B Boy
Copyright 2011 B. Boy
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Inutile sperare in un cristo con la mano tesa, in due parole di conforto. Continuo a ripetermi di non preoccuparmi, che da questi denti non può scappare un lamento, ma è chiaro cosa stanno aspettando qua attorno. Inchiodato al letto col culo all'aria e il caldo afoso di questo agosto bastardo. Darei un braccio per svegliarmi dall'incubo.
-Avrai mica paura?-
Eccola, la voce, sarcastica, arrogante; voce da stronza. Mancava che aggiungesse cagasotto e le chiarivo subito come si tratta col soggetto in questione.
-Ma figurati. Quanti sono?-
Cinque cinque cinque...
-Uno, due, tre, quattro… dieci.-
Cazzo, quanti! Certo che cinque era meglio; bel numero il cinque. Il dieci è obeso, borioso. Mai piaciuto il dieci.
-Farà molto male?-
Dimmi di no, dai! Menti piuttosto.
La sento armeggiare coi ferri dietro le spalle. Un brivido mi scuote le ossa.
Merda, è talmente giovane, l’avrà già fatto o sono il primo sfigato che deve scucire? Ho capito che i pivelli devono fare esperienza (se no quando imparano e bla bla bla), ma proprio con me? Non potevano metterle sotto un vecchio allo stadio terminale, uno in coma? Sanità del cazzo. E perché non me n'hanno spedita una più preparata, una bassa, grassoccia… una in grado di trasmettere sicurezza?
-Ho visto il tuo indirizzo sulla scheda sanitaria. Pare proprio che abitiamo pochi passi l’uno dall’altra.-
Eh? Ma di cosa parla? Vuoi vedere che questa ha deciso di enunciarmi l'anagrafico riga per riga? Bella: frega assai dove vivi! Chiaro che la tipa è completamente andata. Come puoi non renderti conto che, in un momento simile, sono altre le tematiche che mi intasano le sinapsi? Ora mi giro e la mando a cagare.
Fermo! Se la fai incazzare, chi è il fesso che ha tutto da perdere? E chi impugna il bisturi? Esci intero dalla vicenda, arriverà la sua ora.
Mancava solo questa, adesso devo pure fare il gioviale col mio carnefice; una femmina microcefala, manco a dirlo. Fortuna che così girato non può vedermi la faccia.
-Ma guarda tu a volte i casi, eh? E dove risiede la nostra brava dottoressa, di preciso?- Ché m'interessa proprio tanto.
-Vicino.-
Ma sentila! Io ora l'ammazzo, la faccio a pezzi e la prendo a calci. Prima rompe i coglioni viviamo a pochi passi, trallallì trallallà, poi fa la sostenuta manco la stessi insidiando. Cos’è, hai paura che domani ti piombi in casa, eh?
-Strano che non ci siamo mai incontrati. È da molto che abiti lì?-
E insisti, pure! Ma cosa vuoi? Vuoi farmi saltare i nervi? Bambola, nel tuo interesse: lascia perdere. Non che nutra un astio specifico per la tua insignificante persona, al contrario, è proprio che non me ne può fottere meno di sapere chi sei, cosa fai, dove vivi, e se vivi. Sbriga questa faccenda e ritirati. Il più veloce possibile, se non ti spiace.
Hei! Tieni a mente chi è il fesso col culo all'aria. Vuoi ritrovarti un bisturi nelle parti molli?
-Cinque anni, cara. E in effetti anche a me pare di non essere mai stato così fortunato da incrociare la tua aurea persona nelle mie infinite peregrinazioni. Che disdetta, vero? Non riesco a capacitarmi di tanta sfiga.- Crepa, stronza.
-Già. Evidentemente abbiamo orari diversi. A dire il vero io sono quasi sempre in ospedale, capisci bene quanto mi riesca difficile fare vita di quartiere. E poi non è molto che mi sono trasferita in centro, le mie frequentazioni sono ancora altrove.-
Vita di quartiere? Frequentazioni altrove? Ma come parla ‘sta lobotomizzata? Però lo sai che ha cominciato a togliere i punti, quei dieci maledetti, e quasi non me ne sono accorto? Tutto merito della T.D.E., la mia Tecnica di Distrazione Estemporanea. Le racconto due sciocchezze, dove abito, da quanto tempo… e la tipa si rilassa. D'altronde l’ho sempre detto che non c’era motivo di preoccuparsi, bisognava giusto mettere a suo agio la dottoressa, che era un po’ in apprensione. Avrà temuto di produrre altra sofferenza tra queste povere carni, vai a sapere. Comunque è andata bene che ero io e non un altro, altrimenti hai presente il casino che combinava? E adesso che si sta sciogliendo, la situazione comincia a risultare quasi gradevole, sarà il suo calo di tensione che mi lascia come svuotato; ho perso dieci chili in dieci minuti. Anni che non provavo una sensazione simile, mi sento talmente purificato da affrontare esclusivamente concetti spirituali. A proposito, bisogna ammettere che la dottorina è veramente un bel pezzo di figa. Sto riassemblando l'immagine rimasta impressa sulle retine prima di voltarmi, e... sì sì sì, proprio buona come il pane. Secondo me è pure una che a letto ti smonta. Sorrisino intrigante, atteggiamento strafottente della femmina sicura di se… Chi mi ricorda? Un’attrice famosa, il nome non mi viene, comunque una magra, alta (ma non tanto da farti sentire un nano di merda), capelli biondi portati corti, poco trucco…
-Di cosa ti occupi, Torquato?-
Torquato? Ah, sì, Torquato sono io (nome del cazzo, lo so, ditelo a mia madre), sta parlando con me la fighetta. Come tentativo d'attaccare bottone è un po’ rozzo, se ha visto la mia scheda sanitaria lo sa quanto me di cosa si occupa Torquato, ma a questo punto sto al gioco, tanto il più è fatto. Se Dio vuole s'è data una calmata, qualche minuto ancora, ché squittisce finito!, e la mandiamo a cagare.
-Architetto-, mi allargo, -ho uno studio di progettazione…- Della serie che Renzo Piano mi fa una pippa.
-Ma dai! interni o esterni?-
Dio se odio questa domanda! Ora lo so che mi scade, ma dopotutto è una femmina, cosa vuoi pretendere? Un saggio indiano diceva che per comprenderle devi entrare nella loro testa e provare esattamente ciò che sentono loro. Praticamente una corrente d'aria che fa sbattere tutte le porte.
-Dipende...- Troppo evasivo? -Be’, di tutto un po’. Sai, l’architetto è come il maiale, non si butta via niente.-
Avrà recepito l’allusione al porco, o è talmente stordita che ancora ci pensa? Mi pare che stia sorridendo, ma non posso vederla. Sento lavorare poco sopra l'osso sacro (dove ho un buco in più e un'ernia del disco in meno), tric-tric le forbicine che tagliano. Dita sottili mi tastano i lati della ferita per controllare sia tutto a posto, niente infezioni o masse purulente in espansione. Cristo, manca solo che attacchi a marcire dentro! Invece sarò masochista ma inizio a smaniare ché l'operazione palpeggio duri piuttosto a lungo. Non è da me, non ho mai tollerato chi ti tocchigna, ma ci sto prendendo gusto, e adesso che con la T.D.E. sono riuscito a produrre una certa distensione nel sistema sanitario nazionale, anch’io mi rilasso. Più mi tocca, più vorrei che s'avvicinasse. Ci siamo: sindrome di Stoccolma, amo spasmodicamente il mio carnefice e il complesso di sevizie cui mi sta assoggettando. Pinze, bisturi, fa' di me ciò che vuoi; taglia, pesta, sminuzza, basta che non t'allontani. Sento finalmente il corpo tornare a vivere, e devo ringraziare le sue carezze (perché mi sta accarezzando, pure se vorrebbe darci a bere di limitarsi al suo lavoro). Un istante fa ero figlio di Mastro Geppetto, adesso cento per cento polpa.
Taglia e continua a sparare minchiate. Va avanti che un'amica fa la restauratrice, o magari la decoratrice, senza un’idea dell'abisso che separa i due ruoli (ma quanti ce n’è che blaterano per dare aria ai denti?). Comunque apprezzo lo sforzo di cercare punti in comune, anche se per ora non m’è riuscito d'intuirne, a parte la sua voce sempre più morbida e sensuale. Direi che i letti sono abbastanza grandi, in due ci stiamo sicuro; i compagni di camera li spediamo a farsi un giretto sulla sedia a rotelle.
Il proposito sarebbe di fare il figo, anche solo per rispetto delle tradizioni ma, chiappe all'aria, non è niente facile. Neanche il bisturi a quindici centimetri dai testicoli riesce a fornire un impulso extra, la spinta verso la spocchia che fa impazzire ogni donna. In ogni caso pare in grado di condurre l'orchestra in prima persona; mi limito a una battuta qua, una là, giusto per attestare che sono ancora sveglio. E chi dorme? Se mi prendono la pressione ora faccio saltare la colonnina.
Quando meno me l'aspetto la sento materializzarsi al mio fianco. Devo essermi distratto mentre blaterava (ammetto d'aver perso contatto con la realtà nella visione della femmina molto poco vestita, praticamente niente, e io che l'assalivo tipo giaguaro), e ho perso il passaggio da dottorina che armeggia sopra di me a dottorina che mi sibila frasi incomprensibili nel padiglione.
Alla seconda capisco che mi sta domandando il numero di cellulare... Lentamente riesco a voltare il naso, gli occhi e… cazzo se è bella! Anche da questa angolazione sfigata m’inchioda. Manco da frocio saprei resistere al suo sorriso. Taccuino in una mano, penna stilo nell’altra, continua a squadrarmi in attesa che mi dia la sveglia. Ma io, quel che vorrei, è sentire ancora le sue dita scivolarmi lungo la schiena. In compenso, trascende ogni mio controllo, ogni volta che una tipa mi fa un sesso così brutale finisco col diventare una merda; sarà questione di timidezza?
Le detto il numero come dicessi sei ancora qui che rompi i coglioni?, cercando pure di estrapolare le tonalità più basse, ché fa sempre sexy, ma quello che esce è più simile a un rutto. Intanto provo a voltarmi completamente (e non è semplice come dirlo). Attento a movimenti inappropriati, solleva il bacino con entrambe le mani, ogni dieci gradi ti fermi e riprendi fiato. Le gambe, se riesci a mascherare la fitta che ti trapana il cervello, possono girarsi anche da sole.
E questa tipa vorrebbe resistere al mio fascino di maschio latino? Si volta ma muove giusto tre passi. Raggiunge il fondo del letto, e a questo punto ci troviamo uno di fronte all’altra; finalmente posso piantarle uno di quegli sguardi bastardi che le femminucce ci escono matte. Non hai scampo, bambola. Non lo da a vedere, ma mi ci gioco una settimana d'ospedale che il mio movimento di gambe l'ha impressionata di brutto.
Eccola riattaccare con un mare di cazzate sul suo meraviglioso quartiere. A me quella fogna di posto produce un disgusto indicibile, ogni mattina mi chiedo come abbia potuto resistere fino alla sera precedente. Di sicuro non piango il giorno che un terremoto lo rade al suolo. Poi sai che mi frega, io sto in affitto. Anzi, sulle macerie organizzo un pic-nic multietnic-razzial-culturale, ché bisogna farla finita con la storia di Torquato razzista insensibile, e lei è la mia invitata speciale. Caviale e Champagne, se me la molla, altrimenti calci nel culo.
Da discorsi senza capo né coda comprendo che quell’ammasso di ruderi la incanta proprio per le ragioni che a me disgustano. Le do corda per capire fin dove riesce a spingersi l'intelletto femminile a suon' di stronzate.
Intanto, anche senza toglierle gli occhi di dosso, capto gli sguardi dei ragazzi con cui divido la stanza farsi sempre più morbosi. Silvano The Genius si alza e comincia un coito con la sponda del letto. Spinge il bacino avanti e indietro agitando la testa da una parte all'altra, seriamente deciso a infilarsi la lingua in una conca auricolare. Per certo mugola come una bestia incaprettata. Saranno versi istintivi, o è comportamento appreso? Siamo bestie con le scarpe, o macchine d'apprendimento con le ciglia? Fingo di non vedere e di non sentire, cieco e sordo. Anche lei pare non badarci, sembra quasi divertita, ma incredibilmente chi decide di non occuparsi dei casi propri è l’infermiera. Proprio che si stava scaldando!
-Dottoressa, il giro è ancora lungo, ci vogliamo muovere?-
Solo adesso comprendo quanto la stronza, sin dal primo momento, abbia gravato sulle sfere della mia persona. Manco a dirlo, una lesbica frustrata (ho preso le debite informazioni e lesbica è un termine politicamente corretto, persino infermiera), come altro giustificare una tale mancanza di spirito civico? Chiunque, in circostanze analoghe, avrebbe trasferito i suoi novanta chili di trippa. Anche volendosi dimostrare di vedute aperte è improponibile ipotizzare interpretazioni alternative: la carogna è gelosa marcia della dottoressa, chiaro come il sole. Ma vuoi dire che il mio angelo è lesbica pure lei? Nooo, impossibile, le lesbiche sono per definizione mostri inguardabili, al limite dell’umano. Bisex? Be', in questo caso si potrebbe organizzare qualcosa di più articolato...
Evitando di ribattere, la fanciulla si dirige verso la porta, ma lentamente, molto lentamente. Quando saluta con gli occhi sorridenti mi cimento in un’espressione ci si vede, baby, che neanche Bogart ha mai osato tanto.
A questo punto sono esausto, sudato da fare schifo. Nel silenzio della camerata ripercorro i minuti trascorsi finché mi rendo conto di farlo con un sorriso ebete. Primo: ho tolto i punti che mi tenevano legata la schiena (dieci, cazzo!), e posso salutare questa gabbia di matti all’istante, anche rinunciando allo scrocco del pranzo. Magari mi faccio preparare un cestino... Secondo: pure in condizioni rovinose, ho gettato basi degne di nota, e stai certo che si combina qualcosa. Qui sono settimane di magra assoluta, non so se mi spiego.
Che idiota, non le ho chiesto come si chiama! Proprio un coglione. Comunque la becco, ci puoi giocare le palle che la ribecco, e senza infermiera; per quella ho già un bel programmino in mente. Dice che siamo vicini. Potrei rivolgermi a un investigatore. Ma è qui che ho il flash di un documentario su noi maschietti che in situazioni di forte stress (diciamo pure di cagarella) ci illudiamo di scatenare nelle femmine reazioni ormonali incontrollabili. Una cosa tipo adesso o mai più, baby…
Vuoi dire che mi sono fatto tutto un film? Il mondo mi crolla davanti agli occhi, non riesco neanche più a respirare. Mi volto per cercare aiuto e trovo Marco e Silvano sul letto affianco al mio che mi fissano, zitti, ma con in faccia una scritta a caratteri cubitali: GRAN FIGLIO D'UNA MIGNOTTA! Ed è qui che interrompo l’apnea. Dunque non me lo sono sognato, non era soltanto questione di doping! Un bel respiro profondo, e la buttiamo lì con quel tanto di noia simulata: Carina, no?
Silvano azzanna il cuscino, strappa la federa coi denti, e ne divora un bel pezzo. Gli ho già chiesto di essere meno fisico nelle sue esternazioni, che mi fa agitare, ma non ci sente; è come parlare a un criceto. D'altronde stare chiusi qui dentro fa accumulare tensioni che non hai modo di scaricare, e Silvano in questa stanza ci sta mettendo radici. Marco si drizza su quegli stecchi di gambe e coi suoi modi da prestigiatore fa emergere dall’armadietto un mignon di Sambuca Molinari. Spartisce equamente nei bicchierini trafugati alle macchinette, e ce li porge come calici d’ambrosia (se al mondo esiste qualcosa in grado di provocarmi ribrezzo è proprio la Sambuca).
-Al culo della dottoressa!-
-Ora che mi ci fai pensare, non l’ho mica visto bene.-
-Neanche noi.- Intanto ci versa una grappa (in effetti mi da il voltastomaco pure la grappa). -Ma per quel che si intuiva sotto il camice non è niente male; secondo me va in palestra tutte le sere, soda come il marmo. Chissà le cosce... Alla salute!-
Dovrebbe fare il croupier, Marco dico. Ha un modo talmente raffinato e amichevole che quando ti lascia in mutande non ce la fai a incazzarti. Qualunque cosa gli appartenga è circonfusa da un’aura speciale, c'è di buono che non lo fa pesare. Persino la moglie è un bel pezzo di femmina, a dire poco una quarta, e quando viene a trovarlo pure noi siamo circonfusi; sarei tentato di farci un giro. Quando mi corico per riflettere sul concetto, Silvano ha già finito di deglutire il bicchiere.
È da un mese che sono chiuso qui dentro, steso su una branda senza potermi neanche alzare per pisciare o cagare. Tiro avanti sognando i viaggi che farò una volta fuori. Per prima cosa voglio emigrare, abbandonare per sempre questa città puzzolente. Le Asturie. Solo il nome fa venire la pelle d’oca. Senti che roba: As-tu-rie. Brrrr... Parto domani. Non ci sono mai stato, non ne so assolutamente niente, so solo che se comincio a informarmi trovo mille scuse per rimandare. Essere come pesci, agire senza perdere tempo a pensare. Appena fuori voglio fare il milione di cose che rimando da sempre, spero solo che i buoni propositi durino almeno una settimana. Altamente improbabile, lo so; il mio primato personale non arriva a due giorni, ma non si può mai dire. Tanto per cominciare dobbiamo considerare tutti i C.F.S.C.E.N.C.I., i Concetti Fondamentali per la Serena Conduzione di un'Esistenza Non Completamente Insulsa, che sono riuscito a comprendere da quando ho messo piede qui dentro. Che devi goderti la vita giorno per giorno, da quando ti alzi a quando spegni la luce (e ancor più dopo); che non devi mai rimandare a domani quello che ti andrebbe di fare oggi, particolarmente se parliamo di attività che stuzzicano la fantasia; che quant'è piacevole oggi non lo sarà anche in seguito, quindi muovi le chiappe; che devi rinviare a data da destinarsi tutte le questioni sgradevoli e soprattutto evitare di affrontarle al momento (questo già mi riusciva benissimo); che devi mandare a cagare tutti gli stronzi intenzionati a farti carico delle loro ansie, paranoie e menate (ne hai abbastanza dei tuoi); che se insistono sei autorizzato ad assestargli una testata in mezzo alla faccia, fra il naso e l'arcata dentale superiore (fa un male porco, garantisco io), e abbandonarli ovunque ti trovi; che devi sfruttare tutte le occasioni che hai di scoparti una bella figa (capita troppo di rado per soffermarsi sulle conseguenze); che se hai caldo è estate e se hai freddo è inverno, se non altro il più delle volte.
Silvano Borse Nere, lo chiamiamo. Borse che si afflosciano su zigomi ossuti. Al primo incontro mi chiedo se è solo momentaneamente stordito o proprio carbonizzato a tempo indeterminato, dimenticato nel forno col grill acceso. A me capita con i crostini per l'aperitivo (se mi riesce di recuperarli li finisco con burro salato e storione affumicato; solo a pensarci ho l'acquolina in bocca). Poi tira fuori che è invalido al settanta per cento, ma pure questa proporzione non è di grande aiuto nella comprensione del fenomeno. Cosa significa sono invalido al settanta per cento perché m'hanno scrostato un neoplasma al cervello? Dovrei chiederglielo. Mi gioco le palle che ha una risposta esaustiva, ma non me la sento; di fargli la domanda e di sentire la risposta. Soprattutto sentire la risposta.
Se c'è una cosa che lo manda in bestia è farsi cogliere alla sprovvista. Una replica per ogni argomento. Ci trova gusto a biascicare che ormai la sua casa è questo reparto, e la mena quaranta volte al giorno con nuovi, non richiesti, dettagli sui ricoveri precedenti. Anzi, a volte ti racconta gli stessi ed è pure peggio. Sopravvivo grazie ai tappi per le orecchie che non tolgo mai. Gli piacerebbe anche convincerti di essere privo di paranoie per il lavoretto che devono fargli. Ovvio che nessuno lo contraddice, neanche quando ti giri la notte e lo vedi seduto sul bordo del letto che guarda nel vuoto.
Ricordo la prima volta che si è avvicinato al mio letto. Ciao bello, io ho un tumore al cervello, anche tu? Approfittando della minestra che mi sforzavo di deglutire, ma che a quel punto stavo per sputargli in faccia, e che l'altra mano era impegnata ad afferrarmi i coglioni, ha continuato Prossimi giorni mi aprono il cranio, è la seconda volta e comincia a seccarmi, soprattutto perché devono raparmi a zero. C'ho messo due anni a farmi ricrescere i capelli, e ora zac!, in un attimo mi fanno lucido come la tazza del cesso. Devi sapere che il tumore al cervello non è come un carcinoma ai testicoli, non puoi tirarlo via con tutto il sacchetto, te lo grattano cercando di non mangiarsi la parte buona. Quello che viene, bene, quello che ci rimane, amen, e rimettono il tappo. Pare sia grande il doppio dell’altra volta. Peccato non sia un tartufo...
Va spedito come un treno, il bastardo, neanche la mia migliore faccia di marmo è in grado di rallentarlo. Ma mi devi raccontare 'ste schifezze proprio mentre sto mangiando? Sono questi gli eventi che ti rafforzano nell’idea che in giro c'è pieno di individui privi di gusto estetico.
Non rispondere. Non chiedergli niente. Continua a fissarlo con il cucchiaio a mezz'aria e lo sguardo dell'ispettore Callaghan; vedrai che si leva dalle palle.
Per tutta la durata dello sproloquio (interminabile) riesco solo a pensare che un bel taglio di capelli gli ci vorrebbe proprio. Ha in testa un casco di lombrichi cresciuti nel letame. Avvicinati al mio piatto e ti ci affogo.
Concentrato, mimica facciale attivata, trasmetto ostilità a tutto spiano. Fronte aggrottata, arcata sopraccigliare abbassata, labbra giù, canini in evidenza. Ho imparato da Tricky, la mia bestia pelosa. Non riesco a flettere le orecchie come fa lui, ma il messaggio dovrebbe risultare comunque chiaro ed intelligibile.
Chiaro, intelligibile, inutile. Poi devi sapere che il primario di questo reparto è un mago, uno dei migliori a livello mondiale, che vengono fino da Cuneo per farselo grattare da lui, il neoplasma dico. Ma quando ti spiega che hai due mesi di vita, di vita di merda, lo fa come fosse uno spasso, tanto lo pagano uguale. Che tu campi o ci lasci l'anima, al tennis non rinuncia di certo.
Breve pausa per valutare l'effetto delle sue stronzate sul mio volto. Anche un cieco leggerebbe di suicidarsi all'istante. Non che sia privo di sensibilità, ma è questione di atteggiamento verso il mondo, soprattutto verso il pranzo. Mentre mangio non mi devi rompere i coglioni.
Già è da vedere cosa intendono qui con il lemma minestrone. Contenitore in plastica bianca sigillato con pellicola trasparente su bavosa condensa. Apri maciullando con un coltello di plastica che non taglia, e ti aspetti un aroma, un profumo, qualcosa. Niente. Avvicini il naso, niente. Assaggi, niente. In compenso l'aspetto è quello dei cessi alla stazione. Nella broda contempliamo vari stronzetti verdognoli. Più Silvano predica, più quel bastardo del mago primario mi sta simpatico; speriamo che commetta almeno un errorino, tipo polverizzargli il centro del linguaggio.
Non è pensabile continuare così, qualcuno spieghi al ritardato che i suoi problemi li può esporre all'assistente sociale, al prete, al gatto, ma che per nessuna ragione deve ritenersi autorizzato a frantumare le gonadi dei poveri cristi che incontra; in particolar modo se come conseguenza si paventa di raffreddarmi la minestra.
Sto per rimettere, ma lo stronzo non ha ancora finito. Pensi che se il primario lo facesse con te ti verrebbe d’ammazzarlo, eh? Tanto cos'hai da perdere? Invece ti senti talmente sfigato che non riesci neanche a reagire. Colpevole! Colpevole verso te stesso! Colpevole verso gli altri! E quello che ti uccide è proprio l'aver tradito le aspettative delle persone che più ti amavano. Padre, madre, sorella, fidanzata, amici, Papa polacco, sì, pure lui. Tutto ciò che vorresti è continuare a vivere la tua vita insulsa, come quel figlio di puttana che, finito di spappolarti il cervello, correrà al campo da tennis.
Che bastardo! Ci scommetto un rene che se l’è preparata da un pezzo, altro che invalido. E comunque continua a non quadrarmi perché ce l'abbia tanto col tennis. Ad ogni modo ne ho le palle piene, di lui, dei suoi cancri, della sua famiglia. Ma come lo stoppo? Ti prego, crepa ora, e lasciami terminare la minestra in pace.
Devo anche sapere che nella vita di fuori Silvano manovra i muletti. Otto ore al giorno, tutti i giorni. Entra ed esce da celle frigorifere con casse di frutta che arrivano da ogni parte del mondo. Pere, mele, dentro, fuori, caldo, freddo, tutti i giorni. Per questo è sempre raffreddato.
Pure la mia minestra, cazzo!
Questa mattina l’infermiera è passata proprio mentre Silvano tentava un coito con lo stipite della porta. Dev’essere bastato per rovinargli la relazione. L’ha rincorsa per tutto il piano, cazzo hai sempre da guardare? Passa e guarda, passa e guarda. Stattene a casa stronza!
Ho l'impressione che non siano in molte ad insistere per lavorare da queste parti. E considerato che la nostra è tra le camere più allegre del reparto si può valutare la renitenza giustificabile. Non per vantarci, ma in fondo al corridoio abbiamo pure una bella serie di stanze calde. A clima equatoriale siamo messi bene anche qui, che l’aria condizionata la devono ancora inventare, ma essere ammessi in quel circolo esclusivo è altra storia, altri livelli. Tanto per cominciare devi esserti meritato tubi, tubini e tubetti nei punti più impensati; respiratori in trachea, flebo nelle mani, piedi, giugulare, sondini nasogastrici, cateteri, drenaggi, tutto collegato a macchinette che emettono un continuo bip-bip-bip-bip, o un prolungato biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip. Nel secondo caso ce l'hai nel culo.
Franco è il quarto letto della mia stanza, il più vicino alla portafinestra. Cinquant'anni, ma ben portati, distinto, riservato. Nonostante l’età, lascia intendere di non essere avvezzo alla frequentazione di nosocomi, a rinunciare alla sua intimità. Diciamo pure che fino ad oggi ha avuto culo. Ti accorgi subito di chi se l’è sempre passata bene, arriva e scruta come fossero solo gli altri i malati, i lebbrosi; il signorino è lì per un errore, sicuro. Cos'ha fatto di male per meritarsi tutto questo, lui? Non è mica un plebeo come noi.
Come quando finisci in carcere la prima volta, e in effetti la situazione non è così diversa. Pure qui sei privo di libertà, e i medici fanno il possibile per strapparti pure quel briciolo di dignità che non avevi lasciato a casa. I medici! Le carogne sono la cosa peggiore che possa capitarti di incontrare qua dentro. Vedi di stare alla larga dagli ospedali, ma se proprio ci devi finire evita i medici nel modo più categorico, sono più quelli che accoppano di quelli che curano. Certo, fuori puoi anche vederli per una birra, non dico di escluderli dalla società civile, non sono mica carabinieri, ma dentro… lascia perdere.
Insomma, Franco è sempre zitto, ma nell’orario di visita, 14,30 - 16,30 un parente per letto, usa purgarsi della rabbia accumulata insultando la moglie. Manco a dirlo, la stronza si vendica con una crisi isterica. Eccheppalle! Non sei a casa tua che puoi fare tutti i numeri che ti pare, c'è gente che soffre qui. Se devi crepare crepa, ma senza molestare chi ti sta intorno. Anche in queste faccende ci vuole un minimo di decenza, di rispetto per gli altri.
Il mattino dell’operazione passa davanti al mio letto sulla barella, già rapato e con la sua bella dose di Valium, le nostre pupille si incontrano per uno di quei secondi che sembrano eterni, penso chissà, forse è l’ultima volta che lo vedo, dovrei dirgli qualcosa, incoraggiarlo, tipo: be’, Francuzzo non fai più tanto il figo adesso, eh? Ma il panico nei suoi occhi mi annoda la lingua. Volto lo sguardo sugli altri, tutti rapiti da Novella 2000. Rifletto un istante su come deve sentirsi lo stronzo al pensiero Ora mi spalancano il cranio per scavarci dentro, e mi tuffo nelle pagine di barzellette della Settimana Enigmistica, per rinfrancar lo spirito.
Uscito dalla sala operatoria Franco è perfettamente cosciente. La fortuna sfacciata che si porta dietro quest'uomo! L'intervento è andato benone e per i medici le probabilità di ripresa sono davvero ottime. Un'ora dopo gli viene un trombo, e adesso non parla più, manco cammina.
Ero già uscito il giorno che hanno aperto Silvano, ma non mi avevano ancora dimesso quando l’hanno rapato (finalmente). Certo che il segno della vecchia cicatrice faceva impressione.
Tre giorni dopo l’operazione mi è arrivato un sms, SONO DI NUOVO CON VOI. Ancora una volta il bastardo era riuscito a fregarmi. Avevo scommesso duecento euro con l'infermiere che ci sarebbe rimasto, o almeno avrebbe riportato danni importanti al centro del linguaggio. Mi ero fidato della giustizia divina. E insomma è colpa sua se ora sono di nuovo al verde. M'è pure toccato chiamarlo a mie spese, lo spilorcio. Era a tavola con la sua porzione di capellini dell’ortolano (e quando sei dentro, sederti e mangiare una pasta scotta puoi considerarla una conquista).
-Allora, Silvano, pare proprio che non si riesca a liberarci della tua squisita presenza. Possiamo almeno confidare in un peggioramento in fase di convalescenza, o non ci resta che rimandare alla prossima recidiva?-
-No, come? A tavola, sono. Capellini dell’ortolano, mangio.-
-Ahi, ahi, ahi, mi sa che stavolta c'hanno dato dentro di brutto, eh? T'hanno lasciato qualcosa nello scafandro, o hanno tirato via tutto? Non vorrei privare il signorino delle sue illusioni ma direi che sei più rincoglionito del solito. Sicuro che sia andato proprio tutto bene? Non è che, alle volte, hanno asportato la parte buona e lasciato quella muffita? Cose che capitano, mica ci sarebbe da vergognarsi.-
-No. Come? No... Frastornato. Dolenza del capo, e stronzi niente antidolorifici, dicono finiti tutti tu. Oh, a proposito, stato in camera calda, eh!-
Bastardo come lo odio. Se penso a quanto ci tenevo... capire come funzionano quei marchingegni; mica posso chiederlo a lui.
-Modestamente è la seconda volta.-
-Ti auguro che ti ci leghino.-
Comunque possiamo stare tranquilli, se è vera la storia del cellulare che ti frigge il cervello, per la camera calda ci passiamo tutti; questione di tempo, un mese, un anno, e vedrai se non arriva il tuo turno.
A distanza di qualche giorno ho sentito Marco, il vecchio compagno di camera; era passato in ospedale per una visita di controllo e sfiga vuole che avesse incontrato Silvano.
-Oh, c’ha in testa uno sbrego della Madonna. Devono aver fatto anche un gran casino con il catetere perché gliel’hanno infilato dalla pancia. Ti dico che ho visto il tubo col piscio uscire dall'ombelico.-
Argh! Solo la parola catetere a me fa accapponare la pelle. Appena ricoverato, la mia prima domanda ai recidivi (la camera era zeppa di recidivi, e ora che mi ci fai pensare non è che fosse proprio un bel biglietto da visita) è stata se, in seguito all’intervento, avessero messo il catetere. Unanimità di responsi negativi, e mio immenso sollievo. Così ho scoperto di essere un amante del pappagallo, l'imbuto atto alla ricezione del membro. Chiaro che l'unica apertura è nella parte alta, perché se infili di sopra ed esce di sotto non va bene. Ad ogni modo, una volta che te lo trovi in mano è piuttosto intuitivo. Quello che probabilmente non sai è che spesso gli infermieri lo svuotano, ma di lavarlo non se ne parla, e quando te lo consegnano, sul fondo trovi il piscio di un altro. All’imboccatura è facile che ci trovi dei peli, se sono bianchi li ha lasciati un vecchio. I vecchi perdono un casino di peli.
Il catetere non è che l’avessi mai messo, quindi non vantavo esperienze dirette, ma l’avevo visto sia introdurre che estrarre, ed era stato più che sufficiente a soddisfare la mia curiosità. Se esiste la reincarnazione ne parliamo la prossima volta, per questa sono a posto così, grazie. E comunque la questione trasmigrazione anime non può essere che l'invenzione di un cervello malato. Come riesci a partorire una vigliaccata simile? Per quanto mi riguarda una vita è più che abbastanza, soprattutto se hai in prospettiva di venire cateterizzato nella seconda.
Ma merda! Dopo l’intervento non ce la facevo proprio ad alzarmi dal letto per andare al cesso, il dolore alla schiena mi impediva di muovere persino le dita del piede, e quel che è peggio… impossibile anche pisciare nel pappagallo. Pare che i muscoli interni si fossero addormentati con l'anestesia e non volessero saperne di risvegliarsi; impedito totale. Senti lo stimolo che ti spacca e non riesci a farla, schiacci la vescica con le mani, ti pare di scoppiare, di pisciarti nelle lenzuola, ma niente, non una goccia. Più di un’ora sdraiato, col pappagallo in posizione, sperimentando tutta una serie di tecniche di mia invenzione: rallentamento a livello basale della respirazione con simultaneo rilassamento dell’apparato urogenitale, tutto mentre il pensiero conscio si dirige ad un campo di margherite gialle appena sbocciate… niente; prolungata alternanza di contrazioni addominali, stimolando la muscolatura interna… niente; violente pigellate sull’uccello con una mano e contemporanea compressione della fottuta vescica con l’altra, che solo a ripensarci me la faccio nei pantaloni… niente. Niente di niente, cazzo! E l'infermiera lesbica che ogni cinque minuti si ripresenta a torturarmi con la sua voce petulante.
-Se non ce la fai da solo dobbiamo metterti il catetere, è troppo che non orini. Hai la vescica piena, senti qui.- E mi schiaccia il ventre gonfio come un pallone, la stronza. -Troppo carica, non ce la puoi più fare, i muscoli rimangono contratti e ti impediscono la minzione.-
Minzione tua sorella! Quando l’ho vista tornare con l’affare non ci volevo credere. Quel tubo di lunghezza spropositata doveva passare per il buchino? E la mia unica certezza prima dell’intervento era che ASSOLUTAMENTE non avrei messo il catetere: garantito.
-Questo è un catetere estemporaneo. Lo posizioniamo per svuotare la vescica e lo rimuoviamo, se a distanza di sei ore non riesci ancora ad orinare lo mettiamo di nuovo.-
-Cooosa? Ma sei fuori? Stai scherzando?-
Diceva sul serio. A quel punto devo avere sbroccato di brutto. Sentivo gli strilli come stessero scannando un maiale. Il maiale ero io.
-Che cazzo dici! Fammi alzare porca troia! Quell’affare te lo ficchi nel culo e ci soffi finché non scoppi!
Con la forza del terrore ho cominciato a girarmi.
-Non da quella parte, sul fianco destro!-
Ma che ti frega da che parte mi giro? E poi è una parola, appena comincio a voltarmi vedo le stelle. Mi riesce bene stare immobile sulla schiena, ma giusto perché mi sono appena sparato una flebo antalgica. Comunque, maledicendo il giorno che i due lussuriosi non avevano di meglio che concepirmi, riesco a girarmi.
-Adesso porta in fuori le ginocchia, oltre il bordo del letto, così.-
Mi muovo soffrendo come una bestia, la colonna che si spezza all’altezza delle lombari, ma piuttosto del catetere meglio la morte.
-Ora lascia andare le gambe, premi con la mano sinistra sul letto, davanti al costato, così, e ti tiri su.-
Tiri su una ceppa!
-Cazzo che male! Tieni le gambe, le gambe! Se vanno giù si sminchia tutto! Tirami su il torace! Il torace ho detto! Non mollare le gambe! La testa! Il culo!-
Alla fine mi ritrovo seduto sul bordo del letto con il muso tra le tette della lesbica. Il dolore alla schiena è intollerabile. Chiaro che in sala operatoria hanno combinato qualche casino serio, resterò invalido per il resto dei miei giorni. Avevano giurato e spergiurato che dal primo istante dopo l’operazione avrei dimenticato il significato della locuzione dolore, e il giorno seguente sarei andato a casa con le mie gambe. Mi sveglio dall’anestesia urlando come un dannato, fitte lancinanti dappertutto, e adesso non riesco neanche a muovermi di un centimetro. Rovinato per sempre, bastardi! Ma devo provare ad alzarmi o la stronza riattacca col tubo che mi vuole infilare. Arriva anche Torrente, il medico incompetente. Applicando una discreta forza al mio collo riesce a staccarmi dalla tettona, che non ci stavo poi così male; tenta pure di mettermi in piedi. Ce la faccio giusto per una frazione di secondo, neanche il tempo per l’omologazione del gesto atletico. Sto di merda, con le mani cerco di tenere insieme la schiena che potrebbe collassare da un momento all'altro.
-Vedi che va tutto a meraviglia?-
-Meraviglia tua madre, stronzo!-
Sbianco, perdo le forze. A costo di una fatica immensa riesco a dire mi devo sdraiare, sto svenendo. Ma pure per sdraiarsi c’è tutta una procedura...
Un'altra settimana ormeggiato in quel letto. Da sclerare. In compenso è un via vai di gente che entra ed esce dalla mia stanza, li operano e li spediscono. Il giorno stesso dell’intervento si alzano per la passeggiatina in terrazza, il mattino seguente tornano a casa. Come fosse la cosa più naturale del mondo, capisci? Tranquillo, con gli accidenti che gli ho tirato tornano presto.
Li ho dimenticati tutti, per figurarmi i visi dovrei fare uno sforzo che è l’ultima cosa che penso di fare. Uno no, uno lo ricordo benissimo. Enzo Scoreggia, per lui l’intervento era un contrattempo fra un'abbuffata e l'altra. L’unica preoccupazione era saltare la cena prima dell'intervento, e comunque s'è sbafato una teglia di lasagne arrivate da casa. Non so che lavoro facesse. Che occupazione può svolgere un trippone impegnato a diffondere gas mefitici nella fotosfera, giorno e notte? La notte! Chi ce la faceva a dormire là dentro? Affianco ad Enzo avevano parcheggiato un vecchio in decomposizione che non smetteva di sbraitare frasi incomprensibili. Anche legato mani e piedi riusciva a fare danno, non gli andava d’essersi ridotto a una carcassa. Le infermiere ne avevano fin sopra i capelli di cambiargli il catetere che si sradicava rovistando senza sosta, o quando sfilava gli aghi dalle vene e li piantava proprio lì. Se lo sentivi chiedere la padella si era cagato addosso da almeno mezzora.
La seconda notte, dopo una prima completamente in bianco, con Enzo Scoreggia e Franco Bestemmia, abbiamo chiesto i sonniferi per cercare di chiudere occhio. Come l’infermiere si è allontanato li abbiamo ficcati tutti in gola al vecchio. Caga, piscia, fai un po’ quel che cazzo ti pare, ma in silenzio, Cristo! Cosa cagasse poi, che non mangiava e non beveva tutto il giorno, legato com’era, non riesco ancora a capirlo… Vuoi dire che sbraitava per quello? Comunque il giorno dopo l’hanno rispedito al mittente, non s’era più svegliato.
Ma pure senza il vecchio la notte era un bordello lo stesso. Pare che in quei giorni gli infermieri del nostro reparto ospitassero il Campionato Interospedaliero di Morra Cinese. Arrivavano da tutte le parti, gridavano finché non finivano il fiato, e ripartivano. Metti il caso che finalmente riuscissi ad addormentarti, alle cinque ti svegliavano con le flebo della mattina, e non potevi neanche mandarli a cagare per il casino della notte, questi erano appena entrati in servizio e cosa ne potevano; ce li mandavi perché ti infilavano tre volte l’ago nel braccio senza beccare una vena.
Insomma che, anche a un tipo calmo come me, in ospedale riescono a farle girare. I bastardi, i medici, quando non sapevano come passare il tempo facevano un giretto in corsia; se arrivavano fino a me, mah! boh! eh! erano le uniche risposte alle mie domande.
-Perché sono ancora qui, se gli altri vanno tutti a casa?-
-Mah!-
-Quando passerà questo dolore lancinante alla schiena?-
-Boh!-
-Riuscirò a camminare come prima?-
-Eh!-
-Stronzi.-
Alla fine doveva proprio servirgli il letto, e si sono decisi a dimettermi. Stavo in piedi per misericordia, ma da quello zoo sarei scappato anche sui gomiti. Chiaro che per andartene dal reparto devi scendere una scalinata che ti spezza in quattro. Ma che te lo dico a fare, hai già capito come funziona.
Finalmente fuori! Spalanca le narici, inspira! Biossido di zolfo, benzene, idrocarburi, polveri sottili, piombo. Questa è vita! Rivedere gli amici. A proposito, adesso dove lo trovo Tricky, il bastardo? Bestia raminga, non ha certo bisogno di me per tirare avanti. Se rimane è perché gli fa piacere, perché sono il faro della sua moralità, mica per un piatto di pasta e fagioli. In caso contrario può levarsi dalle palle, che puzza, pure. Descriverlo... non è che sia un animale da concorso, il prodotto di una yorkshire incazzosa fecondata da una bomba all'idrogeno. Sicuro che è ancora radioattivo, dove passa semina morte e distruzione, ma mica possiamo fargliene una colpa. Ne avrebbe da raccontare. Figurati che un infame ha avuto la faccia di chiedermi con quale incoscienza mi fossi messo in casa un animale del genere. Primo: in casa ci sta ben poco; secondo: mai sentito di quelli che credono nel malocchio e si tengono un gatto nero? Potrà nuocere a te, non a me. E l'italiano che non è intriso di superstizione alzi la mano, voglio proprio vederlo, l'ipocrita; terzo: fatti i cazzi tuoi, stronzo.
Due settimane dopo cercavo ancora di riprendere a camminare. Mi trascinavo da un vicolo all’altro, un bradipo, finché l’ho trovato rovistare nella spazzatura. Ho rischiato di farmela nelle mutande perché dall’espressione pensavo non m'avesse riconosciuto e mi saltasse alla giugulare. Mi è uscito un timido Tricky… e ho capito che m’aveva ben identificato, proprio per questo voleva azzannarmi! E sembra un nano, ma ha dei denti della madonna. C’è voluta tutta la mia pazienza per riuscire a calmarlo, per fargli entrare nella testolina che certe questioni è meglio risolverle a parole che a morsi. Comunque, il discorso è che c'era rimasto male a vedermi sparire così, senza neanche un saluto. Per fortuna la bestia non è particolarmente permalosa, di quelle che se la legano al dito e tengono il muso fino all'ultimo dei tuoi giorni (tipo le donne, per intenderci); cinque minuti ed eravamo di nuovo fratelli.
Per siglare l’armistizio l'ho rimpinzato di biscotti per cani Coop, quelli a forma d'osso che gli piacciono tanto. Ogni quattro gliene mangio uno, dovresti vedere come s'incazza. Sembra scemo ma lo sa che sono i suoi biscottini. Forse abbiamo esagerato perché alla fine ha vomitato una massa gelatinosa sul parquet. Per fortuna s'è rimangiato subito tutto.
A volte lo fa, di ingozzarsi e rigurgitare, manco avesse paura di rimanere a secco per mesi, e il parquet è tutto una chiazza. Anche perché, se non lo trangugia di nuovo, io di certo non ci pulisco. O sono il suo schiavo?
Scovare la dottoressa, assodato che il mio numero di telefono le era servito da assorbente interno, è risultato ben più complesso. Due mesi di zoppicanti ricerche tra vicoli putridi. Vicino un cazzo! Alla fine la deficiente stava a più di un chilometro da casa mia, roba che potevo anche morire prima di ritrovarla.
Ma perché le femmine hanno il senso della misura di un tostapane scassato? E l'orientamento? Ci vuole tutta che capiscano qual è il dietro. E il film che m'ero sparato sull'investigatore privato, pedinamenti, menate, ho finito col lasciarlo perdere. Mi sono informato sul prezzo: qualche zero al di sopra delle mie possibilità; il particolare che taglia la testa al toro.
Comunque, gira e rigira, che mi ero ridotto a guardare pure nei ristoranti cinesi, un pomeriggio non la trovo in una palestra di fighetti dov'ero già passato almeno cinquanta volte? Col personal trainer più grosso che avessi mai visto a seguirla da vicino (un po' troppo vicino). Serie multiple di distensioni alla panca piana.
Ero talmente entusiasta che il primo istinto è stato di spingerle il bilanciere sul collo e vederla schiattare tra i rantoli. Le è andata bene che la visione di una femmina distesa a sudare mi introduce in differenti congetture. E tutti quei muscoletti a spingere su e giù il bilanciere? Solo un panorama è capace di produrmi un'eccitazione più violenta: un esponente del gentil sesso che fa pulldown in canotta elasticizzata. Mhhh... la spalluccia della femmina che lavora, che si gonfia, la polpa che comincia a vibrare per lo sforzo… Non dovrei dirlo, ma io bazzico le palestre solo per quello. Ogni tre o quattro cessi da ottanta chili arriva quella fatta come si deve, si siede, alza le braccia, impugna le maniglie, comincia a tirare... siii!
Non sto dicendo che mi fa schifo una corposodo a sculettare sullo step, ma quella ti può capitare anche altrove, per strada, al mare. E comunque la faccenda è che adesso pare proprio che stiamo insieme, almeno se dobbiamo dare credito a quanto sostiene la femmina. Per quanto mi riguarda non sono ancora riuscito a spingermi oltre le consuete perplessità, l'opportunità del coinvolgimento emotivo con un altro essere e compagnia bella, che non ho mai nutrito particolare ottimismo per rapporti implicanti un numero di soggetti superiore a uno, me stesso.
Se poi penso che è un medico, la prendo a testate in mezzo alla faccia e la scarico in una traversa di via Pré. Ma per ora funziona. In compenso non sono libero di scrivere il suo nome perché l'infame non mi firma la liberatoria. Ad ogni modo Puttanella non le spiace, e comunque se lo farà andare. Neanche Maialina sembra urtare la sua sensibilità di femmina contemporanea.
E ci credo che le gusta dove abita, vorrei vedere a chi non gusterebbe. Sì che stiamo tutti e due in centro storico, ma tra un estremo e l’altro hai la possibilità di sperimentare un intero campionario umanitario. Ti dicono devi viaggiare, devi vedere, devi conoscere. Ma cosa viaggio, che li trovo già tutti qui? Nordafricani, dodici per stanza, che vorrei capire di cosa campano; fauna locale a dare di naso nel portone di casa tua e ancora grazie se, permesso per favore, ti concedono di transitare; bande di sudamericani a colpi di machete perché Tizio ha lumato la fidanzata (cento chili) di Caio; vecchi decrepiti alla ricerca della puttana dei tempi d'oro, quella che li capisce; figli di papà travestiti da punkabbestia t'avanzano mica spicciolini? Ma s'è mai visto qualcuno con esubero di moneta da queste parti? Trans brasiliani per palati forti; folletti cinesi che rilevano un negozio dopo l'altro, e ti bacio in bocca se mi spieghi con che incassi li tengono in piedi, che non ci vedi un cane neanche a Natale; albanesi col risvolto dei pantaloni ancora bagnato; una pseudo nobiltà decaduta che conserva ancora buona parte dei suoi privilegi. Ecco, non per voler diffamare ad ogni costo, ma piazzerei la carogna proprio in quest'ultima comitiva. Cinque secoli fa, avrebbe vestito i panni della privilegiata con cantori e servitù al suo servizio (pure se come metteva il naso fuori dalla porta glielo facevano a fette, che qua non scherzavano neanche a quei tempi). Lo sfigato qui, invece, avrebbe abitato una stamberga umida e buia, povero ma bello, e ricco di spirito. Oggi lei vive nel suo palazzo, io in un minialloggio con WC sul pianerottolo, che mi succhierebbe metà dello stipendio se ce l'avessi. Meno male che col tempo le cose sono cambiate.
Ha l'edificio tutto per se, il tesorino, ed è solo una parte dell’eredità che la nonna ha espressamente decretato giungesse a lei saltando i suoi genitori. Paraculata del cazzo, mi sa ch’è proprio zeppa. Pensavo, no a dire il vero non ci avevo mai pensato, ma nel caso avrei creduto che vivere da solo in una casa di cinque piani (trentotto stanze!), dovesse essere angosciante, che ti facesse sentire mostruosamente solo, ancor più trattandosi di spazi in cui prima di te hanno abitato chissà quanti, ognuno lasciando qualcosa, e sommati fanno metri cubi di cianfrusaglie. Invece ci stai da Dio. Casa mia sì che è angosciante, specialmente dopo che hai visto la sua. Chez moi, da solo ci stai per forza, in due sono turni anche per dormire, come nei sommergibili. Non lo dico per scoraggiare, anzi per me puoi venire quando ti pare, in qualche modo ti sistemo; un po' umido magari, con le zanzare che ti divorano pure a Santo Stefano ma, da quando ho messo le trappole, topi ne girano pochi.
Abbiamo collaudato le prime ventidue stanze. L'idea sarebbe di andare avanti finché non troviamo la nostra. Nel caso ci trovassimo d'accordo, e non è facile, che abbiamo gusti diversi, non so cosa ne faremmo. Anche solo spostare un mobile, un divano, cambia la riflessione della luce, i suoni, l'atmosfera. Toccherebbe cominciare da capo. Certo che, a quei tempi, come facevano a tenere tutto pulito senza Swiffer? Per forza erano pieni di schiavi. Poveri nobilastri, già gli toccava sacrificarsi per il bene dell'umanità, mancava solo dover fare le pulizie.
Mettere piede in una stanza che non conosci, senza nessuno che t'abbia mai autorizzato, a me attizza un casino. Non respirare, siamo gli intrusi, i clandestini, i ladri! Il proprietario è uscito, sarà in qualche bisca a giocarsi la pensione, ma potrebbe rientrare e caricarci di legnate. Fermo! Sento qualcosa. Niente, un tarlo. Comincio ad avvertire il terrore che scorre tra le mani, il battito che sale incontrollabile. Dove vuoi andare così ridotto? Flagranza di reato, te ne rendi conto? Solo per la violazione di domicilio sono tre anni, per il furto con scasso anche undici; esco che non mi ricordo neanche com'è fatta una femmina. Comunque roba ne ho portata via poca, direi pure di scarso valore, ricordini. Anzi, devo ricordarmi di tornare con un amico che ci acchiappa di vecchiume, qualche pezzo buono lo recuperiamo sicuro. So quasi con certezza che per lei sono solo cianfrusaglie, se le porto via le faccio un favore.
D'altronde pure per me è tutto vecchiume. Tranne l'impianto. Come l'ho visto ho sentito il cranio che si scoperchiava e una colomba spiccare il volo, una folgorazione. Una sala d’ascolto con impianto stereo da pelle d’oca. Era della nonna, melomane sfegatata con discografia da primato. E non dev'essere schiattata da molto a giudicare dagli elementi del sistema. Qualità allucinante, roba che mi era capitato di vedere esclusivamente su stampa iperspecializzata. Sì, lo ammetto, quelle riviste per audiofili che dici ma esiste il malato di mente che se le compra?, sono andato avanti anni a studiarle. M'intrippava la questione del suono, della tecnologia che siamo riusciti a mettere insieme nel tentativo di riprodurlo. Col tempo c'ho mollato parecchio, anche perché arriva il momento che di leggere soltanto ti rompi, soprattutto se pensi che stiamo parlando di musica. Però la vecchia era un'audiodipendente dalle tasche piene. Amplificatore valvolare Audio Research Reference 600, fabbricazione statunitense, ma quando parlo di valvole mi riferisco a produzione russa della Svetlana, venti pentodi di potenza 6550C e la rimanenza di doppi triodi 6922, la prova che dobbiamo tenere yankee e KGB ben divisi; giradischi Audio Tecne ACP 8801, un mito di cui credevo esistesse soltanto il nome; braccio Moss Inertial e fonorivelatore (taluni zotici lo definiscono puntina) Audio Note IO LTD Kondo, solo lui costa più di una Harley Davidson; altoparlanti Acapella Celestron Delta, e qui mi fermo perché non è possibile descrivere una tale opera di scienza e creatività. Poi è inutile, finché la vedi è soltanto roba, devi sentirla suonare o non ha alcun senso.
Impressionante la quantità di altoparlanti realizzati secondo le specifiche della vecchia. Come fai a non incendiarti per cotanta femmina? Finalmente riesco a comprendere il monaco sulla copertina di Rage Against The Machine, con la sua bella tanichetta di benzina rovesciata in testa, che si accende l'ultima sigaretta. Avevo trascorso non so quante ore ad osservare quell'immagine cercando di comprendere. Sono riuscito solo ad assuefarmi. A proposito, ma cos'è il basso di Tim Commerford? Io dico che è in assoluto la ritmica più devastante degli anni novanta. Non puoi ascoltare Bullet in the Head senza rimanere sconvolto dalla testa ai piedi. Rabbia allo stato puro.
Come capisco il travaglio di questa donna, la ricerca di un suono, di una specifica sonorità, della precisione nella riproduzione. Incessanti aggiustamenti. Ad ogni ascolto percepisci più definito il concetto, quel dannato rumore che ti spacca il cranio, ma più ti accosti più realizzi che non potrai raggiungerlo, perché sei tu imperfetto, tu limitato; e più il tempo passa più invecchi, con timpani come croste di grana padano. Il limite non è l'impianto, puoi perfezionarlo quanto ti pare, spenderci tutti i tuoi soldi... il limite è non avere sempre vent'anni.
Lei, ultima a cimentarsi con questi aggeggi, a toccarli, e io, che riesco ancora a sentirla viva, all’inseguimento di una saponetta scivolosa.
Sfioro il giradischi, e un fremito dai polpastrelli si espande al braccio, al collo, a farmi inarcare la schiena e rovesciare gli occhi. È una porta che si spalanca verso un'altra dimensione, e mi prende il panico, potrei rimanere risucchiato, non riuscire a tornare indietro. Cerco di tranquillizzarmi, di convincermi che l’appartenenza a questa realtà è scontata; non è possibile evadere. Tiro le briglie, e finalmente sento il sudore raffreddarsi nelle mutande.
Se penso che la deficiente neanche lo sa accendere, l'impianto... In ogni modo, pure con lei ho come l'impressione di percorrere due realtà parallele. Insistono che all'infinito le parallele s'incontrano, vedremo. Comunque per me è solo una gran stronzata.
L'impiantazzo l'avrei già trasferito, se non fosse che da me dovrei eliminare anche il letto per sperare di farlo entrare. E poi dove dormo? Ho resistito fino ad oggi alla tentazione di accenderlo giusto perché non tollero di farlo con la rompiballe tra i piedi, ma sono al capolinea, non è verosimile che attenda ancora. Qui s'impone l'urgenza di liberarsi della femmina, inventare una scusa, allontanarla.
-Maialina, tesorino mio bello e caro, dovresti proprio aiutarmi, una cortesia piccola piccola ma urgente. Non è che potresti fare un salto in farmacia prima che chiuda?-
-In farmacia? Cos'hai, non ti senti bene?-
-No, è che... non volevo dirtelo, ma sono quindici giorni che non vado... Ora ho come dei crampi all'addome, sento il sangue pulsare nella fronte, ma non ce la faccio proprio a procedere. Le ho sperimentate tutte. Manco riesco più muovermi, praticamente sono inchiodato al divano, altrimenti è chiaro che ci andrei in prima persona. Insomma, dovresti alzare il tuo bel culetto dalla poltrona e correre a prendermi un microclisma intestinale, immediatamente.-
-Ma certo tesoro, figurati, vado subito. Più che altro mi spiace che sei stato male tutto questo tempo senza accennarmi nulla. La prossima volta dimmelo prima, molto prima, che ti do l'Agiolax; lo porto a casa di straforo dall'ospedale. Fa miracoli, vedrai. Io lo prendo da anni e sono più regolare di un orologio. Però devi avvisarmi per tempo, al massimo dopo un paio di giorni, ormai è troppo; non è che abbia un'azione immediata. Diciamo che lo assumi al mattino e ti agevola per la sera. Se preferisci prenderlo la sera, sarai pronto al mattino.-
-Tutto molto interessante, ma al momento l'unica cosa che m'interessa è che ti diriga in farmacia, o rischi di trovare chiuso, e lo sai che potrei anche morire. Il blocco intestinale è un evento che si tende a sottovalutare, e un bel momento non c'è più niente da fare. Esci da questa porta all'istante, fammi la cortesia.-
-Ma certo, amore, mi muovo subito. In ogni modo non ti preoccupare, conosco i proprietari, se hanno già chiuso, piuttosto li chiamo a casa e mi faccio riaprire. Vedrai che in men che non si dica ti rimettiamo in sesto. Tu intanto sdraiati qui, sul divanetto che ti piace tanto, sarà questione di un attimo, vado e torno. Cerca di concentrarti su qualcosa di carino. Pensa a una vacanza che vorresti fare, a una bella ragazza da palpeggiare, a me per esempio, porcellino dei miei sogni. Ma soprattutto tieni lontani i pensieri dal fastidio che hai, e vedrai che ti sentirai subito meglio. Garantisce la tua dottoressa.-
Porca troia, se questa stronza mi dice ancora una volta che va e non schioda, giuro che la prendo a calci nelle ovaie! Oh, finalmente, e vedi di restarci parecchio, fai il giro largo, prenditela comoda, calati un aperitivo con le tue amiche deficienti del cazzo, sparisci e non tornare prima di domani, patella dei miei stivali!
Capace che uno di questi giorni riesce a farmi saltare i nervi, la stronza.
Cinque anni di silenzio e oggi voce, Coccobello, la resa dei conti. Usignolo o anatra? Sono giorni che traccio la combinazione con cui dare via ai test. Ho deciso di lasciare da parte i componenti più blasonati per cercare una soluzione equilibrata. Più della qualità di ogni singola parte m’interessa il risultato globale.
In pochi minuti metto a punto un sistema che spero si dimostri eufonico: preamplificatore di linea Merlin LS Export Klimo completato da stadio phono Viv, due finali Beltaine Klimo, e Giradischi Rega Planar 9 con fonorivelatore Grasshoper Gold. Solo di cavi ci saranno ventimila euro. Unica esitazione sui diffusori. A lasciarmi estasiato è la coppia di Avantgarde Acoustic Trio Compact, tre trombe, rosse, disumane. So che è una cafonata, ma mi manda in acido. Comunque alla fine collego una coppia di Sonus Faber Guarnieri Homage.
Non sto dicendo che sia l'impianto con cui cercare il suono neutro, senza carattere, ma frega assai di annullare le singole caratteristiche, i difetti di ogni componente. La questione è indirizzare valvole e transistor verso il suono che abbiamo in mente, il difetto che abbiamo in mente, anche se parliamo di difetti costosissimi.
È un'eternità che non metto su un vinile. Avevo quasi dimenticato la sacralità del gesto, il silenzio teso che precede l'espansione della musica. E finalmente il braccetto sul primo solco.
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Credo di aver vissuto istanti di totale incoscienza. Mi riprendo dall'impatto del suono sulle sinapsi che il coro ha già terminato la prima sestina più sparato di un toro in corsa.
Tuba mirum spargens sonum
Per sepulchra regionum
Coget omnes ante tronum
Mors superbit et natura
Cum resurget creatura
Judicanti responsura
Gocce minute mi rigano il viso. Sto smoccolando? No che non smoccolo. Sboccano dal fornice congiuntivale superiore. Spremuta d'occhi, cazzo! Ho le ghiandole lacrimali fuori controllo. Carcinoma linfoide? Mi devono asportare gli occhi con quello che c'é attaccato? Cancro retrobulbare? E se fosse uno scompenso in cui si agitano vicende profonde della realtà immateriale, un confronto senza diaframmi fra te e l'altro, fra te e te? Io che ho sempre considerato la Sindrome di Stendhal una panzana da psicanalista...
Esperienza devastante, assoluta, mistica, e più l'amplificatore si scalda più i suoni diventano precisi, distinti. Mai ascoltato un Dies Irae così. Decca del settantatré, i Berliner di Karajan. Un'onda che strappa i vestiti di dosso. Nudo sul ciglio dell'abisso.
Rex tremendae majestatis
Qui salvandos salvas gratis
Salva me fons pietatis
Il respiro s’inceppa, mi sento una statua di ghiaccio. Vorrei abbassare il volume ma non riesco a muovermi. Cerco di rallentare la frequenza del respiro, mi copro la bocca con le mani, ma il risultato è deludente. Sono in iperventilazione, sto entrando in crisi; prossimo passo il collasso cardiocircolatorio.
È incredibile come la nitidezza riesca a mantenersi morbida e senza incertezze anche quando le frequenze hanno picchi improvvisi.
Sento cedere le gambe, le ginocchia cozzare sul pavimento. I gomiti. Il naso.
La pulizia del timbro! I coristi hanno inalato Vicks Sinex a pacchi.
Il coinvolgimento prodotto da quest'impianto è impressionante. Non ascolto musica, ci sono immerso. Tutto ciò che mi circonda ha cambiato stato, i solidi in gas, i gas in suono.
Striscio verso l'amplificatore per abbassare il volume. Decisamente meglio. In un momento ho immaginato la cerebrolesa entrare e il coglione secco sul pavimento. Alla faccia della stitichezza. Lentamente riesco a rialzarmi, ma l'impressione è d'essere aumentato di trenta chili. Lo shock acustico ha falciato i globuli rossi. Anche gli occhi vedono in modo diverso, più nitido, sarà il pianto a sguazzo per tre minuti.
Percepisco l'ambiente in cui mi trovo con una nuova profondità. La sala è stata modificata per adattarla alla riproduzione musicale, ma con una cura ed una delicatezza che mi hanno tratto in inganno. L'operazione fondamentale sarà stata l'insonorizzazione passiva. Porta spessa con guarnizioni lungo il perimetro di battuta, finestre a tripli vetri, parquet su strato isolante. Pure le pareti non sono originali ma nuovi tramezzi accuratamente rivestiti in legno. Ai quattro angoli, grandi cilindri riducono le riflessioni delle onde acustiche. E anche qui c’ero cascato, altro che colonne ornamentali. Ad ogni modo non ci stanno malissimo. Se davvero sono in massello ci alimenti tutte le stufe della Valtellina per almeno due settimane. Lo stesso soffitto mi pare sia stato ribassato e inclinato, ma a questo punto non sono più sicuro di niente, può darsi sia io quello storto. Devo bere qualcosa per rimettermi in sesto. Sarà già l'ora del Negroni? Farei a pezzi le pareti per vedere cosa nascondono.