Published by Alessio Castaldi at Smashwords
I SENSIBILI
1 - IL
MOSTRO
22
Agosto
Sono un mostro.
Una dannata bestia, assetata di
sangue.
23 Agosto
Ho fame, ho una maledetta fame, questo
caldo mi fa stare male, sono in preda ad un raptus.
Devo fermare
la mia sete, devo calmare la mia fame. Non devo dare troppo
nell'occhio però, devo stare attento, molto attento.
Il mio
istinto irrefrenabile non mi permette di fare distinzioni.
24
Agosto
Mi sono fermato in un parcheggio, un luogo di ritrovo per
coppiette.
Nella
strada vicina nemmeno una macchina.
Mi sono eccitato molto, la
situazione ha fatto salire in me la voglia di sangue, la necessità
di sangue.
Ho visto giovani corpi strusciarsi, unirsi, il loro
sudore ha aumentato la mia eccitazione.
La macchina odorava di
sesso!
I finestrini mezzi abbassati, i giovani erano là, a
portata di mano, avrei potuto posare le braccia sul
finestrino ed
entrare, prendere quei corpi indifesi, abbeverarmi del loro sangue.
Ho visto diverse macchine nel parcheggio, ho deciso di non fare
nulla.
Molti pensano che quelli come me, agiscano mossi solo dal
puro istinto, non è così.
25 Agosto
Sono al limite, non
ce la faccio più, sto per esplodere, devo trovare una vittima, non
riesco neanche a controllare i miei movimenti.
Ho girovagato
tutta la mattina senza meta, senza colpire, in attesa di scovare la
mia preda.
Sono passato davanti ad un bar, l'odore del latte mi
ha fatto venire il voltastomaco.
Ho visto diverse persone fare colazione, mangiare avidamente brioche alla crema e pastarelle di ogni genere.
Che
schifo, se sapessero che buon sapore ha il sangue, non perderebbero
tempo, con quelle schifezze.
Ho passato 20 minuti dentro il bagno
del locale.
Un paio di cessi e un lavandino mezzo sfondato.
I muri
imbrattati di scritte e numeri di telefono, in alto diverse macchie
di muffa, soprattutto ai lati.
Ho atteso invano, non è entrato
nessuno.
Sarei stato pronto a colpire, non mi avrebbe visto nessuno, nemmeno la vittima.
L’avrei
colta da dietro, senza dargli neanche il tempo di capire e me ne
sarei andato, come se nulla fosse.
Devo fare attenzione, non devo
lasciarmi trasportare dall'istinto, devo agire a colpo sicuro.
Non
sopporto più questo maledetto caldo, se non faccio qualcosa sento
che potrei anche morire.
26 Agosto
È sera.
È ora.
È finalmente l'ora di muoversi, l'ora di agire.
Assaporo già
il gusto del sangue della mia vittima, neanche fossi un vampiro.
Ho
seguito da lontano una bionda entrare dentro casa.
Sono rimasto
in strada, la costante cantilena delle cicale, mi riempie le
orecchie, mi infastidisce, mi innervosisce più del dovuto.
Ho
paura, paura ed eccitazione.
Paura che qualcosa possa andare
storto.
Vedo la luce della camera da letto della ragazza rimanere
accesa.
Si
intravede qualcosa dalle tende, una sagoma e nulla più.
Rimango
in attesa che la spenga, ma niente.
Passano almeno 20 minuti,
niente ancora.
Vorrei salire, affacciarmi dalla sua finestra per
dare un sbirciata ma non posso rischiare.
Sto fisso con gli occhi sulla stanza e non mi schiodo.
Tutto intorno c’è silenzio, solo quelle maledette cicale che condiscono l’atmosfera.
È
notte ormai.
La luce si spegne. Finalmente!
La bionda vive al
primo piano, in una palazzina singola composta da una decina di
appartamenti, è un gioco da ragazzi per me salire.
Come previsto
ha lasciato la finestra aperta.
L'ansia mi assale, finalmente una
vittima a portata di mano.
Ho fatto un buon lavoro, ora non posso
più sbagliare.
Entro e inizio a sentirmi più sicuro, come un calciatore che vede la sua palla destinata alla rete, come uno studente pronto ad un esame.
So
tutto, conosco perfettamente ogni minima mossa che devo fare.
Mi
avvicino lento, evito di fare rumore.
La stanza è piccola, al lato una scrivania piena di fogli, alcuni disegni.
Forse fa la grafica pubblicitaria, noto qualche frase tipica da spot televisivo.
È buio ma ci vedo benissimo.
Sopra
il letto, due mensole con qualche libro, niente d’interessante,
alcuni classici e la biografia del cantante dei Metallica.
Ha un
corpo fantastico, carnagione chiara, una pelle liscia, deve essersi
appena fatta una ceretta.
I capelli morbidi e curati, raccolti da una fascia di colore bianco.
Riesco a percepirne l’odore anche da lontano, sento il profumo dello shampoo che utilizza, “Panten”.
Ha il naso lungo e a punta ma non le stona, sta bene su quel visino angelico.
Come dorme, è bellissima, è quasi un peccato che debba farlo proprio a lei, ma devo assolutamente farlo.
La
osservo bene, avrà circa vent'anni, poco più.
Le poso le mani
sul collo, il suo respiro è lento, è sereno, ancora per poco penso.
Le stringo le mani sulla gola, mi avvicino con la bocca, e
affondo i denti nella carne.
Sento che si conficcano ben dentro,
ho colto una vena.
Il sangue inizia a sgorgare ed io a
nutrirmene.
Ha un sapore buonissimo, è dolce, dolce come il miele.
Chiudo
gli occhi per godermi al meglio il momento, non voglio perdere un
solo instante.
Poi un lampo, la ragazza apre gli occhi.
Si è
accorta di me.
Non fa nulla ormai è tardi, ormai è in mio
potere.
Affondo
i denti ancor di più, per evitare che riesca a dimenarsi e per
succhiare ogni minima goccia del suo prezioso sangue.
La ragazza
si agita, sento muoversi qualcosa nell'aria.
Un colpo.
Crollo.
Le cado addosso, all'altezza delle ginocchia.
Lei accende la
luce, probabilmente per capire cosa stia succedendo.
Sono
stordito, non riesco a capire nulla, non riesco a mettere a fuoco.
Ecco, mi guarda.
“Dannata
zanzara!!!” esclama.
La guardo, sento
muoversi una mano nell'aria, vedo a malapena la luce della lampada, e
poi…
il buio.
2 - IL VERME
Baco da seta
Silvia aveva appena compiuto 18 anni ma la gente a stento la considerava una donna, forse per quelle sue tenere guance rosse oppure per quegli occhi impauriti.
Il suo ultimo anno di scuola stava andando davvero male.
L’esame era vicino, mancavano solo alcune settimane e la ragazza si rendeva conto di non sentirsi affatto pronta per sostenere una simile prova di maturità.
Claudio era nel pieno dei suoi 36 anni, un impiegato di banca, da tutti considerato una persona seria, matura, responsabile, un uomo.
Non si era mai sposato, forse perché non aveva trovato la donna giusta o forse perché, dentro di sé, aveva sempre provato un innato desiderio di libertà, tipico di chi ha uno spirito avventuriero, ma è represso dai sensi del dovere e di giustizia che la società gli ha imposto.
Quando la professoressa di matematica dichiarò a Silvia che l’avrebbe portata con 4 agli esami di maturità, mancavano solo 3 settimane alla prima prova scritta e la studentessa, impaurita, si rintanò dentro casa a studiare.
Driiiinnnn, Silvia al telefono!!!!!!
Silvia – Pronto?
Fabio – Ciao tesoro sono io, come stai?
Silvia – Ah ciao amore, insomma non tanto bene. Oggi la professoressa di matematica mi ha detto che mi porterà con 4 agli esami, quella è davvero una stronza. Ce l’ha con me, te lo dico io!
Fabio – Ma dai tesoro, vedrai che ce la farai! In fondo te la sei sempre cavata, no?
Silvia – Certo, ti ringrazio amore… meno male che ci sei tu, so che potrò sempre contare su di te, sei una persona unica.
Fabio – Lo sai che ti voglio bene, e vedrai che, se ti concentrerai e rimarrai tranquilla, passerai sicuramente questo maledetto esame.
Fabio era un ragazzo veramente impagabile. Ventitreenne, aveva già una buona occupazione alle poste, si era diplomato al liceo classico e ora stava frequentando la facoltà di lettere all’università.
Con Silvia erano fidanzati ormai da 3 anni e lui le voleva molto bene.
Come nel più classico degli incontri, si erano conosciuti tramite amici in comune e in effetti i due giovani ragazzi abitavano abbastanza vicino, entrambi alla periferia di Roma.
Frequentavano la sala giochi di Centocelle e il loro primo burrascoso incontro era avvenuto proprio nel parcheggio davanti al locale.
Fabio era con i suoi amici sull’uscio della sala giochi e teneva ben d’occhio il suo motorino, del quale era particolarmente geloso.
Silvia invece, arrivava sparata a tutta manetta dalla strada principale con il suo nuovo scooter, ma era ancora alle prime armi.
Dosò male la frenata e travolse in pieno il motorino del povero Fabio.
Il giovane indiavolato si scagliò come una furia contro la ragazza, ma quando vide che era solo una bambina impaurita, non ebbe più il coraggio di inveire contro di lei, anzi si scusò per l’eccessiva reazione e, quasi ammaliato da quegli occhi azzurri, diventò docile come un cagnolino.
Con la scusa dell’incidente, il ragazzo prese il suo numero di telefono ma Fabio era un timido, quindi solo grazie all’aiuto di un suo amico che conosceva la fanciulla riuscì ad organizzare un appuntamento con lei.
Quell’amico in comune ero io.
Silvia abitava nel mio stesso palazzo e più di una volta avevo avuto l’occasione di parlare con lei. Non mi era mai interessata! La ritenevo troppo superficiale, una bambina, e credevo che uno come me non avrebbe mai potuto avere qualcosa in comune con lei.
Quando Fabio mi chiese di organizzargli un incontro, accettai subito. Ero convinto che sarebbe stata la ragazza giusta per lui, vedevo diverse affinità tra di loro e sentivo che Fabio nutriva un certo interesse soprattutto per il suo aspetto fisico, così non esitai a dargli un mano, in nome dell’amicizia che ci teneva legati fin da bambini.
Quando proposi a Silvia di uscire con Fabio, sembrava che la ragazza non stesse aspettando altro.
In effetti Silvia era la tipica ragazzina attratta dalla pseudo maturità di un giovincello appena maggiorenne.
La fanciulla, come tutte le sue coetanee, mostrava un grande interesse per i ragazzi più grandi, ed in più Fabio aveva anche la macchina, un elemento che gli faceva acquistare punti con l’altro sesso.
Il feeling tra di loro fu subito intenso e non ci fu nemmeno più bisogno del mio aiuto. Le cose nel loro rapporto scivolarono nel giusto verso senza particolari intoppi.
Erano passati tre anni da quell’incontro e tra di loro era sempre filato tutto liscio.
Io dal canto mio ero sempre rimasto grande amico di Fabio, cercavo di ritagliarmi il mio spazio nei momenti in cui lui non vedeva Silvia, e la nostra amicizia era ormai radicata da un legame davvero saldo.
La ragazza aveva sempre mostrato gelosia nei miei confronti; quando ci vedeva scherzare insieme percepiva negli occhi di Fabio la felicità e questo la innervosiva. Da parte mia facevo di tutto per cercare di avere il più possibile Fabio al mio fianco, era sempre stato il mio migliore amico e in fondo lei era arrivata più tardi di me.
Tuttavia Silvia tentava di non far trasparire il suo senso di gelosia, e soprattutto lo teneva nascosto a Fabio. Riteneva inutile fare polemica con lui, anche se talvolta tirava su certe battutine abbastanza piccanti che il ragazzo con grande maturità aveva sempre fatto finta di non sentire, come a non volersi complicare la vita più di tanto.
Nonostante il loro rapporto durasse da tre anni e nonostante fossi stato io a farli conoscere, osservando i loro comportamenti l’uno insieme all’altro, ma anche in separate sedi, mi ero convinto che la loro storia non sarebbe durata in eterno. Anzi, ero sempre più convinto che sarebbe finita di lì a poco.
Ma non avrei mai immaginato la causa.
Claudio prese in mano il telecomando, si accese una sigaretta e si piazzò sulla sua bella poltrona di pelle. Era impressionante la quantità di tempo passata sopra quel pezzo di arredamento, immagazzinando tanta di quella sporcizia proveniente dagli spot pubblicitari da non riuscire più a distinguere quali prodotti facessero o meno al caso suo.
Era una giornata come le altre, l’impiegato aveva staccato dal lavoro e, se non fosse stato per il concerto dei Pinc la sua giornata sarebbe stata uguale a molte altre precedenti.
Era la tipica persona attaccata alla vita, era sempre in contatto con parenti e amici, si ricordava perfettamente di tutti i compleanni dei suoi cari ed era sempre presente qualora qualcuno ne avesse avuto bisogno.
Al lavoro era stimato da tutti, aveva un intelletto fuori dal comune e una capacità intuitiva veramente sbalorditiva. Nonostante fosse, come grado, inferiore a molti suoi colleghi, tutti chiedevano consiglio a lui per qualsiasi problematica ed era già scritto che presto Claudio sarebbe diventato il direttore della sua Banca.
Quando era a casa, gran parte del suo tempo veniva dedicato alla settimana enigmistica, alla lettura e alla tv. Non perdeva, oramai da 5 anni, neanche un numero del settimanale enigmistico e per godersi appieno i programmi televisivi si era comprato un bel 28 pollici di marca, dando fondo a tutta la sua tredicesima.
Era affezionatissimo alla sua dimora e raramente usciva per spendere i suoi quattrini ma quella sera c’erano i Pinc e Claudio Genovesi aveva già acquistato il biglietto molto tempo prima.
Anche se aveva già visto un loro concerto e per quanto non fosse uno che facesse trapelare emozioni dal suo volto, sentiva dentro di sé una forte attesa ed eccitazione per quell’evento che avrebbe costituito una variante alla sua monotonia quotidiana.
Per l’occasione aveva rispolverato dall’armadio magliette a tema, stivaloni e catene.
Eh sì, Claudio sapeva benissimo che guadagnare le prime file sarebbe stata una dura battaglia e fu per questo che chiese al suo amico Valeriano di farsi accompagnare.
Valeriano odiava la musica, se c’era qualcosa che non gli interessava era proprio andare a vedere il concerto dei Pinc, ma era grande amico di Claudio e, soprattutto, era una persona che non si preoccupava tanto del luogo dove andare, quanto delle persone con le quali andare.
Era 190 cm di muscoli e aveva un aspetto minaccioso ma anche un cuore tenero che in fondo non avrebbe fatto del male a nessuno.
Malgrado ciò, Claudio aveva scelto proprio lui; sapeva che se ci fossero stati problemi il suo fedele amico lo avrebbe di certo aiutato.
Alle 18:00 in punto Valeriano si presentò puntuale sotto casa di Claudio, insieme alla sua fiammante BMW, e citofonò all’amico che scese in un battibaleno.
Abbigliamento di Valeriano: pantalone, camicia e giacca di seta, comodi mocassini eleganti ai piedi e capelli fissati con la lacca.
Abbigliamento di Claudio: maglietta a maniche corta nera con un disegno di un mostro a due teste, jeans strappati con una toppa sul sedere, anfibi militari, catena al collo ad anelli larghi 3 cm e parruccone nero in testa.
Pronti entrambi per l’avvenimento, si misero in marcia in direzione del Palazzetto dello Sport che era situato dall’altra parte della città.
Io mi stavo recando da Fabio in compagnia di Silvia; quella sera dovevamo andare a cena fuori in 4, Silvia infatti voleva farmi conoscere una sua amica.
Il programma era di andare a casa di Fabio, prelevarlo e andare a prendere Letizia, l’amica di Silvia appunto.
Arrivai puntuale a casa del mio amico e rimasi in attesa che lui scendesse.
Silvia era stupita perché io non le avevo fatto alcun tipo di domanda sulla sua amica, né come fosse a livello fisico, né a livello caratteriale. In realtà non me ne fregava proprio nulla di uscire. Quella sera me ne sarei stato volentieri a casa, avevo un bel pacco di film in vhs da vedere e la prospettiva mi sembrava di sicuro più allettante che passare una serata combinata.
Non so perché accettai di uscire. Forse per amicizia, forse perché dovevo farlo, fatto sta che per tutto il tragitto da casa mia a quella di Fabio, pronunciai sì e no tre o quattro parole.
Il mio migliore amico scese di casa dopo pochi minuti; si era conciato per l’occasione, era molto elegante quasi fosse lui a dover far colpo su Letizia.
Entrò in macchina, salutò con un lungo bacio Silvia, quasi non la vedesse da anni, poi mi strinse la mano e mi disse: ciao amico.
Crisalide
Quei suoi atteggiamenti sdolcinati mi avevano sempre disgustato,ma in quell’occasione mi fecero schifo più del solito; lo guardai negli occhi e in un istante capii che era completamente perso nel mondo.
Quell’oca di Silvia poi sembrava vivesse solo per lui, e la cosa mi faceva vomitare… Io, che non comprendevo il senso della vita in generale, figuriamoci se potevo capire come una persona avesse potuto dedicarsi completamente ad un’altra.
Comunque erano miei amici e se anche li identificavo come esseri inferiori, erano parte della mia vita e mi aiutavano a passare il tempo che mi avrebbe separato dalla fine dei giochi.
Accesi la macchina pieno di tristezza, quelle scene raccapriccianti mi avevano fatto male ma compresi che la serata era appena iniziata e che c’era ancora tanto da fare.
Era venerdì sera e il traffico, intenso come non mai, mi stavo innervosendo.
Per fortuna ebbi la brillante idea di prendere una scorciatoia per evitare il traffico che mi separava da casa di Letizia.
Svoltai a destra, poi a sinistra e poi ancora a destra, ma mi bastò poco per realizzare che mi ero perso!
La strada era sterrata e costeggiava un bosco, Fabio mi disse di tornare indietro perché quella via non ci avrebbe portato a casa dell’amica di Silvia e rischiavamo solo di smarrirci ancora di più.
Dal canto mio, più testardo che mai, gli risposi bruscamente di stare zitto e così lui fece.
Ero troppo orgoglioso per ammettere che avevo sbagliato strada, andai avanti ostentando sicurezza, anche se non avevo la più pallida di dove eravamo.
Silvia mi disse di fermarmi e chiedere indicazione a qualcuno. Io, dentro di me, avrei voluto picchiarla; non si vedeva nessuno per l’arco di chilometri e lei pretendeva di fermare la macchina e chiedere indicazioni; la sua banalità era così fastidiosa che quasi mi sentivo male.
Fabio continuava a dare inutili suggerimenti, stavo per esplodere.
Tutto ad un tratto sbucai ad un incrocio e finalmente sembrò tornare il sereno.
“Avete visto? Non c’era niente di cui preoccuparsi, ve l’avevo detto che ne saremmo usciti presto.”
Mi voltai e guardai Fabio e Silvia; sembravano rassicurati.
È incredibile come le persone vivano in base alle certezze, un attimo prima apparivano impauriti, spaesati, e un attimo dopo, di colpo, rasserenati.
Tutto ciò mi fece capire quanto fosse inutile la loro esistenza e che se solo ne avessi avuto la possibilità, gli avrei fatto dono della ragione e della sapienza, una dote a loro ignota.
Poi calmai i miei pensieri, ricordandomi che in fondo erano i miei migliori amici e che da anni mi accompagnavano nelle mie vicissitudini positive e negative.
Il verde scattò, innestai la prima e avanzai.
Fu uno scatto di pochi metri, frenai di colpo…
BAM… una macchina dietro di me urtò la mia, facendomi sbattere la testa contro il volante.
Dall’autovettura di dietro scese di corsa un grosso energumeno. Era Valeriano ed era completamente fuori di testa.
Inveiva contro di me, il suo amico Claudio a stento lo frenava, mi stava urlando cose del tipo ti rompo il culo, ti faccio a pezzi…ecc…
Meno male che non avrebbe mai fatto del male a nessuno...
Ci misi qualche secondo a riprendermi, poi, quando quel bestione si calmò, scesi dalla macchina per controllare se tutto fosse ok, diedi uno sguardo a Silvia e Fabio che mi fecero segno con il capo di stare bene, quindi mi ritrovai di fronte alla maestosa figura di Valeriano.
Era un colosso imponente e mi incuteva timore. In quel momento capii che avrebbe potuto anche uccidermi e che sarei potuto rimanere là steso per terra senza vita.
Mi venne un enorme tristezza a pensar ciò, avevo vissuto un’esistenza che di punto in bianco poteva finire quasi senza motivo, solo per la volontà di un omone senza cervello.
La mia condizione di vita poi mi impediva di credere che tutto ciò potesse capitare a me, avevo sempre vissuto come se fossi stato rinchiuso dentro una campana di vetro pensando che le brutte cose potessero capitare solo agli altri, credendo che le morti assurde che si leggono sui giornali fossero di tutt’altra appartenenza.
Invece ero lì inerme in attesa del mio destino.
Valeriano si avvicinò con aria più calma e mi fece:
“Ma che ti è preso??? Volevi ammazzarci tutti???”
Chiesi subito scusa dell’accaduto, volevo dare la mia versione dei fatti, poi però si avvicinò a me Claudio che si presentò:
“Salve mi chiamo Claudio Genovesi, sono un impiegato della banca centrale.”
Avrei tanto voluto rispondergli che non me ne fregava un emerito cazzo, ma non lo feci per non peggiorare la situazione.
In quell’istante scesero dall’auto un po’ rintronati Silvia e Fabio. Ah già, mi ero dimenticato di loro. Fecero conoscenza con Valeriano e Claudio e iniziarono a discutere dell’accaduto. Volevano a tutti i costi prendere le mie difese.
Il loro atteggiamento mi stava infastidendo, si stavano come al solito impicciando di faccende non loro, poi alzai il capo verso l’alto e mi ricordai tutto.
Avevo fermato l’auto di colpo, perché avevo visto una cosa di enorme valore luccicare per terra, una cosa rarissima mai incontrata prima.
Alla vista di cotanta bellezza e di cotanto valore, non avevo potuto fare altro che tirare il freno a mano per non danneggiarla.
Decisi ingenuamente di raccontare la mia versione dei fatti, e Valeriano, Claudio, Fabio e Silvia ascoltarono il mio discorso. Non mi ricordo di preciso quanto tempo passò dal momento in cui io pronunciai le parole “oggetto di valore” al momento in cui tutti e quattro si buttarono a terra per cercarlo; però ricordo perfettamente che in un attimo, della salute, dell’incidente e di chi avesse ragione non se ne preoccupò più nessuno.
Era iniziata la caccia al tesoro.
Mi sedetti sul cofano della mia auto, in attesa che quegli stolti trovassero qualcosa e mi impressionai sempre di più, nel vedere la loro inutilità di esseri umani.
Poi Fabio urlò, grido, sbraitò tutto sudato ed eccitato:
“Venite presto, c’è qualcosa che luccica qui sotto!”
Sull’estremità destra della strada c’era un tombino sotto al quale si intravedeva un oggetto luminoso. Doveva essere quello che avevo visto io, pensarono tutti.
Intanto sotto i baffi iniziai a ridere, ma ero contento che avessero trovato ciò che anche io cercavo.
Valeriano infilò la sua lunga mano nel tombino, mescolò un pochino, poi sentì il contatto con l’oggetto e sul suo volto si dipinse, sempre più chiaro, un sorriso di gioia.
Tirò fuori dalla cavità il bottino, era eccitato come una cagna in calore, tutti si misero intorno a lui per vedere, aprì il palmo della mano e vide una luce fortissima emanata da un piccolo esserino.
Era il mac-pao-tan, un piccolissimo verme originario delle isole dei Caraibi, con la particolarità di avere un colore splendente che lo rende simile ad un diamante.
Io lo conoscevo perché sono un appassionato di insetti, sapevo che ne esistevano soltanto un centinaio di specie nel mondo.
Lo stupore per i quattro sfortunati fu totale. Iniziarono a prendersela con me, mi accusarono di aver fermato la macchina per colpa di uno stupido verme schifoso e insignificante.
Valeriano lo strinse in mano, poi lo gettò a terra e gli altri gli dissero di schiacciarlo con la scarpa perché era un inutile verme.
Il gigante alzò brutalmente il piede sinistro e lo schiacciò senza pietà, ridacchiando per l’accaduto.
Fabio – Ben fatto! Era solo un verme.
Silvia – Già, uno stupido verme.
Claudio – Peccato però non fosse un diamante, vabbè andiamocene.
Quella piccola creatura rimase là, con il suo corpo senza vita e quella visione mi fece star male. Per la testa mi passarono in mente troppe cose per poter essere ricordate, poi finalmente ebbi l’illuminazione.
Riflettei sull’utilità della vita del verme e su quella delle persone che lo avevano ucciso.
Presi coraggio, accesi la mia macchina, mi sistemai i capelli, impugnai forte il volante e premetti l’acceleratore a manetta.
Li schiacciai tutti e quattro, FINALMENTE AVEVO PUNITO LA LORO INUTILITA’.
Ora vi scrivo dal manicomio centrale di Roma, giudicate voi se il pazzo sono io a star qui dentro oppure voi a star lì fuori...
3 -CARNEVALE A RIO
Giulia si stava lisciando i capelli da circa mezz’ora, ed io iniziavo a perdere la pazienza.
In quel periodo, aveva i capelli di un rossiccio sbiadito, quasi rosa, usava la piastra praticamente tutte le mattine, era piena di doppie punte e i capelli erano diventati così elettrici, che riusciva ad alimentare l’antenna della tv.
Dopo il parto aveva preso qualche chilo in più, così ogni volta che si soffermava davanti allo specchio, si imbronciava per la forma persa e per quei jeans Carrera taglia 42 che non le stavano più.
Giurava che si sarebbe segnata presto in palestra e che si sarebbe messa di buon piglio per perfezionare il fisico.
Diceva che il suo problema principale erano i fianchi.
“Sono troppo larghi!” blaterava.
Spesso indossava pantaloni neri, per ingannare l’occhio, il suo e quello degli altri. Quella mattina invece, nonostante il caldo, aveva deciso di mettere la gonna lunga, quella rosa e nera con i disegni dei tulipani che le aveva regalato la madre per il compleanno.
Io me ne stavo sul letto ad aspettare che uscisse dal bagno, con l’occhio fisso sul televisore della camera da letto, un vecchio Daewoo nero, acquistato anni prima in offerta alla G.S.
D’accordo, era solo un 20 pollici, ma ci ero affezionato, era la stata la prima cosa che mi ero comprato praticamente da solo, senza l’aiuto di nessuno e non lo avrei buttato per niente al mondo.
Normalmente ero insofferente per ogni cosa, ma quello che veramente mi faceva incazzare era l’attesa.
A volte mentre l’aspettavo, girovagavo per casa, alla ricerca di qualcosa da fare, finivo quasi sempre davanti al computer, aprivo la posta elettronica, navigavo nei miei siti preferiti, scaricavo cazzate a rotta di collo.
L’attesa durava abitualmente dai 5 ai 20 minuti, ma quel giorno Giulia stava proprio superando ogni limite.
Eravamo come al solito in ritardo, l’appuntamento era fissato per le 11:00 in piazzetta.
Erano già le 11:15 e noi dovevamo ancora uscire di casa.
In piazza ci aspettavano gli altri, avremmo parcheggiato l’auto e saremmo saliti sul vecchio furgoncino Ford Transit, gentilmente concessoci dal nonno di Gianmaria.
Arrivammo in un ritardo mostruoso, alle 12:00 circa. Gli altri avevano già fatto colazione al bar, il classico caffè macchiato da Michele, tranne Andrea che, per non smentirsi, sorseggiò un crodino e divorò tutte le noccioline salate del piattino davanti a lui.
Era così, era sempre stato così.
Amava i dolci, i cioccolatini, le patatine, e tutte quelle robe lì. In ogni bar o negozio di genere alimentare in cui si recava, acquistava qualche schifezza da assaggiare.
Gli piacevano da morire le Pringles, quelle al gusto di cipolla sopratutto, le scartava con avidità e lasciava che scroccassero tra i denti.
Ti guardava con la faccia sorpresa, con gli occhi guardinghi, il naso lungo e il viso pallido, quasi come un bambino sorpreso a rubare caramelle,.
Aveva pochi capelli, si era rasato la testa, per limitare l’effetto della calvizie, e per aumentare la peluria sul viso, amava lasciarsi due basettoni grossi anni 70, in perfetto stile Danny Zucco!
Questo era all’epoca Andrea Malinverni.
Mario lo punzecchiava sempre per il suo aspetto fisico, lo spingeva a migliorare l’immagine, per ottenere maggior successo con l’altro sesso.
In realtà, quello che aveva sempre avuto difficoltà con le donne, era proprio lui.
Quando doveva andare a conoscere una ragazza, cambiava completamente umore. Nella vita normale, era un ragazzo tranquillo, brillante, con la battuta pronta, ma a contatto con una donna tutto cambiava. Il suo cervello iniziava a frullare duemila idee, si faceva un casino di pippe mentali, tirava fuori i problemi e le scuse più assurde, pur di non sbilanciarsi troppo con una lei.
Una volta, il buon Gianmaria gli aveva rimediato un uscita con un paio di ragazze, due colleghe di lavoro, simpatiche, normalissime, senza pretese.
Mario era riuscito a stare zitto per quasi tutta la serata e tra l’altro Gianmaria aveva fatto anche una ricca figura di merda.
Ma non era colpa sua, gli accadeva sempre così. Quando Mario entrava in contatto con l’altro sesso, si ammutoliva di colpo, le mani iniziavano a sudargli insieme alla fronte, quasi come un porco in calore, girava ripetutamente la testa cercando di perdere lo sguardo nel vuoto o qualche consenso da parte di chissà chi, iniziava ad odiare tutto e tutti (al punto che avrebbe scannato il primo cristiano che gli sarebbe capitato sotto tiro), gli saliva il panico totale e prima che riuscisse a dare segni tangibili della sua presenza, la ragazza si era già data.
E dire che era anche il più carino tra noi ma io glielo dicevo sempre:
“Mario, guarda, non conta solo la bellezza, devi cercare di essere un pochino più sciolto con le femmine.”
Aveva avuto un paio di storie, due ragazze conosciute in una chat su internet. Una perugina diciottenne, bassa, con la bocca larga come un forno, le mani piccole e le unghie mozzicate, sempre gli stessi scarponcini color arancio ai piedi e i capelli corti a caschetto; l’altra invece era di Sassari, con due tettone enormi, le braccia un po’ pelose e il viso da trans. Le aveva viste una decina di volte complessivamente, ed era riuscito al massimo a farsi fare una sega.
Questa storia la raccontava a tutti, anche perché era l’unica esperienza sessuale che aveva avuto, ne andava fiero e noi gli davamo spago, senza infierire.
Ultimamente, era diventato più intollerante del solito, non gli stava bene niente, ma soprattutto nessuno.
Passava il sabato pomeriggio al centro commerciale di Centocelle a comprare jeans Lewis e camicie firmate, qualche dvd dei suoi film preferiti e regali per la madre e la sorella.
Una volta al mese si recava dal parrucchiere, si faceva accorciare e perfezionare i suoi capelli neri a spazzola, e di tanto in tanto si faceva anche radere il viso.
Anche lui aveva messo su qualche chilo di troppo, così si era iscritto in palestra per la 25esima volta.
Ci andava con i colleghi d’ufficio, una palestra ai Parioli, convenzionata con il lavoro, 50 euro mensili, alla faccia della convenzione… ma era l’unica palestra nei dintorni e l’ora di pranzo era l’unico momento che aveva libero per andarci.
In questi luoghi ci puoi incontrare chiunque, dalla mega figa che va a rassodare tette e culo, al panzone cinquantenne, con il grasso che gli pende dalle mutande, le palle basse, la faccia tonda, una pelata lucente, uomini tutti d’un pezzo che cercano di ritrovare una giovinezza perduta, consumando litri e litri di sudore e chiazzando, con lo stesso, centinaia di magliette di cotone.
La sua palestra era diversa però, diceva lui.
Era piena di ragazzi muscolosi dai venti ai trent’anni, quasi praticamente perfetti, con braccia e gambe potenti e fisici da mostrare allo stabilimento di Santa Marinella con soddisfazione.
Sotto la doccia gli ammirava le bestie tra le gambe, poi guardava il suo e imprecava e bestemmiava.
Forse non era proprio così, forse non c’erano tutte quelle persone nella sua palestra, forse era lui ad ingigantire il tutto, a pensarla in maniera estremamente negativa.
“Ragazzi nun vedete che sembro una pera?”
“France’ guarda che panza che me ritrovo…”
Me la sbatteva sotto gli occhi e io non sapevo mai che rispondergli, come gli altri.
Cercavamo solo di incoraggiarlo.
Di solito faceva pesi per un paio d’ore, una doccia di corsa e poi di nuovo immerso nel lavoro, tra fatture e 740.
Durava all’incirca un mese ogni volta che si iscriveva, all’inizio aveva sempre grande entusiasmo, si era comprato addirittura la tuta e i polsini per fare ginnastica, poi inesorabilmente, come ogni cosa che faceva, si stufava e mollava.
Era il suo più grande difetto, un po’ lo stesso che aveva Andrea, la mancanza di continuità e di costanza nell’impegno, tutto il contrario di Gianmaria Frontini.
Lui era la costanza fatta persona; se prendeva un impegno, potevi star certo che lo avrebbe rispettato.
Anche con il viaggio a Rio era stato così.
Aveva organizzato tutto lui, rimediato il furgone, stabilito un itinerario da seguire, scelto la strada più consona da percorrere.
Secondo i suoi calcoli ci saremmo fermati per un paio di soste, mettendone in preventivo un’altra, per cambio pannolino e pappa della piccola Luna.
Gianmaria rappresentava, nel nostro gruppo, il classico uomo guida. Si lanciava in tutte le iniziative che gli venivano proposte, cercando di trascinare dentro tutti noi.
Lavorava come esperto informatico in un’importante società, aveva una carriera ben avviata, nonostante fosse ancora molto giovane, e si era addirittura comprato una casa, andandoci a vivere da solo.
Anche lui come tutti gli altri era single, ma era sempre positivo e pieno di speranza, caratteristica totalmente assente in Mario.
Era un tradizionalista, negli usi e nell’aspetto fisico.
Aveva i capelli neri, mai più lunghi di due cm, li portava spiaccicati che sembrava quasi non ne avesse, un faccione tondo privo di peluria, un naso grosso e due occhi tra il verde e l’azzurro, che gli avevano garantito qualche conquista.
Indossava spesso, per esigenze lavorative, pantaloni e camicia, un mix che, associato al resto del fisico, lo faceva assomigliare ad un incrocio tra un supplì e Doraemon.
Da qualche mese comunque, anche lui era leggermente cambiato. Si era modernizzato, nell’aspetto soprattutto.
Era dimagrito una decina di chili, si era cambiato il taglio dei capelli, tirandoseli su con il gel, stile porcospino, aveva fatto uso di qualche lampada per colorarsi la pelle, si era comprato tre paia di jeans nuovi, qualche t-shirt nera attillata ed ogni tanto lo si vedeva addirittura andare in giro col pizzetto e gli occhiali da sole.
Dal punto di vista caratteriale era meno meticoloso e prevedibile del solito, più insofferente nei confronti della vita, di conseguenza più umano, un po’ come l’uomo di latta che aveva finalmente trovato il cuore, una larva, trasformatasi in farfalla.
Non a caso era soprannominato il verme.
Caricammo tutti i bagagli sul furgone, qualche borsa, una carrozzina, un paio di thermos per il caffé e ci mettemmo in viaggio.
Gianmaria, come era ovvio, si mise al posto di guida; davanti insieme a lui si sedette Andrea, mentre io, Giulia, la piccola Luna, Mario e Diego ci sistemammo dietro.
Già, Diego, c’era anche lui, come poteva non esserci?
A dirla tutta, non doveva neanche venire, ma era il tipo che si lasciava trasportare abbastanza facilmente, una telefonata del Frontini e il gioco era fatto.
Funzionava così, anche quando uscivamo la sera, quando dovevamo decidere un posto dove andare, Diego non veniva mai preso in considerazione, a lui stava bene tutto.
A volte passavamo ore a decidere, tra due diverse pizzerie o pub, lui entrava raramente nella discussione. Viveva come fosse ad un paio di metri da terra, come se tutto gli scivolasse addosso con apparente normalità; si dava una sistemata ai vestiti e andava avanti.
Riusciva ad essere semplice in ogni occasione, a non complicarsi la vita, a fare le cose giuste con relativa calma.
Forse era per la sua giovane età, era il più piccolo tra noi, aveva solo 21 anni ed era anche per quello che era un tipo paziente che sapeva aspettare.
Nutriva un profondo rispetto per tutti noi. Non solo eravamo i suoi amici, i suoi punti di riferimento ma, soprattutto, gli sbagli da non ripetere, le esperienze da non rifare.
Era un vantaggio frequentare gente come noi e anche se, da fuori, potevamo sembrare un gruppo di sfigati e perdenti, aveva capito che avevamo molto da potergli insegnare.
Aveva il visetto semplice, un po’ da bambino, poca barba, capelli castani, corti, alla moda, la fronte alta e la pelle liscia, il mento piatto, con la fossetta in mezzo, ereditata dalla madre, e un fisico abbastanza asciutto.
Eravamo tutti lì, mia moglie, la mia piccola bambina e tutti i miei amici erano lì.
Non tutti in realtà.
Valeriano, cazzo Valeriano.
Non lo avevamo chiamato, un po’ perché non c’era posto, un po’ perché sapevamo che tanto non sarebbe venuto.
Da quando si era sposato, lo frequentavamo sempre meno e la cosa ci dispiaceva ma non era colpa di nessuno, era così e basta.
Aveva conosciuto la moglie, in un rocambolesco primo maggio dell’anno prima, l’aveva messa incinta dopo pochi mesi e in un attimo la sua vita era cambiata, e con la sua anche la nostra.
A poco a poco, aveva iniziato ad uscire sempre meno e noi a non chiamarlo.
Anche questa volta era stato così.
Era un peccato veder scivolare la nostra amicizia, ma la pigrizia e gli eventi si erano frapposti tra noi.
Fino ad un anno prima, sarebbe stato lui il fulcro della nostra leva, l’uomo cardine ma soprattutto il più simpatico e compagnone.
Ogni serata con lui era un divertimento, un cazzeggiare continuo, su ogni persona o situazione; bastava una minima fiammella per accenderlo e noi ci lasciavamo trasportare.
Era una furia, prendeva per il culo tutto e tutti, un artista della battuta. Raccontava barzellette in ogni occasione, era sempre disponibile e non lo vedevi mai triste, a meno che non fosse innamorato.
Quello era sempre stato il suo punto dolente, aveva sofferto le pene dell’inferno con diverse ragazze, per questo quando sapemmo del suo matrimonio fummo tutti contenti.
Una volta a scuola, si era messo i calzini bianchi sopra i pantaloni e una bandana in testa, andava in giro per le aule bussando ed entrando come se nulla fosse, senza vergogna e tutti ridevano come pazzi.
Si era beccato un paio di giorni di sospensione per quello scherzetto, era entrato nella quinta C, ma per sua sfortuna al posto del professore d’italiano, aveva trovato il preside.
Lui però era più forte, la cosa lo faceva ridere, diceva che era un pretesto per starsene a casa a farsi i cazzi suoi.
Il padre gli aveva staccato lo stereo, la tv e il computer per costringerlo a studiare, e per risposta lui apriva un libro qualsiasi, ad una pagina qualsiasi, ed iniziava a fantasticare con la mente.
Che tempi la scuola.
Era bello sapere che ci eravamo conosciuti tutti lì. Non proprio tutti: io, Mario, Valeriano, Andrea e Gianmaria.
Diego, invece, lo avevamo conosciuto di riflesso, essendo il cugino di mia moglie Giulia, una sorta di cognato acquisito.
Ma non lo era.
Il cognato, quello vero, era un altro, Simone, l’altro grande assente.
Non era venuto perché non gli andava. Faceva sempre così, ogni volta per farlo uscire o per coinvolgerlo in qualche iniziativa, era un dramma.
Dovevi stargli dietro le ore, giorni se necessario.
Non gli andava mai di fare nulla, ma come biasimarlo?
A casa si era costruito un impero, passava la giornata spostandosi dal computer alla Playstation, e ogni tanto si allungava addirittura, per vedere la tv.
Nell’ultimo periodo poi, era andato in fissa per la lettura, si era comprato diversi libri, uno di filosofia, un paio di informatica ma soprattutto una decina pulp.
Adorava leggere di sangue, sesso, di violenza e uccisioni. In una settimana si era letto una cinquantina di racconti.
Se ne stava lì, sdraiato sul suo letto a due piazze, col ventilatore sparato a cannone e la finestra aperta, un bottiglia di Coca Cola sul comodino, sul muro il poster di Cameron Diaz mezza nuda. A piedi nudi e in pantaloncini, con le gambe stese e la testa rialzata sul cuscino, con una mano gestiva i telecomandi di stereo e tv, con l’altra aveva sotto tiro il mouse e il joystick della Playstation e sulla pancia, sopra la canottiera, un libro.
Spesso, nelle ore più calde del pomeriggio, si addormentava così, con la bocca spalancata che immagazzinava ossigeno a volontà, il sapore del caffé tra i denti, i capelli neri e crespi senza gel.
No, non si poteva biasimare, aveva tutto, di quel suo mondo era il re e nessuno poteva rompergli le palle.
Erano passati soltanto cinquanta minuti dalla partenza, ed eravamo già tutti mezzi sbattuti; davanti Andrea e Gianmaria si insultavano cercando di dimostrare l’uno all’altro chi fosse più intelligente, “Tu non sai un cazzo, ti sfido quando vuoi a Trivial Pursuit, così vediamo chi ne sa di più!!!”
Di solito, Gianmaria si faceva un grassa risata:
“Ancora parli? Tu non hai dimostrato un cazzo, a 26 anni non hai ancora uno straccio di lavoro! Ti sei mai messo in gioco? Parli, parli d’intelligenza, filosofeggi e spari cazzate, ma i risultati?”
“Guarda che ce l’ho un lavoro!”
“Ah sì, è vero, rispondi al 187, ti becchi gli insulti della gente che ti chiama, non hai uno straccio di contratto e tu quello lo chiami lavoro?”
“Ma sta zitto… io almeno non faccio quello di sinistra, il no global del cazzo e poi lavoro per una multinazionale americana e mi faccio la station-wagon!”
“Non farai mai un cazzo Andre’…”
“Vaffanculo già!”
“Vaffanculo te!”
Questo era il tono più ricorrente dei dialoghi tra il Frontini e il Malinverni, un odio continuo, perenne ma in realtà anche una stima e rispetto, da entrambe le parti.
Intanto dietro, Giulia cercava di far addormentare Luna cantandole una ninna nanna; di solito sceglieva quella del chicco di caffè, ma quel giorno la piccola non voleva proprio saperne di dormire.
Mario e Diego si alternavano alla lettura del Corriere dello Sport, discutendo se Spalletti fosse veramente l’uomo giusto per far tornare la Roma ai vertici del calcio italiano.
A me invece nessuno aveva rivolto la parola, nessuno aveva detto:
“Francesco che hai? Francesco fai questo? Francesco fai quello?”
Mi rodeva il culo, mi rodeva dalla mattina, perché avevo atteso troppo Giulia uscire dal cesso e mi ci sarebbe voluta tutta la giornata per riprendermi.
Lo sapevano e per questo non mi domandavano niente.
Ero seduto, con gli occhi mezzi chiusi e la faccia appiccicata al finestrino, seguivo con lo sguardo le linee scorrere ai lati della carreggiata, intorno all’autostrada solo campi e distese, tanto fieno e grano.
Un caldo bestia mi soffocava la faccia, c’erano 33 gradi, avevo due chiazze di sudore, grosse come compact disc sotto le ascelle, ogni tanto qualche goccia mi cadeva dai capelli agli occhi e alla bocca e sentivo sulla lingua il gusto salato dell’afa.
I finestrini potevano essere solo mezzi abbassati, Giulia si sarebbe incazzata per la troppa aria sputata in faccia alla piccola, di aria condizionata neanche a parlarne… Figuriamoci se quel vecchio cesso di furgone potesse averla, lo avevamo preso solo perché era comodo e potevamo entrarci tutti quanti e poi perché era una soluzione più economica.
Andrea aveva messo su per tutto il viaggio i Prophilax (in quel periodo stava in fissa), un gruppo romano che proponendo delle cover, le rifacevale a modo suo, condendole con parolacce e bestemmie.
Gianmaria invece optava per la radio, voleva sintonizzarsi per sapere le notizie sul traffico.
Era giunta l’ora di una sosta, Luna se l’era fatta sotto, tutti più o meno avevamo bisogno di pisciare e anche un buon caffè non mi avrebbe fatto schifo.
Ci fermammo ad un autogrill sulla Roma-Napoli, prima dello svincolo per Caianello.
Era l’ora di pranzo e, chi più chi meno, avevamo tutti fame.
Decidemmo di fare uno spuntino lì, magari un panino o una pizza, senza perdere troppo tempo.
Io me ne andai a pisciare di corsa al bagno, non ce la facevo più, era almeno mezz’ora che la trattenevo; Giulia, invece, andò a cambiare il pannolino a Luna.
Che sollievo, avevo l’uccello tutto sudato e raggrinzito, le mani appiccicose e la gola secca.
Mi lavai rapidamente le mani e diedi una botta alle ascelle pelose, inumidendo la mia t-shirt bianca. Non avevo un buon odore, avevo bisogno di un deodorante, di Infasil per l’esattezza, quello spray, era l’unico che riuscivo a sopportare.
Mi recai al bar, li trovai tutti lì, Gianmaria e Diego stavano facendo la fila, avevano ordinato il menù a base di pizza e patatine di “Spizzico”, quello da 5 euro, per tutti tranne che per Andrea.
Il maledetto stava facendo incetta di stronzate, Ringo Boys, Mars, Togo e di patatine.
Lo odiavo, perché si prendeva sempre le Poof, le patatine al formaggio e non perché avessi un odio particolare verso quel tipo di patatine ma per la sua specie di allergia che raccontava a tutti di avere nei confronti del formaggio.
Gli faceva venire il voltastomaco qualsiasi tipo di formaggio, la mozzarella, la ricotta, la groviera; per lui non c’era differenza, facevano tutti schifo, non voleva neanche che glielo mettessero davanti, iniziava ad avere la nausea e ad innervosirsi.
Lo insultavamo come pochi per questo, soprattutto quando c’era anche Valeriano con noi, lo mettevamo in mezzo, ci divertivamo come pazzi a farlo incazzare e lui sbroccava e bestemmiava.
Una volta, in vacanza in Calabria, per scherzo, gli lanciai un pezzo di parmigiano nel piatto, lui inferocito per risposta, sfioro i miei capelli con una forchetta, sparandomela addosso, ad una velocità sospetta.
Era così e dovevamo prenderlo così.
Ed era proprio per questo che non lo sopportavo quando si comprava le Poof. Quelle dannate patatine riusciva a mangiarle, non sapevamo come e nemmeno lui riusciva a spiegarselo.
Gli piacevano, gli piacevano pure parecchio, se le mangiava in faccia a noi con soddisfazione, come se volesse dirci:
“Stronzi, queste me le mangio!”
Eppure l’odore del formaggio c’era, il sapore del formaggio era presente.
Mangiammo abbastanza in fretta, Diego finì per primo e uscì fuori per fumare una sigaretta, si mise accanto al furgone, osservando le auto sfrecciare sulla strada.
C’era una leggera brezza che gli carezzava i capelli che, insieme all’ombra, alleviava la temperatura.
Se ne stava con la cicca in bocca a godersi la nicotina entrare nei polmoni, la sentiva agitarsi nella gola e scendergli nella pancia.
Pensava a Ramona Casaletti, una ragazza che abitava vicino casa sua e proprietaria di una ‘pizzeria al taglio’ nei dintorni, della quale era sempre stato innamorato.
La Casaletti, aveva quattro anni più di lui, i capelli rosso prospero, qualche lentiggine in faccia, il naso all’insù, alla francesina, le orecchie piccole e il viso chiaro.
Si teneva i capelli legati e li nascondeva dietro il cappellino da pizzettaio, aveva una collana al collo verde e un crocifisso che gli si andava a conficcare nel seno, una quarta abbondante.
Viveva da sola, in un appartamento bilocale, vicino la metropolitana.
Diego, non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo, perché lei era sempre stata fidanzata, stava con Giampiero Toccaceli, un meccanico di 28 anni, con la faccia lunga e la pancia gonfia.
“Porca puttana, io sono più bello di quel meccanico del cazzo!! Ho deciso, quando torno le chiedo di uscire, accetterà, deve accettare, non c’è paragone! Quel grassone è brutto quanto la fame, ha le mani sempre sporche di grasso e poi puzza, gli puzzano le ascelle e anche l’alito! Sì, accetterà di sicuro.”
Era l’ennesima volta che se lo ripeteva, ma alla fine non faceva mai niente; aveva avuto altre ragazze, ma quella che voleva era Ramona Casaletti.
Avevo provato un casino di volte a convincerlo, a volte facevamo il giro lungo apposta per prendere la pizza da lei, aspettando che la situazione si sbloccasse.
Niente.
Due anni di innamoramento e niente.
“France’, te lo giuro che prima o poi lo faccio!”
Me lo ripeteva sempre, sembrava sincero, io ormai mi ero rassegnato e poi visto che comunque le ragazze non gli mancavano, non me ne facevo un problema.
Mentre spegneva il mozzicone di sigaretta, sentì degli schiamazzi; eravamo noi che stavamo morendo dalle risate.
Ci stavamo burlando di Andrea che, per fare il solito scemo, si era messo a correre e ad urlare per tutto il parcheggio dell’autogrill cantando Gianna a squarciagola, ma era scivolato e caduto atterrando con la mano destra su un morbido cuscino fatto di escrementi di cane.
Si era sbucciato una mano sul brecciolino ed aveva anche sbattuto il naso.
Gli colava il sangue dalla narice sinistra ma la cosa che più lo faceva andare fuori di testa, era la merda di cane.
Non ce la facevamo più a trattenere le risate, si era guardato la mano e aveva iniziato a bestemmiare come un turco, noi ad insultarlo pesantemente, “sei un coglione hai pestato la merda…bravo bravo fai lo stronzo…” e giù cazzate a rotta di collo.
Il poveraccio passò venti minuti al bagno, per togliersi quell’impiastro di dosso; gli era entrata fin dentro le unghie, la gente lo guardava come un marziano e lui si stava vergognando come pochi.
L’odore poi, terribile, di quelli che non vanno via neanche con l’ammoniaca! Scommetto che ancora se lo sente addosso.
Ripartimmo dopo un’ora totale di sosta, con la pancia piena e un po’ di stanchezza dentro.
Avevamo superato abbondantemente la metà strada, anzi a dirla tutta non mancavano molti chilometri, da poco il cartello “RIONERO in Vulture Km 76”, era penetrato nel nostro raggio visivo, ci stavamo risvegliando quasi tutti dal sonnellino post pranzo, meno che io e Mario che non avevamo chiuso occhio.
Lui aveva preso la guida, al posto di Gianmaria, io invece, semplicemente, non avevo sonno.
Me ne stavo dietro mezzo sdraiato a guardare le loro facce, le facce dei miei amici e della mia famiglia.
Non avevo ancora detto una parola e nessuno ancora si era rivolto a me, ma ormai ero prossimo al dialogo, l’incazzatura mi era passata già da un po’, avevo incrociato lo sguardo di Mario, dallo specchietto, un paio di volte, lui aveva fatto finta di non vedermi, o forse era solo soprappensiero.
Gianmaria, Andrea e Diego, si risvegliarono quasi all’unisono; Giulia, invece, continuò a dormire abbracciata alla figlioletta.
Se la teneva stretta al petto, con una mano le faceva da cuscino e con le labbra posate sulla fronte respirava lentamente insieme a lei, quasi contemporaneamente.
Diego disse di aver fatto un sogno bellissimo, un sogno nel quale stava con Ramona, dove finalmente si era liberato della soggezione che provava nei suoi confronti ed era riuscito a dirle quello che sentiva nel cuore.
“Sì, sogna, sogna, tanto sognare non costa, non glielo dirai mai!”
Mario aveva interrotto il racconto e le fantasie di Diego, riportandolo con i piedi per terra.
“Parli tu, che per conoscere una ragazza sei dovuto ricorrere ad una squallida chat.”
“Che cazzo c’entra la chat? Che vuol dire? È solo un mezzo come un altro per conoscere persone… Rompi le palle a me e poi non riesci nemmeno a chiedere ad una donna di uscire…”
“Guarda che lo farò, e poi tu non vedere tutto nero solo perché la tua vita è negativa, io non sono come te, quando torno da Rio, vado da lei e glielo dico! ”
“No ragazzi, il punto non è questo” l’interruppe Andrea “il fatto è che siamo sempre noi, dobbiamo conoscere gente nuova, ragazze nuove, dobbiamo andare in discoteca, nei locali dove c’è la figa, dobbiamo dare una svolta! ”
“Sì certo, come no” gli controbatté Gianmaria “adesso ricominci con la predica Andre’? La tua solita predica del cazzo? ”
Era la solita predica del cazzo di Andrea.
Il Frontini poi aggiunse:
“Meno male che ci sei tu che ci insegni a vivere, siamo tutti single, anche tu, quindi non stare a scassare troppo le palle! ”
“Sei il solito coglione, lo vedi che non capisci? È quello che sto cercando di dire, dobbiamo muoverci, cambiare aria, fare qualcosa di diverso” disse Andrea, rivolgendosi a Gianmaria.
Mario, ci mise il carico da 11:
“A regà, tanto nun faremo mai un cazzo, se sa, è così, dobbiamo solo anna’ avanti”
Io me ne stavo in disparte senza parlare, mi stavano facendo irritare di nuovo. Quel discorso lo facevamo praticamente tutte le volte; di solito ero il fomentatore, quello che cercava di rimediare le donne per tutti, di indicare la via, nonostante fossi l’unico sposato.
Non mi andava di rinfangarmi nelle solite polemiche sterili, o forse ero semplicemente stanco.
Per Diego, invece, non era così e intervenne per cercare di calmare gli animi e riportare la discussione sulla retta via.
“Ma possibile che dobbiamo sempre scassarci le palle con le stesse stronzate? Con gli stessi discorsi? Io me so’ rotto le palle de di’ le stesse cose e scommetto pure voi. Raga’, ‘sti cazzi delle donne, le donne verranno, prima o poi verranno, noi siamo amici, amici da anni, lo capite questo?
Siamo insieme, usciamo, siamo forti, siamo un bel gruppo cazzuto e chi ci ferma?
Ci ammazziamo dalla risate e ci aiutiamo per tutto, non è questa una cosa forse per la quale vale la pena vivere? ”
Poi, con tono più pacato aggiunse:
“Siamo in viaggio insieme e la cosa è spettacolare! Ci aspetta un week-end, per fare quello che ce pare, vogliamo proprio rovinarcelo co’ ‘ste seghe mentali? ”
Diego aveva dato una bella raddrizzata alla conversazione, aveva detto le cose giuste, al momento giusto, era stato forte.
Si guardarono tra di loro e sorrisero, come dei bambini che dopo un bisticcio fanno la pace e si prendono il ditino, cantando “Mannaggia il diavoletto…”.
Iniziarono a sparare cazzate come al solito e a prendersi per il culo, via la tristezza, via i cattivi pensieri.
Gianmaria alzò lo stereo a palla, su Radio Lucano stavano dando la canzone di Alessandro Canino, “Brutta”; aspettarono il ritornello tutti insieme, e intonarono in coro:
“Brutta, ti guardi e ti vedi Brutta, ti perdi nella maglietta e non vuoi uscire più…”
Cantò anche Giulia, che nel frattempo si era svegliata insieme a Luna che agitava le mani in aria, aiutata dalla mamma, al ritmo della canzone.
Cantai anch’io, cantai a bassa voce, furono le prime parole che dissi.
Eravamo tremendamente lunatici!
La canzone stava sfumando, il dj della radio mise in rapida successione “Il carrozzone”, “Quello che le donne non dicono” e “Balla”.
Sul secondo “sciolgo le trecce ai cavalli” ci rendemmo conto di essere arrivati, lasciammo la statale e imboccammo la salita che ci avrebbe portato al paese.
Prendemmo il corso principale, erano le 5 di pomeriggio, c’era molta gente.
Passammo davanti alla chiesa, un paio di vecchie col vestito nero salivano gli scalini, di fianco nel campo di calcio in terra, ragazzini si sfidavano l’uno contro l’altro, vestiti con le magliette taroccate della nazionale.
Il corso era lungo circa un chilometro, il paese era tutto lì, qualche bar, qualche negozio di abbigliamento e alcune botteghe per gli alimenti.
C’era anche una locanda che si chiamava ‘La casa del formaggio’, e ci voltammo tutti d’istinto verso Andrea sorridendo.
Ai lati della strada c’era gente seduta sulle panchine a leggere il giornale; una bisca con un paio di biliardi e qualche tavolo per giocare a carte attirava tutti i giovani del paese, vestiti spettacolarmente fuori moda.
Non era certo Rio de Janeiro e non ci mettemmo molto ad accorgercene.
Nonostante fosse stata una nostra scelta, quella di passare un caldo e tranquillo week-end lontano dal caos metropolitano e dalle spiagge affollate, delle quali francamente avevamo le palle piene, le nostre reazioni furono ugualmente stupite.
Il primo a parlare fu il Frontini che, da buon osservatore, aveva già capito l’andazzo del paese:
“Porca zozza ma stanno dieci anni indietro qua o sbaglio? Cioè vanno in giro ancora in bicicletta? Dove sono le auto, i pub, le discoteche, la vita!!!!? E il cinema? Cazzo, ci dovrà essere almeno un cinema, senza cinema che paese è? ”
Nessuno aveva il coraggio di rispondere, effettivamente il panorama era abbastanza desolante.
“A regà, lo so, scusate ma io vi avevo avvertito, a ‘sto paese nun ce sta un cazzo!!!! ” fece Andrea, in un romanaccio, chiaro e limpido più che mai.
Mario e Diego, rimasero attoniti, quasi impauriti, la prospettiva di passare un fine settimana caldo e tranquillo non era più così invitante.
Ai due venne spontanea la domanda:
“Scusate ragazzi, ma che ce semo venuti a fa’? ”
Andrea si sentì toccato nell’orgoglio, in fondo quel paese rappresentava le sue origini; tutti i Malinverni erano di Rio, i suoi nonni erano nati e vissuti lì, i suoi genitori ci erano cresciuti, lui vi aveva passato buona parte dell’infanzia e dei periodi estivi; adesso cosa era che non andava in quel fottuto paese?
E poi, non era vero che non ci stava nulla, qualcosa c’era!
“Fidatevi di me, ci sono un sacco di posti carini per mangiare bene, domani ci spariamo le pappardelle al sugo di cinghiale e poi ci facciamo una gita ai laghi di Monticchio. Vedrete, sarà divertente…”
Si vedeva che il tono di Andrea era affettato, si stava sforzando di rimanere calmo, la cosa evidentemente lo aveva toccato.
Lo conoscevamo, sapevamo quanto fosse permaloso.
Gli altri non risposero, neanche io, eravamo tutti stanchi, volevamo solo andare a casa.
La dimora dei Malinverni, stava un po’ più alta rispetto al corso, circa 200 metri a piedi, tra strade sterrate e salite al 20%, che neanche Indurain avrebbe scalato.
Nel salire, incontrammo un piccolo negozio di giornali e tabacchi, e alcune donne anziane, ognuna rigorosamente sul proprio uscio, a sorvegliare l’abitazione.
Finalmente c’eravamo quasi, io però iniziai a preoccuparmi.
Nessuno mi aveva ancora rivolto la parola. È vero, mi conoscevano bene ma iniziavo a dubitare che ci fosse qualcosa sotto.
E se si fossero messi d’accordo?
Magari me la vogliono far pagare, dà fastidio il mio silenzio e loro rispondono così, ignorandomi.
Credono di prendermi in giro. Sciocchi, non me ne frega niente, volete il gioco duro?
Lo avrete!
Adesso mi cucio la bocca e non dico niente fino a domani mattina.
Magari fino a dopo cena.
No, non è giusto.
Siamo in vacanza insieme, dobbiamo divertirci, appena entriamo in casa inizio a sparare boiate come mio solito, così li sorprendo tutti!
Sì, farò così.
Salimmo le scalette, Andrea tirò fuori le chiavi ed entrammo.
Poggiamo le borse per terra alla meglio, la casa era di due piani, di sotto una piccola cucina con un tavolo e due sedie, un saloncino piuttosto grande con divano letto d’annata e un armadio degli anni ‘30, le pareti bianchissime appena ridipinte, un comò con sopra un tv color della Grundig 25 pollici, senza antenna e col telecomando scassato; di sopra una mansarda con tre letti, una finestra e qualche zanzara, spiaccicata sul muro.
Eravamo a pezzi, il viaggio era stato lungo e stancante.
Ci sdraiammo, alcuni sul divano letto, altri seduti sulle sedie, osservammo l’ambiente che ci circondava.
Ora forse era il momento di iniziare a parlare, non ero più arrabbiato, mi sentivo bene, avevo tutto, Gianmaria Frontini, Mario Moretti, Diego Brunetti, Andrea Malinverni, mia moglie e mia figlia. Erano tutti lì.
Giulia aprì il portafogli per prendere una ricarica del cellulare e, nel farlo, le cadde una mia foto.
Mario la vide e sorrise, la videro anche gli altri e sorrisero tutti. Effettivamente venne da ridere anche a me, ero venuto con gli occhi mezzi chiusi e rossi, il viso bianco cadaverico, i capelli lunghi… Sembravo un tossico.
Stavo finalmente per dire qualcosa, poi mi fermai osservando Diego.
Raccolse la foto da terra, la guardò ancora un po’ e mi precedette nell’aprire bocca:
“Ragazzi, è proprio vero che l’amicizia è una delle cose per le quali vale la pena vivere!
Pensate come sarebbe stato bello, se Francesco fosse stato qui! ”
Si guardarono tutti. Giulia cacciò fuori qualche lacrima e si strinse forte a Luna, Gianmaria e Andrea mostrarono gli occhi lucidi, Mario fece un sorriso amaro singhiozzando.
Sì, sarebbe stato bello essere ancora una volta lì con loro e fu come se ci fossi stato.
I SENTIMENTALI
4 -VIA DAL CUORE
Lo stop non fu proprio perfetto ma Luca non si preoccupò molto. Prima saltò un avversario in velocità, poi, con una finta secca, eluse anche l’intervento del portiere e mise il pallone in rete.
“10 a 5, abbiamo vinto!”
“Non vale però, voi avete in squadra Luca.”
“Ok, allora la prossima partita la gioco con voi, va bene?”
“Va bene…”
Il campetto bianco in cemento di Campoleone, era infuocato, l’estate era iniziata prima del previsto,
era il 18 giugno e c’erano già quasi 40 gradi.
Luca Baldini, aveva il sudore che gli gocciolava sulla faccia e nella bocca sentiva il sapore salato dei suoi liquidi.
Era un ragazzino prodigio, uno che con il pallone ci sapeva proprio fare.