Excerpt for Lavoro di Natale (un racconto di Sandrone Dazieri) by P.A. Gardinali, available in its entirety at Smashwords

Che cosa può regalare uno scrittore se non uno scritto? Vorrei dirvi che l'ho preparato per l'occasione, ma mentire non è bello. Ci metto una vita a finire un racconto, anche breve, e in questo periodo, che sono in chiusura del nuovo romanzo, non ci sarei riuscito. Lavoro di Natale l'ho scritto diversi anni fa, subito dopo aver terminato il primo romanzo del Gorilla, o forse in contemporanea. Il racconto rimase nel cassetto, lo pubblicai con qualche variante quattro anni dopo in un'antologia dalla circolazione limitatissima. Poi, come sempre faccio, lo cannibalizzai. Pezzo a pezzo presi personaggi e situazioni e li sparsi nei romanzi del Gorilla che scrissi in seguito mentre il perfido Joepesci diventò anche uno dei protagonisti dello sfortunato film che scrissi sul Gorilla, interpretato dal bravo Antonio Catania. Per alcuni versi, questo racconto mi fa tenerezza, perché mi riporta a tempi lontani. E mi fa piacere ridarlo a voi, miei lettori e amici, mettendolo idealmente sotto il vostro albero di Natale.   

Buone Feste a tutte e a tutti.  

Sandrone Dazieri


LAVORO DI NATALE

 

 

1

Essere inseguiti dalla polizia è un’esperienza mistica. Dialogo sempre con Dio mentre evito tonfa, bandoliere, tirapugni, spranghe di ferro ricoperte di nastro adesivo, mazze da baseball, taser, spray urticanti al peperoncino, calci delle pistole, stivali, spigoli dei walkie-talkie, catene di biciclette, sputi e insulti. Cerco di convincerlo a darmi una mano con qualche effetto speciale o a materializzarmi lontano. Non mi ha mai ascoltato, ma  stavolta sono speranzoso. Invecchiando divento sempre più credulone e poi oggi è Natale.

Corro da cinque minuti senza sapere bene dove andare. L’unica via d’uscita è bloccata dai blindati e il cortile è pieno di sbirri che menano e gente che si fa massacrare. Mi muovo a zig zag tra le macerie, tanto per tirarla in lungo in attesa del miracolo. Al suo posto arriva la punta di un manganello che mi prende la nuca.

Il colpo mi vibra nei denti, accelero sbirciando alle mie spalle. Gli sbirri sono in sei, in formazione a V, con le divise inzaccherate di calcina e fango. Inverto gli zig con gli zag, sperando di confonderli. Ridono, quello più vicino mi allunga un colpo di taglio sulle reni. Barcollo, perdo un passo, cerco di arrampicarmi sul muro artigliando un mattone sporgente. Il mattone si sbriciola, scivolo e ricado. Inutile che provi a rialzarmi. Non ho più fiato: lacrimogeni, età e mancanza d’allenamento. Rimpiango il mio letto, torno ateo, mi accuccio a tartaruga con la testa tra le mani e le ginocchia sotto la pancia. Patetico.

Gli sbirri mi infilano gli stivali sotto le costole e mi voltano. Ho perso gli occhiali, li vedo solo come ombre sfocate, enormi, nerborute e inutilmente su di giri.

“Adesso ti facciamo cagare sangue”, dice uno con accento veneto, un fazzoletto rosso sulla faccia dietro la visiera. Gli tiro un calcione nell’incavo del ginocchio. Non se l’aspettava. Cade all’indietro bestemmiando. I suoi compari innestano la quinta, si fanno crescere tentacoli supplementari per massaggiarmi meglio. Copro la bocca con le mani, sento le dita che scricchiolano.

Finalmente i caporioni urlano in distanza l’adunata tra grida varie e rumore di vetri infranti. Il gruppetto si ferma per mezzo secondo, poi decide di darmi il colpo di grazia. , In due mi tengono fermo il braccio sinistro e il veneto ci salta sopra a canguro. Questo fa proprio male. Ho un piede in bocca, l’urlo ultrasonico mi torna indietro e mi esce dalle orecchie frullandomi la zucca vuota.

Poi mi ammucchiano insieme con gli altri sfigati. Siamo una cinquantina contro il muro perimetrale, tutti quelli che erano sul tetto a lanciare pietre mezz’ora fa. A sinistra c’è un tizio sui cinquanta, con la maglietta di Bob Marley tutta strappata; a destra un ragazzo che si dondola sui talloni come un guerriero masai. Due celerini cercano di farlo stare dritto con le buone maniere abituali, il ragazzo si piega e vomita sangue. Panico tra le divise, proposte di tagliarlo a pezzi e fare sparire il cadavere nella fogna. Un graduato più furbo arriva tirandosi dietro un infermiere dalla pettorina arancione.

L’infermiere è pallido. “ Ma che cazzo gli state facendo? Volete accopparlo?”

I celerini si guardano le scarpe, il graduato allarga le braccia. “Non l’abbiamo neanche toccato.”

“Come no”. L’infermiere è sempre più incazzato.

“Ecco, diamo sempre la colpa alle forze dell’ordine.” Avvicina la faccia a quella del ragazzo, che non lo guarda per via delle pupille rovesciate. “Vero che non ti abbiamo fatto niente, teppista?”

L’infermiere lo sposta. “Si levi.” Tira il braccio del ragazzo sulle spalle e lo issa.

Il graduato gli si para davanti. “Dove ha intenzione di portarlo?”

L’infermiere si ferma e lo fissa. “Secondo lei?”

“Non si può”.

“Peccato”. L’infermiere si allontana con il carico semivivo. Lo applaudo con la mano buona dalla mia posizione da fucilando. 

Il graduato mi tira un calcio nel sedere. “A te non ti faccio andare via, stronzo”.

“E ti pareva”.

Mi palpa, mi fruga, trova il portafoglio. Prende la carta d’identità e sbaglia a leggere il mio nome.  “ E questo cos’è?”, chiede agitandomi davanti al muso il kubotan.

“Il mio portachiavi”. E’ abbastanza vero. Ci attacco le chiavi di casa per appesantirlo. Il kubotan è un bastone di legno lungo una quindicina di centimetri e spesso come un lapis. Si può usare come un tirapugni o ficcarlo nelle narici dei cattivi, se hai la mano ferma.

Il kubotan mi arriva sulla testa. “Sai dove te lo metto il tuo portachiavi?”, dice il graduato.

 “Ma a natale non bisognerebbe essere tutti più buoni? Che cosa è successo? Non ti hanno dato il panettone della polizia?”.

Altro calcio, colpisco il muro con la fronte.

“Dritto!”

Obbedisco aiutandomi con le parti sane. Le dita della mano sinistra hanno cominciato a gonfiarsi e pulsano. Altro calcio, altra zuccata.

“Ne abbiamo per un pezzo?”, chiedo.

Invece di rispondere mi tira un altro calcio. Poi passa ad allietare il prossimo della fila.

La conta dura una mezz’ora, alla fine ci fanno salire a sberle sui blindati. Mi sistemo con dieci celerini felici e altri quattro prigionieri malconci. Un ragazzino piange raggomitolato a palla contro la panca, gli altri si tastano il lividi in silenzio. Visto che non c’è più spazio finisco ammanettato al tubo che corre lungo il tetto del blindato, trovatona di qualche designer dalla mente agile.

Uno sbirro tracagnotto mi pinza la guancia con le dita guantate. Ha un buco nella visiera del casco dove la biglia d’acciaio lanciata dalla fionda lo ha centrato. L’occhio sinistro del ciccione è chiuso e gonfio.

La mia guancia subisce una torsione di novanta gradi “Sei stato tu, eh, pezzo di merda.”

 Biascico qualcosa, non lo convinco. Passa a torcermi qualcos’altro.

Il resto del viaggio è poco divertente, con me nella parte del cotechino appeso a maturare. Per fortuna, almeno è breve. Quando mi scaricano alla questura centrale di Milano respiro ancora, anche se solo dalla bocca. Sul portone ci sono giornalisti e fotografi che si sgomitano con una piccola delegazione dei centri sociali. I ragazzi sono arrivati un po’ tardi per dare manforte, ma siamo in periodo festivo, non si può pretendere troppo. Qualcuno saluta a pugno chiuso mentre scendo, scambiandomi per un altro. Un pennivendolo commenta ad alta voce: “Hai visto? C’è anche un bianco”.

Chissà come ha fatto a capirlo, conciato come sono. 

 

2

Nell’estate del 1994 lavoravo in un night club. Stava in una via vicino alla stazione Centrale, una di quelle grigie e squadrate, e bisognava sapere che c’era per distinguerlo dalle mercerie all’ingrosso dei numeri accanto. Niente insegne, niente scritte, niente tappeto rosso. Solo una porta di legno con un campanello e una vetrina scura. Se appoggiavi la faccia al vetro vedevi solo la scrivania della reception davanti a una tenda nera.

 Il resto del locale era anche più squallido. Una sala tristanzuola decorata a ideogrammi d’oro, tavolini bassi, camerieri pallidi in divisa. I clienti erano tutti giapponesi, come il personale. Tranne me. Mi avevano assunto per tenere fuori gli indigeni. I bianchi non erano ammessi, e neanche i cinesi, o i neri. Solo figli del Sol levante, possibilmente granosi. Quando un italiano sbagliava a infilare la porta, intervenivo io con un gran sorriso, spiegando che si trattava di un club privato. Nel rarissimo caso che l’italiano insistesse, dovevo spiegare che per l’iscrizione era necessaria la presentazione di due soci. Ne conoscevano qualcuno? No? Peccato.

C’era anche la terza opzione, quella che l’italiano cercasse di superare la tenda e dare un’occhiata. Allora avrei dovuto fare la faccia brutta. Ma non capitava mai. L’ingresso gelido e la sensazione di aver messo piede in un covo della yakuza bastava per far desistere i curiosi.

In realtà, non era un locale di mafiosi, per quello che potevo capirci. Solo un posto per rilassare uomini d’affari in jet lag. Tra i tavoli giravano ragazze carine, in abito da sera e tacchi alti, truccate di verde e violetto.

Per me, quel lavoro era una pacchia. Non facevo altro che stare su una sedia all’ingresso, vicino il bancone, e pensare ai cavoli miei dalle nove di sera alle cinque del mattino. Poi mi bevevo un caffè e rientravo, mentre il personale cominciava a ribaltare le sedie e passare gli spazzoloni. Arrotondavo accompagnando a casa qualcuna delle ragazze. Con il fard colato e le occhiaie sino al mento non sembravano più tanto giovani. Non mi rivolgevano mai la parola, anche se cercavo di attaccare bottone con il poco giapponese che sapevo. Sorridevano e basta. O non sorridevano neanche.

Anche gli altri che lavoravano lì per lo più  mi ignoravano gentilmente. Saluti formali all’arrivo e alla chiusura, panini dalla cucina e bevande dal bar. Per quanto necessario, ero un estraneo e lo sarei rimasto in mille anni. Era la regola della casa, non una questione di etnia. Ci sono un sacco di giapponesi disponibili al cazzeggio e alla risata. Ho anche passato una notte a bere con un punk di Osaka, che non aveva niente da invidiare a quelli italiani che giravano con i topi sulla spalla.

Al night, però, la chiacchierata più lunga l’avevo fatta il giorno dell’assunzione. Il padrone, un tizio sui cinquanta che fumava con il bocchino d’avorio, aveva letto la mia carta d’identità e il mio curriculum falso, poi mi aveva stretto la mano con la punta delle dita dicendomi quanto mi avrebbe pagato in nero. Fine delle trattative.

Quando lo incontrava inchinava il capo di mezzo millimetro, e avevo studiato allo specchio per rispondergli con la stessa inclinazione. Konban wa, sayonara, all’anima di chi t’ammuorte. 

Al terzo mese avevo scoperto che non si trattava solo di un lavoro noioso. Era la serata di sabato, generalmente la più tranquilla al night, perché i sararimen se ne stavano con le famiglie o tornavano a casa. Per non far vedere che c’era poca gente, quelli del night levavano metà dei tavoli e alzavano la musica a palla. Si chiudeva anche prima. Quella volta, invece, era arrivata una comitiva di gente vestita tutta uguale, con la spilla di una zeibastu sul bavero della giacca. Gruppo aziendale in gita di piacere, le ragazze avevano fatto ala sulla porta per accoglierli ridendo e gridando irassyaimase, irassyaimase: benvenuti. Benvenuti un corno, erano un branco di teste di cazzo. Dopo un’ora erano già sbronzi come cammellieri, e dopo due avevano già cominciato ad attaccar briga con gli altri clienti. Come e perché, non ne ho idea. Da oltre la tenda sentivo solo le urla e il rumore delle stoviglie che si rompevano. Io non mi ero mosso dalla mia postazione. Quello che stava accadendo dentro non mi competeva. Ero pagato per stare all’ingresso, giusto? E per occuparmi dei biancuzzi. In sala c’erano almeno dieci camerieri, potevano cavarsela. Così avevo pensato, raccontandomi un sacco di balle. In verità, dietro la tenda era in corso una rissa, e io di risse vere non ne avevo mai affrontate.

Va bene, avevo scritto sul curriculum di lunghi anni passati alla porta di locali notturni e bordelli, ma era tutto inventato. Avevo solo fatto un po’ di servizio d’ordine ai concerti, e la maggior parte delle volte non mi avevano neanche pagato, visto che erano concerti da centro sociale. Poi c’erano stati gli scontri con la polizia, ma stare in un cordone in mezzo ai tuoi compagni, pigiando e strattonandoti con le divise, non è la stessa cosa che fare a botte sul serio.

A guardare bene, non avevo mai fatto a botte sul serio. E’ una questione di indole. O ci sei portato, e attacchi briga anche all’asilo, oppure sei un tipo tranquillo e l’idea di colpire un altro essere umano non è che ti passi per la mente tanto spesso. Nei tuoi sogni ti puoi anche vedere fare a botte come Bruce Lee, ma nella vita reale è un po’ diverso. Intanto, quando colpisci qualcuno questo soffre. Può essere anche l’ultimo figlio di cane sulla faccia della terra, ma quando soffre, e ti guarda con gli occhioni tristi tenendosi la parte dolente, qualcosa dentro di te reagisce. O dovrebbe farlo. Nella mia vita ho conosciuto simpatici esseri che avevano un erezione se qualcuno soffriva a causa loro, ma io non ero di quella schiera.

Poi colpire qualcuno fa anche un po’ schifo. La carne che si rompe, il sangue. I lividi. Senza contare che il tipo che cerchi di menare, magari si incavola ancora di più e ti gonfia. Non faceva per me, grazie.

Per darmi un contegno, avevo strizzato l’occhio alla guardarobiera, sempre più pallida e rigida davanti agli impermeabili appesi. Le avevo detto qualcosa di carino, che tanto non poteva capire, e mi ero seduto con la schiena alla tenda, sperando di non beccarmi qualcosa di rimbalzo dalla sala.

Poi era arrivato il maitre. Era piombato nell’atrio gridando, il sangue che gli colava dalla fronte e la giacca strappata che gli penzolava sul sedere. Non spiccicava una sillaba in italiano, e non mi aveva dato il tempo di discutere. Mi aveva sollevato di peso dalla sedia e mi aveva spinto in sala. Letteralmente spinto. Ero arrivato tra i tavoli scivolando sul pavimento come un pattinatore. E lì mi ero bloccato. Ci saranno stati una trentina di clienti e si stavano picchiando tutti, se escludiamo quelli che erano già stesi sul pavimento. I tavoli erano rovesciati, le sedie a pezzi, e c’era sangue. Un sacco di sangue dappertutto. Colava dalle facce e dai corpi, formava pozze per terra. Non era una semplice rissa da bar, lì stavano cercando di ammazzarsi.

 Un giovane della comitiva aveva in mano un coltello e lo agitava roteando su se stesso, un cameriere cercava di proteggersi la testa mentre un tizio grande e grosso gli apriva la testa a calci. Una ragazza gridava roggomitolata in un angolo.

Ero rimasto a guardare, al centro della sala, con la pancia annodata e il cervello spento. Pensavo: Adesso mi volto e me ne vado. Scappo e da queste parti ci torno solo da vecchio, a raccontare ai nipotini come me la sono cavata per miracolo, scoprendo che la mia vera vocazione era la poesia o il cucito.

Avevo già cominciato ad arretrare. Un altro minuto e sarei riuscito a infilare la porta. Un solo, merdoso, minuto.  Invece, un tizio con il completo blu inzaccherato di wasabi mi aveva colpito in faccia con un vassoio d’argento. Non l’avevo neanche visto arrivare, preso com’ero a progettare la mia fuga. Mi ero trovato per terra con il naso rotto, al centro di un piccolo turbine di masserizie e bicchieri. Poi il tizio del vassoio mi aveva tirato un calcio in faccia. Era stato quello a salvarmi. Il dolore era stato tale che avevo smesso di capire, e mi ero messo ad agire come un animale. Testate, calci, morsi e dita negli occhi. Poi qualcuno aveva rovesciato un fornello ad alcool e il fumo aveva cominciato a riempire la sala.

Quando ero uscito dal pronto soccorso, al night c’erano ancora i pompieri a spegnere l’incendio. Il mio debutto da gorilla era stato decisamente esplosivo.

 

3

 

Ci lasciano un paio di ore nel cortile della questura. Solo le dieci del mattino, i pochi civili che entrano a fare denuncie nonostante la data ci guardano con gli occhi di fuori, mentre i sorveglianti gli fanno segno di proseguire.

Noi siamo seduti sull’acciottolato, con il divieto di muoverci, parlare ad alta voce o andare al cesso, ma il clima è tranquillo. Non ci fosse un freddo becco, potrebbe essere un simpatico pomeriggio di vacanza. Gli sbirri si limitano a pattugliare l’area, e sono sbirri d’ufficio, che non hanno partecipato alla mattanza. Immagino che la forza d’attacco sia nelle docce a schiaffeggiarsi con gli asciugamani e a fare gara di peti. Vicino a me un ragazzo ridacchia leccandosi il sangue dal naso, la schiena magra appoggiata a un panettone di cemento.

“Meglio che al cinema, eh?”, gli chiedo.

Sorride. Gli mancano due denti davanti, ma sembrava una vecchia ferita. Tutto sommato, è in condizioni migliori delle mie. Quasi tutti sembrano in condizioni migliori delle mie, ma potrei sbagliarmi. Con l’età sono diventato lamentoso.

 Il ragazzo mi strizza l’occhio.“Gliela abbiamo fatta vedere a quei bastardi”, dice in francese.

 “Io ho corso tutto il tempo” rispondo nella sua lingua.

Mi batte sulla spalla. E’ un gesto amichevole, ma lì c’è un livido e mi fa male. “Tu non conti, eri un ospite.”

“Dovevi dirlo a loro, fratello”.

Un questurino comincia a chiamare nomi arabi, incespicando sulle lettere e la pronuncia. Una trentina di malconci resistenti, algerini ed egiziani, viene caricato su un pullman nero con i vetri oscurati. Sono quelli senza permesso di soggiorno, i pochi rimasti sino all’ultimo. La maggior parte ha levato le tende prima dello sgombero, annusando l’aria grama. Se ne sono andati caricando masserizie in poche automobili scassate o portandole sulla testa. Sembravano gli immigrati siculi del boom, solo più scuri e con meno speranze di un futuro prospero. Nella ex fabbrica erano rimasti solo i più arrabbiati, e quelli stanchi di farsi muovere come pacchi da un posto all’altro. Da una casa occupata a una cascina diroccata a una roulotte arrugginita in qualche campo senza acqua corrente. E poi, diamine, dovevano cucinarsi il cenone, un’abitudine diffusa anche tra chi non crede in Gesù Bambino.

Di mio, ero convinto che lo sgombero sarebbe stato rimandato a una data più tranquilla. Occorre un certo cattivo gusto per buttare la gente in strada il giorno di Natale, ed era una buona occasione mostrare il cuore d’oro dei poliziotti. Me li vedevo arrivare in delegazione, con una bandiera bianca sventolante e un carico di pandori e coperte, come nei film americani. L’avevo detto ai miei colleghi di sventura, mentre ci facevamo il brindisi della Vigilia passandoci un cartone di Tavernello rosè attorno a un fuoco di bivacco. Non li avevo convinti, soprattutto Babbo Natale Povero, un algerino che si era travestito con un costume raccattato in una pattumiera fuori della Rinascente, e che aveva passato la sera a far ridere gli altri. Il costume gli pendeva addosso, ma alla luce tremolante delle fiamme l’effetto era quasi passabile. Babbo Natale Povero si era grattato le parti basse attraverso un buco nei pantacollant, poi aveva detto. “A noi i regali non ce li fanno, noi i regali ce li dobbiamo prendere.”

Aveva ragione lui, naturalmente. La delegazione degli sbirri era arrivata, ma all’alba e con una fila di blindati di cui non si vedeva la fine. Babbo Natale Povero era stato uno dei primi a essere beccato. Era volato dalla finestra del primo piano, abito rosso e tutto. Lo sbirro che l’aveva spinto gli aveva urlato dietro. “La prossima volta portati le renne, pirla”. 

     Dalla mia posizione sul tetto lo avevo visto steso con le braccia a croce, e faceva una certa impressione con il sangue che gli usciva dal naso. Era stato lì che mi ero fatto prestare la fionda e avevo fatto il centro della mia vita. Lo sbirro delle renne si era afferrato la faccia bestemmiando, sparendo dalla finestra. Poi mi ero messo a correre.

 

 

Il pullman è stato riempito e si mette in moto in una nuvola di gas di scarico. Adesso ai clandestini  tocca una breve tappa al centro di detenzione più vicino, una baraccopoli in lamiera circondata da filo spinato à la Dachau. Poi tempo una settimana saranno imbarcati sul primo aereo destinazione terra d’origine.

Partono. Babbo Natale Povero è stato stivato con gli altri. Appiccica la faccia al finestrino posteriore e mi saluta, agitando i brandelli del costume. Non ho il coraggio di guardarlo e abbasso gli occhi sino a quando il rumore del motore scompare in lontananza. Il portone si richiude con un rumore di cardini rugginosi.

Rimaniamo in quindici con i documenti in regola. Facciamo scommesse sul futuro prossimo mentre i guardiani si avvicendano. Uno di quelli nuovi è un agente della Digos, con i capelli bianchi e la faccia di chi ha di meglio da fare che sorvegliare  quattro straccioni. In effetti ha una carriera luminosa alle spalle, Brigate Rosse, conflitti a fuoco e simili. Non riesco a vederlo bene senza occhiali, ma mi sembra molto vecchio. Viene da pensare quando lo sbirro che ti rincorreva in piazza, agile e feroce, adesso sembra tuo nonno. Significa che anche tu non sei più un giovanotto, e avresti come minimo dovuto imparare la lezione.

Aspetto che mi passi vicino e gli faccio ciao con la manina. Finge di non vedermi, ma un collega gli dà di gomito ridendo. Il collega è una nuova leva, indistinguibile da un padroncino del nord est, rayban, cappotto cammello e tutto. Almeno ai miei tempi gli sbirri sembravano sbirri. Non che lui non sembri uno sbirro, intendiamoci, ma gli manca lo stile.

 Striscio al margine della zona sorvegliata, i jeans del vecchio si fermano a qualche centimetro dal mio naso. Mi allunga una sigaretta e me l’accende, il gesto più comune tra prigioniero e piantone. I colleghi guardano indignati, noi ce la raccontiamo dei bei tempi, un elenco di morti e di scomparsi da mettere tristezza. Adesso fa lavoro d’ufficio e non porta più neanche il cannone. Lo teneva in cassaforte ed è sparito insieme con il resto della roba quando gli hanno vuotato l’appartamento. Non ne ha chiesto un altro, aspetta la pensione e lascia che siano gli altri a menarsela.

Passa un’altra mezzora. Il mio ex compagno di giochi va a casa a mangiare il capitone, io scommetto con un giovane eritreo italiano di terza generazione che ci molleranno. Il conto dei feriti è a nostro vantaggio, l’operazione è stata rapida e veloce. Inutile complicarsi la vita sotto le feste, e le galere sono piene.

Vinco la scommessa, guadagnando la lussuosa posta di una sigaretta ciancicata aromatizzata al vino. Il nuovo piantone ricomincia a elencare nomi. I chiamati ricevono indietro i documenti, un verbale di fermo e il cortese invito a levarsi dalle palle.

Io sono in fondo. Quando arrivo al portone, i miei compagni di prigionia si stanno già abbracciando con amici, parenti e cani, mentre la delegazione dei centri sociali li porta in trionfo.  Io striscio lentamente verso il posteggio dei taxi. Il primo della fila è guidato da un tizio in età da rottamazione; fa le parole incrociate con una copertina sulle ginocchia.

Guarda la mia mise da sopra gli occhiali. Ho solo una scarpa, gli abiti laceri e sozzi di fango e sangue secchi. “E dovrei farla salire conciato così?”

“Posso pagare, buon uomo.”

“E mi paga anche i sedili, se me li sporca? Io non la carico.” Torna a rivolgere la sua attenzione alla rivista. Tre orizzontale: categoria professionale ad alto tasso di reazionari che non paga le tasse. “Chieda ai colleghi”.

Percorro tutta la fila. L’ultimo ha la bandierina della pace sull’antenna e si lascia impietosire. Peccato che a questo punto mi sovvenga che il mio portafoglio è rimasto sotto sequestro. In un flash mi rivedo a fare tutte le trafile per rifare i documenti, una forma di tortura raffinata. 

Una mano sul braccio mi distrae. E’ tozza, piena di anelli, e attaccata a un braccio anche più tozzo. Guardo il resto con orrore. Un caschetto di capelli tinti color mogano, un completo rosa shocking, una cravatta con le donnine nude, un paio di scarpe di coccodrillo con i rialzi, un cappotto giallo con il colletto di pelo finto. Sembra un fantasista di quei circhi di provincia che fanno ballare le galline a colpi di frusta, ma osservandolo da vicino, negli occhietti maligni sepolti tra le rughe, si capisce che è un mascalzone pericoloso.

“Posso darti un passaggio?” gracchia. Ha la voce di chi fuma sei pacchetti al giorno.

“Vado a piedi. Grazie”

Mi allontano al centimetro l’ora concesso dalle mie condizioni. Il tizio mi trotterella davanti. “Aspetta. Non sono uno scocciatore. O meglio, non sono uno scocciatore qualsiasi.” Ridacchia. “Sono Franco Altieri. Ma mi chiamano tutti Joepesci, come l’attore. Tutto attaccato”.

Mi fermo. Il nome di Joepesci è famoso nell’ambiente. Mi sbagliavo sul fatto che è un mascalzone. E’ “IL” mascalzone. Professione: Investigatore privato. Con la licenza, tanto per far capire come gira il mondo. Lavora per il bel mondo, per questo non ci siamo mai incontrati. Pedina mogli, procura battone, recupera crediti, fornisce tabulati di telefonate, piazza microspie nei cassetti. La legge sulla privacy gli fa un baffo, come il segreto professionale. Costa caro, e si fa pagare ancora di più quando si muove nell’ambito penale. E’ specializzato in omicidi. Cerca prove a discarico, possibilmente buttando merda sugli inquirenti o sui testimoni. E’ esperto nell’intorbidare le acque, nel mescolare le carte. Fruga nella vita privata, perquisisce case e appartamenti, e mantiene un sacco di famiglie a suon di mazzette. Sul suo libro paga ci sono poliziotti, medici, addetti al catasto, avvocati, altri investigatori, buttafuori, criminologi, periti, psichiatri. Se un cliente non ha abbastanza quattrini, glieli presta lui con una piccola finanziaria off-shore di cui è socio. E’ la holding della mondezza, il re dei frugamerda.

Non credo che passi per caso. Ed è strano. Quelli come me di solito non gli interessano.

Mi fermo. “Che vuoi?”

“Darti un passaggio, te l’ho detto. E’ lunga fino a casa tua”.

Sa dove abito, non c’è da stupirsi visto il tipo. “Perché?”

“Ti voglio parlare di una cosa. Liberamente. Che ti costa?”

Fatica e orgoglio, mi costa. Ma mi vedo in metropolitana additato dai passeggeri e bloccato dai controllori. Accetto, anche se preferirei un carro funebre.

 

L’auto di Joepesci è parcheggiata poco distante, in doppia fila. Una Mercedes lustra di cera d’api, con lo scudetto della polizia appeso allo specchietto.

Jopesci fa scattare l’antifurto, toglie la multa da sotto il tergicristallo e sale a bordo.

Esito.

Si sporge dal mio lato. “Sali o no?”

Cedo.

 Joepesci infila il cellulare nell’impianto viva voce. L’interno è tutto radica e pelle, odora di nuovo e dopobarba da poco prezzo. Agita la multa. “Questa me la faccio togliere. Sono qui per lavoro”.

“Che lavoro?”

“Curioso.” Mette in moto.

Il sedile si gonfia sotto la mia schiena, in modo confortevole. “Bella macchina da pappone. Complimenti” dico.

“Non è mia” risponde Joepesci. “E’ di un cliente moroso. Già che ci penso, inutile che mi faccia togliere la multa. Sono cazzi suoi.” La rimette sul cruscotto, dove ce ne sono già un’altra decina. Se il suo cliente non paga, tra un po’ gli pignoreranno anche la casa. Il bracciolo è movibile. “E qui cosa c’è? Il vibratore?”

“Frigobar. Prendi quello che vuoi. Offre la ditta”.

 Pesco una mignon di whisky, stappo e bevo. Il liquore mi brucia le labbra spaccate, le gengive sanguinanti e la gola arsa. Non sento neanche il sapore, solo un piacevole calore nello stomaco che si irradia nei lividi.

Reinfilo al suo posto e ne prendo un’altra. Cognac. Altro giro di calore.

Joepesci si accende un sigaro cubano grosso come una luganega. “Ne vuoi uno?”

“No.”

“Ci sono delle sigarette nel cruscotto. Se vuoi piglia”.

Lo faccio e l’accendo con un l’accendino a molla. Ci infiliamo nel traffico scarso delle feste comandate.

“Ti hanno conciato per bene, eh?” Dice.

“Non me n’ero accorto.”Stringo le palpebre per fissarlo meglio. Ai miei occhi miopi la sua espressione rimane confusa. “E quindi?”

“Calma. Il viaggio è lungo. Che cosa hai raccontato agli sbirri, là dentro?”

“Non mi hanno fatto domande.”

“Ma se te le avessero fatte?”

Mi appoggio contro lo schienale. Ha dei sensori dentro, si gonfia e si sgonfia adattandosi alle forma del mio culo. Niente male. “Avrei detto la verità. Ero lì per dare solidarietà a dei poveri immigrati.”

“Ah.”  Dice. “Ah. Ah.” Ci metto qualche istante a capire che sta ridendo. “So tutto di te, bello mio. Tu hai smesso di occuparti di politica quando Bettino Craxi metteva ancora le mani nella marmellata. Tu eri lì a lavorare.”

“Davvero?”

“Ma certo. Una ragazza scappa di casa, e i genitori assumono te per riportarla indietro. Giusto?”

“E se fosse?”

“Non ‘e se fosse’. E’ così. L’incarico te l’hanno dato due settimane fa. E sei finito nell’occupazione della fabbrica, con una pessima scelta di tempi. Sapevi dello sgombero immagino.” Non dico niente. “ Cos’è volevi evitare che la ragazza si facesse male, collega?”

Sbuffo il fumo. Brucia anche quello in bocca. Brucia tutto. “Non sono un tuo collega”.

Ridacchia. “Da che punto di vista? Tecnicamente hai ragione. Non hai la licenza e ti fai pagare poco. Ma stiamo nello stesso campo. I cazzi degli altri. Però, vedi, a differenza di te, io non credo mai ai genitori preoccupati. La stronzetta era in Val d’Aosta a sciare con una sua amica. Sono andato a recuperarla stamattina, mentre tu eri a prendere le mazzate.”

“E la storia che si voleva opporre alla società dei consumi?”

“Tutte cazzate. Mai credere ai genitori, soprattutto se ricchi. Quella non dorme da nessuna parte dove non ci sia una jacuzzi e un maggiordomo. Però i suoi hanno ceduto. Le comprano il cavallo.”

“Spero che la calpesti.”

“Posso corrompere lo stalliere, se ci tieni. Ma ti costerà”.

Ci rifletto per mezzo secondo. “Lascia stare” dico poi.

“Ti volevo avvisare stamattina, una cortesia da colleghi, ma avevi il cellulare staccato.”

“Non era staccato. Un celerino ha cercato di farmelo mangiare.” 

“Fesso tu che sei rimasto.”

 “Mi piaceva la compagnia. I miei soldi?”

Siamo arrivati a casa mia. Joepesci si blocca davanti al portone. “Spiacente.” Dice aprendomi la porta. “Il tuo contratto è stato rescisso per inadempienza.” Allarga le braccia. “Mi dispiace collega, buon Natale.”

Gli sorrido. “Buon natale anche a te.” Lo abbraccio. Non se lo aspettava. Rimane come un salame a vedermi scendere. Forse si aspettava mi mettessi a piangere, non so.

 Lo vedo guardarmi dallo specchietto retrovisore, il volto perplesso, prima di dare gas.

 

 4

 

Se al night giapponese, quella sera, mi fossi fatto massacrare senza reagire, con ogni probabilità adesso starei facendo un lavoro che non mi costringe a tornare a casa pesto e sanguinante ogni due per tre e quelli come Joepesci non incrocerebbero mai la mia strada, insieme con le ragazzine ricche che si divertono a mandare in crisi i genitori.

 Però ci sono dei vantaggi anche a fare un mestiere come il mio. Per esempio, stamattina, mentre aspettavo la polizia fumando l’ultima sigaretta del pacchetto, ho guardato il cielo. Ero seduto sul bordo del vecchio tetto diroccato, con la schiena appoggiata a un camino, e mi sono goduto una delle albe più belle della mia vita, con il cielo incendiato dagli idrocarburi in un colore da cartone animato giapponese o da romanzo di Salgari. Mi sono sentito in pace con me stesso, e dalla parte giusta, per una volta. E poi, a fare un mestiere come il mio, si conoscono un sacco di persone che possono insegnarti un sacco di trucchi. Come sfilare il portafoglio ai coglioni che vanno in giro a fregare i colleghi. Basta un abbraccio e la mano lesta.

Nel portafoglio di Joepesci ci sono abbastanza soldi per  un cenone di lusso, con qualcuno che ha voglia di sentire i racconti di guerra di un Gorilla malandato. Aveva ragione Babbo Natale Povero: gli unici regali per quelli come noi sono quelli che ci prendiamo.

 Entro in casa accompagnato dai rumori dei vicini che stappano lo spumante davanti alla televisione.


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