un dio, qui!” disse eccitato Bla rivolto al cavaliere.

“A dire la verità quella è mia madre. E, soprattutto, si sta riferendo al cavallo...” gli rispose il cavaliere.

Il cavallo si fermò in quella che forse poteva essere considerata una piazza. Subito una grande folla si ammassò attorno all'animale per lodarlo, lasciando così la possibilità ai tre di ritirarsi da tutto quel trambusto.

In mezzo a quella ressa indemoniata, il cavallo stava pensando ad un modo per vendicarsi di tutto il menefreghismo del suo presunto cavaliere. Aveva già trovato svariate soluzioni, ma nessuna di queste lo soddisfaceva, nessuna aveva lo stile adatto per una dolce, violenta vendetta.

I tre entrarono in una baracca fatiscente tanto quanto le altre.

“Benvenuti in casa mia!” disse il cavaliere, mentre con un gesto della mano invitava gli ospiti ad entrare.

E se ne vanta anche? Io non lo farei fossi al posto suo...

Pensò con un notevole grado di disgusto Aaron. Il letto, composto principalmente di rifiuti, era l'unico oggetto riconoscibile a prima vista. Tutto il resto era un ammasso di schifezze, e neppure un'occhiata più attenta poteva rendere l'idea dell'oggetto.

“Credo tu debba spiegarci un sacco di roba...” disse Aaron, mentre, schifato, dava un calcio ad un topo morto per allontanarlo. Solo quando l'animale atterrò Aaron si accorse che effettivamente non era morto.

“Avete ragione.” iniziò il cavaliere, sedendosi. “Prima di tutto lasciate che mi presenti: sono il Conte di Loogh, cavaliere di professione ma non di fama.”

“Ci avrei giurato.” rispose Aaron.

“Loogh, capitale dello zucchero filato, la conoscete, no?” chiese il cavaliere, guardando i suoi ospiti, prima uno e poi l'altro, aspettandosi una risposta positiva.

“Oh, certo...” rispose, più ironico che poté, Aaron.

“Vagamente...” rispose Bla.

“Molto bene, perché questo non c'entra assolutamente nulla, se non per il fatto che sia nato lì.” rispose il Conte.

Prese un oggetto che da lontano poteva assomigliare ad una tazza, ma da vicino allontanava ogni dubbio: non era assolutamente una tazza. Cominciò a giocarci.

“Vedete, non c'è un motivo preciso per il quale vi abbiamo liberati. Solo che in città non volevano vedermi per almeno un paio di giorni...”

“Credo di sapere anche il perché...” disse Aaron sottovoce.

“Davvero? In caso poi me lo dici.” disse Bla, girandosi di scatto verso il compagno.

“Bene, ora che vi ho spiegato tutto...” riprese il cavaliere, alzandosi.

“Cosa? Come “vi ho spiegato tutto”? Tu non ci hai detto nulla, noi non sappiamo niente ed hai finito la frase di prima con un tono che presagiva almeno altre tre ore di racconto...” gridò Aaron, alzandosi di scatto.

“Probabilmente mi hai frainteso.” gli rispose il cavaliere, dirigendosi verso l'uscita, subito seguito da Bla.

Quando i due furono ormai fuori dalla catapecchia, Aaron riuscì a imporre alle proprie gambe di muoversi e di seguirli. Uscì passando per una presunta porta totalmente inesistente; la luce del sole lo accecò per qualche istante. Era straordinario quanto fosse incredibilmente buio in quel buco chiamato casa.

“Come frainteso?” gridò in una direzione a caso, sperando fosse quella presa dal cavaliere.

“Nel senso che non hai capito un tubo.” gli rispose il cavaliere, appena dietro di lui. “Vedi, ora io devo tornarmene nel vecchio e selvaggio West, se non voglio che la popolazione finisca per linciarmi. Ma tranquilli, vi lascio al mio aiutante, siete in buone mani.”

“Ti riferisci a quel giovane là, ubriaco marcio di prima mattina?” chiese speranzoso Bla.

“Esatto mio buon amico!” gli rispose il cavaliere.

“Grande!” esclamò estasiato Bla.

Esterrefatto, Aaron ancora non riusciva a riprendersi da uno shock dietro l'altro. La situazione sembrava peggiorare di secondo in secondo.

Io me la do a gambe.

Provò a dire nuovamente la sua mente. In qualche modo Aaron riuscì ad impedirglielo.

Il cavaliere si fece largo tra la folla e prese a tirare per il collo il suo cavallo. Una volta arrivati in un punto leggermente più libero, salì faticosamente in groppa e partì alzando un gran polverone.

“Addio amici miei!” gridò in lontananza.

“Addio!!” gli rispose Bla, scuotendo un braccio con tutte le sue forze.

Aaron, mosso da volontà altrui, salutò stancamente con un braccio, mentre da dietro cominciarono a volare oggetti piccoli, grandi e mastodontici: probabilmente il popolo voleva liberarsene in fretta, come del cavaliere.


Bla si avvicinò saltellando all'aiutante del Conte.

“Salve!!” lo salutò gridando.

L'aiutante svenne per il troppo alcool ma non per l'urlo di Bla.

“Ah, mi sta già estremamente simpatico!” disse Bla.

“Anche a me, anche a me...” concordò Aaron, tutt'altro che attento e soprattutto tutt'altro che concorde.

Portarono il ragazzo nella casa (ehm... baracca) del cavaliere. Lo fecero sdraiare sul letto di rifiuti e poi si guardarono.

“Ora che si fa?” chiese disperato Aaron.

“Mi ascoltate. A meno che non vogliate più farvi vedere in questo villaggio...” disse una vecchia, sulla porta di casa. In breve tempo i due la identificarono come la madre del Conte.

“L'idea di andarmene da qui e non tornarci mai più mi alletta, devo ammettere...” constatò Aaron.

“Ma non lo farai, perché io ora inizio a parlare.” gli finì la frase la vecchia.

“Come sono felice!” pianse Aaron, buttandosi a terra come un sacco di patate.

“Mio figlio finalmente se ne è andato, spero pure definitivamente.” riprese la donna, entrando nella baracca.

“C'è un motivo perché lo odiate tutti così tanto?” chiese Bla.

“Oh, certamente!” rispose la vecchia.

Rimasero tutti in silenzio per alcuni minuti.

“E sarebbe questo motivo?” la aiutò a riprendere il discorso Aaron, che era sdraiato a terra e teneva il busto alzato puntando i gomiti a terra.

“Sinceramente non ne ho voglia di dirvelo.” rispose.

Bla annuì vigorosamente.

“Ma guarda che novità! Pare di essere in un libro o in un film talmente marcio in cui arrivano personaggi nuovi che sembrano voler raccontare di tutto e di più solo per buttare del tempo, ma poi non si conclude nulla!” disse Aaron.

“Che volete che vi dica? Devo raccontarvi la solita storia della mia vita, di come la mia infanzia sia stata tormentata e di tutte quelle menate melodrammatiche? No! Piuttosto vi racconto di questo posto, giusto per mantenere gli standard di questo tuo fantomatico “film” molto bassi - e la vecchia mimò con le dita le virgolette, in direzione di Aaron, in modo talmente ironico che in molti sarebbero rimasti stupefatti alla scena. - Come ogni marcissima storia che si rispetti, qui a Fasullonia siamo tutti ribelli. Non vogliamo sottometterci alle leggi reali così ci rifugiamo in questo posto. C'è un grande odio con il resto del mondo governato dal re per il nostro comportamento, e pure una grande rivalità. Ma nessuno osa avvicinarsi, date le condizioni di questo posto.”

“Pare ovvio.” disse Aaron con tono neutro.

Con un dito sulla bocca Bla gli intimò di rimanere zitto. Poi prese a parlare lui stesso.


Continue reading this ebook at Smashwords.
Download this book for your ebook reader.
(Pages 1-40 show above.)