Excerpt for Le origini preistoriche dell'onomastica italiana. by Guglielmo Peirce, available in its entirety at Smashwords

Guglielmo Peirce






LE ORIGINI PREISTORICHE DELL'ONOMASTICA ITALIANA.




































Prima stesura depositata alla S.I.A.E.-SEZIONE OLAF con il n.

di repertorio 9800376 e con decorrenza 3.2.98, inoltre alla Società

Napoletana di Storia Patria con Prot.679/IV.II.3 del 17.9.98.

Opera finalista della X edizione – Anno 2001 - del Premio Italia Letteraria per opere inedite.















































LE ORIGINI PREISTORICHE DELL’ONOMASTICA ITALIANA

by Guglielmo Peirce.

Published by Guglielmo Peirce at Smashwords.

Ad Alessandro e Margherita, miei tenerissimi nipotini,

perché sempre si chiedano l’origine delle cose.















































INTRODUZIONE.


Il sapere umano è come il tronco di un albero partitosi in cima in quattro grossi rami e cioè nel sapere di oggi o tecnica, nel sapere di domani o scienza, nel sapere di ieri o filologia e nel non sapere o filosofia. Solo tre o quattro secoli fa questa nostra suddivisione sarebbe stata differente, perché, per esempio, la filosofia e la scienza coincidevano e infatti gli scienziati erano stati sino ad allora chiamati filosofi; in seguito la scienza vera e propria e il conseguente pensiero scientifico hanno avuto un tale sviluppo da emanciparsi dal puro pensiero teoretico e quest’ultimo, privo del grande e importante supporto che aveva sempre ricevuto dalle pur ancora poche evidenze scientifico-matematiche, è andato di conseguenza sempre più allontanandosi dal reale, sino a perdersi nelle perversioni e nel delirio dei dogmatici apriorismi idealistici post-kantiani e infine a crollare sotto i colpi della giusta e attesa protesta esistenziale, riducendosi pertanto oggi la filosofia teoretica a un mesto raschiare il fondo del barile per raccoglierne rancidi rimasugli da rimestare e presentare come costruzioni di nuovi grandi sistemi, in verità però molto più improbabili che nuovi. Quanto possono infatti dimostrare oggi tutta la loro pochezza certi rozzi asserti da sempre considerati pietre miliari della filosofia! E vedi il cartesiano Cogito ergo sum (perché, quando dormo e non penso, non sono forse egualmente? Perché, le cose, le quali non pensano, non sono ciononostante egualmente?) e lo hegeliano La ragione governa il mondo (ma dove lo si può vedere? Che cosa può mai avere a che fare la potentissima, determinata e ineluttabile meccanica fisico-chimica della Natura con la debolissima e imperfettissima ragione?) Il pretendere di estendere l’ingenuo antropomorfismo del divino anche a quel piccolo e insufficiente strumento umano d’indagine chiamato ‘ragione’ è un’ulteriore dimostrazione di quanto essa sia limitata e inattribuibile al trascendente; certamente il Creatore disporrà di capacità di calcolo e di giudizio incommensurabilmente più elevate della meschina ragione!

La storia, poiché puro metodo d’indagine (gr. Iστορία, indagine, investigazione, ricerca), è un antico strumento della filologia e i suoi prodotti storiografici sono appunto risultati filologici; la religione invece è non sapere come la filosofia, ma, mentre questa è non sapere critico, quella è all’opposto non sapere del tutto acritico.

L’arte infine non è un ramo dell’albero del sapere, essa è tutt’altro e cioè, approfittando di una nostra innata abilità, il tentativo di soddisfare una nostra comunissima puerile esigenza interiore, quella di essere apprezzati e amati dal nostro prossimo indipendentemente dal nostro sapere, e quindi non è altro che il voler imprimere nel mondo circostante in qualsivoglia materia - o anche direttamente nelle gente, come fanno gli attori - l’immagine di quello che noi riteniamo il nostro vero e miglior essere, realtà di cui altrimenti gli altri difficilmente s’accorgerebbero, quindi non apprezzandoci e amandoci come meriteremmo; vero è che tale desiderio di riconoscimenti personali non è una caratteristica solo dell’arte e infatti non ne sono certo esenti nemmeno tantissimi scienziati, filologi e pensatori. Possiamo però definire l’arte in questo modo solo oggi e solo noi che viviamo in una civiltà dove non si soffre quasi più la fame, perché sino a un tempo non lontano è stata anch’essa invece soprattutto qualcosa di diverso e cioè un mestiere, un modo di guadagnarsi da vivere utilizzando doti naturali; infatti, a dispetto delle incredibili farneticazioni a cui è arrivata oggi la critica estetica, anche i più grandi artisti del passato – da Cellini a Caravaggio, da Michelangelo a Raffaello – erano soprattutto dei mestieranti.

Insomma le umane discipline, proprio come tutte le altre vicende e condizioni della vita dell’uomo, non restano immutabili nel trascorrere dei secoli, cambiando infatti talvolta o il nome o l’oggetto del loro esercizio.

La filologia è dunque un riscoprire quanto una volta si sapeva ed è andato poi dimenticato nel susseguirsi di tante generazioni ancora prive di efficaci strumenti di registrazione, duplicazione e comunicazione dei dati; certo essa si avvale in questa ricerca del validissimo ausilio del sapere di oggi, cioè della tecnica, ausilio spesso imponente, come nel caso di alcune delle sue più significative discipline quali l’archeologia e la paleontologia, allo stesso modo in cui la tecnica si alimenta continuamente dei successi del sapere di domani, ossia della scienza; in sostanza il nostro sapere è un perenne procedere verso l’ignoto, un avanzare fatto costruendo ponti e segnalando gli utili guadi a chi ci seguirà.

Lo studio etimologico dei cognomi italiani ci riporta molto indietro nel tempo e non solo al basso Medio Evo, quando cioè essi nacquero, non solo all'alto Medio Evo, quando i barbari longobardi invasero la penisola e, dapprima imponendosi violentemente e in seguito fondendosi alle preesistenti popolazioni italiche, dettero origine all'attuale popolo italiano; non solo all'antichità celtica, romana e greca, ma addirittura il nostro studio ci riconduce alla preistoria europea, vale a dire alle popolazioni indeuropee che invasero il continente nel terzo millennio a.C. Di questa origine preistorica forniamo una prova ed un chiaro indizio; la prova è che i barbari che le legioni dell’antica Roma si trovarono di fronte in Germania già avevano, come tutti possono notare studiando la storia antica, i medesimi antroponimi che poi troveremo portati dai longobardi e dagli altri germani che invaderanno l’Italia nel Medioevo, essendo innegabile che tali barbari mettevano per la prima volta piede nella storia proprio al primo incontro che facevano con i cavalieri, praecursores o speculatores, mandati in avanscoperta dagli eserciti romani; il chiaro indizio è invece il mondo umano che viene fuori dalla nostra indagine, un mondo cioè privo di qualsiasi riferimento a insediamenti urbani, a luoghi di culto e ad arti meccaniche.

Dimostreremo inoltre che di quegli uomini preistorici noi europei conserviamo, nei nostri nomi e cognomi, la cultura, il lavoro, le attese, la religione e gli stessi antroponimi, finendo quindi lo studio dei nostri attuali cognomi per diventare sorprendentemente un'ampia finestra che s’apre sulla vita quotidiana dell'uomo che abitava l'Europa preistorica e l’onomastica viene di conseguenza ad affiancarsi alla paleontologia ed all’archeologia nello studio della preistoria.







































ABBREVIAZIONI.


snvd. = sanscrito-vedico

t. = tedesco

g. = germanico

i. = inglese

it. = italiano

sp. = spagnolo

ie. = indeuropeo

l. = latino

bl. = basso latino

agr. = antico greco

n. = norreno

c. = celtico

fr. = francese

p. = portoghese

gt. = gotico

sv. = svedese

sc. scandinavo

ol. = olandese

nap. = napoletano

fi. = finnico.

prit. = proto-italiano

piem. = piemontese

gn. = genovese

pfr. = proto-francese

rum. = rumeno

rus. = russo

cat. = catalano

sar. = sardo

biz. = bizantino

vn. = veneziano.
















Parte prima.

LA NASCITA DEI COGNOMI.



In genere l'etimologia è scienza trascurata, perché considerata più curiosa che utile, e i filologi preferiscono dedicarsi invece alla semantica, anche perché questa necessita solo di attento ed assiduo studio e non, come al contrario quella, di quel lampo intuitivo originale di cui non tutti sono dotati; insomma essi si comportano come degli ufficiali di marina che sanno calcolare precisamente la rotta del loro vascello, del quale conoscono sì ogni aspetto tecnico e nautico, ma poco o nulla intendono del carico che trasporta nelle sue stive; eppure come la comprensione del significato originario di una parola può chiarire le idee e come l'abitudine a ricercare tale chiarezza può contribuire ad illuminare il cammino della vita, educando alla razionalità, alla logica, al giusto senso delle cose!

Provai questo gusto della chiarezza quando lessi L'origine dei cognomi gentilizî nel Regno di Napoli, opera principale di quell'ottimo erudito napoletano del Settecento che, non a caso, si chiamava Gennaro Grande; parliamo di un trattato in cui ogni asserzione è dimostrata con citazioni da antichi marmi e documenti, oggi purtroppo in massima parte perduti, e che spazia dalla Magna Grecia fino a tutto il Medio Evo. Il Grande narra come, con la caduta dell'impero romano, s’era perso in Italia l'uso dei cognomi e questo perché tutti i popoli che nel tempo venivano a conquistarla (goti, longobardi, bizantini e normanni) non ne facevano uso ed anche i loro più importanti esponenti non avevano che il nome proprio; vedi per esempio i re Alarico e Odoacre, i generali Belisario e Maniace, Guglielmo il Normanno, ecc., nessuno dei quali aveva infatti un cognome.

Mentre gli antichi greci avevano anch'essi usato solo il nome proprio (Platone, Socrate, Senofonte, Aristotele, ecc.), gli antichi romani, dotati di un forte e innato senso di strutturalismo sociale, avevano, in epoca reale, inventato e introdotto l'uso di distinguere ogni persona gentile prima con due nomi (Numa Pompilio, Tullio Ostilio, ecc.) e poi, in epoca repubblicana, con tre e cioè con prenome, nome e cognome (Caio Giulio Cesare, Marco Tullio Cicerone, ecc.), dove il prenome era appellativo familiare e amichevole, il nome distingueva il ceppo gentilizio originario e non s’usava mai come appellativo e infine il cognome s’usava come appellativo pubblico; quest'ultimo, avendo generalmente avuto origine dal soprannome di un singolo antenato, distingueva una sola delle famiglie che dalla stessa primigenia gens s’erano poi originate. Per esempio Cicerone era 'Marco' per i suoi familiari e amici ma 'Cicerone' per i suoi colleghi senatori, pur provenendo dalla gens Tullia, stirpe che aveva a Roma dato origine a diverse famiglie, tra cui la Cicerone.

Questa triplice denominazione, divenuta in seguito, cioè in epoca imperiale, comunemente anche quadruplice e quintuplice, - come leggiamo in un’infinità di casi epigrafici sin dal I° secolo - si cominciò a perdere al tempo delle persecuzioni religiose anticristiane, perché i giovani convertitisi al Cristianesimo, vedendosi perseguitati, erano costretti a lasciare le loro famiglie e, a evitare che i persecutori si accanissero poi anche contro di quelle, abbandonavano due dei loro nomi, ritenendone così uno solo, oppure ne assumevano uno del tutto nuovo, per lo più ebraico. Più tardi i dominatori bizantini e i popoli barbarici che si trasferirono in Italia, distruggendovi la preesistente società civile o ad essa sovrapponendosi, indussero gli italici sopravvissuti ad adeguarsi giuocoforza ai loro usi e costumi, quindi anche alla loro consuetudine di possedere un solo nome, salvandosi da questa distruzione socio-antroponimica i soli primi abitatori dell’odierna Venezia, i quali, rifugiandosi nelle isole lagunari, si erano così sottratti sia a una dominazione barbarica sia a un’eccessiva dipendenza da Bisanzio.

Molti cognomi romani sopravvissero alle invasioni, ma esclusivamente nel nuovo ruolo di antroponimi unici, tipici a questo proposito quelli con la desinenza -one della terza declinazione, come per esempio Acquarone, Acone, Ascione, Carbone, Mirone, Mingrone, Caldarone, Pinzarrone, Marrone, Milione, Melone, Mincone ed infiniti altri, i quali ridiventeranno poi dei cognomi non prima del Basso Medioevo e tuttora come tali ancora esistono. Inoltre, collateralmente al permanere dei detti antroponimi della tradizione grecoromana, si diffusero in Italia innumerevoli nomi unici ebraici, gotici, longobardi e greci e di conseguenza, mentre oggi i nomi propri che gli italiani usano sono quasi esclusivamente quelle poche centinaia dei santi e dei martiri che si leggono nel calendario cattolico, nell'alto Medio Evo erano talmente tanti che - si può dire - quasi ogni abitante dell'Italia aveva un suo nome proprio unico che nessun altro aveva, eccezion fatta per i nomi ebraico-cristiani portati dalla nuova fede (Giovanni, Luca, Matteo, Marco, Giuseppe, ecc.) e per altri che si potevano ritrovare uguali qua e là casualmente, quali quelli d'origine germanica (Guglielmo, Riccardo, Alfero, ecc.), ma comunque anche questi ultimi sempre diversi per le differenti forme in cui erano scritti e pronunciati. Citiamo a tal proposito la Morlicchio:


"... Se si confrontano raccolte antroponimiche studiate anche in base numerica, si nota infatti un graduale passaggio dalla grande varietà di nomi dell'alto medioevo, per cui i nomi non sono portati da molte persone e i nomi con frequenze molto aldilà della norma sono solo quelli non germanici (om.) alla situazione moderna dove da una parte un gruppo di nomi è portato da un'altissima percentuale di persone e



dall'altra ci sono moltissimi nomi a bassissima diffusione..." (1)


I pochi predetti nomi che si ripetevano erano per lo più usati dalle famiglie di buon censo e livello sociale, mentre quelle plebee

e rurali usavano infiniti nomi, spesso inventati per l'occasione con valenza di soprannomi o provenienti dalla preesistente civiltà rurale italica, come si è detto. Troviamo quindi nei più antichi marmi e documenti medievali i nomi propri più strani e inusitati, nomi di cui poi una parte, come vedremo, darà origine a tanti moderni cognomi e di tali stranezze vogliamo qui di seguito riempire almeno una pagina:


Abronzino; Quaglione; Apetino; Nannarone; Appone; Paccagnino;

Iavarone; Opizzone; Chiacchiararello; Rago(ne); Ciccone; Prattichizzo; Piscitello; Zirone; Apostolico; Iascone; Zaccagnino; Annicello; Apostolito; Amistano; Pa(v)one; Battino; Matrone; Iarnone; Apreadimino; Corcione; Ardone; Aquilone; Arbone; Zampone; Zimone; Pataccone; Chiappellone; Buglione; Zincone; Arnone; Ono; Aimone; Alberio; Zingo(ne); Alberone; Paglino; Abusso; Restaino; Agliottone; Pullone; Annigliato; Manzo(ne); Nardacchione; Ciarambino; Zan(n)one; Ciullo; Elmone; Martone; Buttazzone; Pinzarrone; Ardissone; Arcamone; Scinicariello; (I)pando; Colacione; Filacchione; Scinicarello; Anzoise; Anno(è); Gia(ca)lone; Franzone; Morbidello; Scognamillo; Caccioppolo; Scognamiglio; Aiazzone; Boccaccio(ne); Ambone; Annazzone; Ammone; Paturzo; Anemone; Calone; Angione; Antolino; Ansino; Spampinato; Buccurullo; Panzirone; Ardizzone; Jacone; (Ber)togliatto; Buttiglione; Mac(c)arrone; Antacido; Cuccurullo; Anzovino; Anniorio; Giambone; Ansalone; Anzivino; Giallo; Spiridigliozzo; Anziso; Ansolone; Anzuino; Arcione; Antarello; Anzalone; Ansuino; Giancone; Pardino; Cucumetto; Coleone; Casaburo; Matalone; Arzarello; Zampaglione; Casabulo; Antico; Abbondanziero; Mar(r)one; Ascione; Amarone; Barcaglione; Amicuccio; Antino; Arzarello; Giardomentrone; Buscaglione; Antilico; Melappione; Casizzone; Affatato.


Bisogna che sia chiaro al lettore che i nomi predetti erano usati nel Medio Evo come nomi propri, così come oggi usiamo quelli di Guglielmo, Giovanni, Marco, Alfredo, ecc.; tali nomi poi, a cominciare dal Duecento e fino a tutto il Cinquecento, si trasformarono, per esigenze nate solo col feudalesimo, in cognomi familiari e infatti oggi solo come tali li usiamo. Molti dei suddetti antroponimi si presentano oggi terminanti con la desinenza -i, ossia al genitivo della seconda declinazione latina, forma di cui presto diremo; quando a presentarsi con la detta desinenza è un antroponimo




1) Elda Morlicchio, Antroponimia longobarda a Salerno nel IX secolo.

I nomi del 'Codex diplomaticus Cavensis'. Napoli 1985, p.185.

della terza declinazione, come per esempio Colleoni (da Corleo-nis),

Meloni e tanti altri, non si tratta della forma dativa, la quale oltretutto non avrebbe senso, bensì di quella genitiva priva ormai della –s finale, non pronunciata nel volgare del basso latino e forse nemmeno in quello dei tempi classici.

I cognomi dunque, nei secoli anteriori al tredicesimo, non esistevano affatto ed è pertanto sempre profondamente errato quando, come spesso si fa, si vogliono attribuire pretesi cognomi a personaggi vissuti prima di quel secolo e a volte anche dopo. C’è però l’eccezione dei veneziani, i quali, avendo potuto, come abbiamo già detto, molto conservare del sistema socionimico romano, si adeguarono a quello feudale più agevolmente e più presto, cioè già dai primordi del feudalesimo nell’undicesimo secolo.

In effetti, poiché ovviamente anche prima del Duecento si sentiva in Europa la necessità di distinguere gli omonimi, il problema s’era allora risolto con il diffusissimo uso degli appellativi toponimici, ossia di provenienza o di origine, quali per esempio Iolanda di Brienne, Guido da Velate, Lamberto di Spoleto, Gioachino da Fiore, Jacopone da Todi, Alvise di Ca' da Mosto, Berengario d'Ivrea, Ugo di Provenza, Rodolfo di Borbogna, Anselmo da Aosta, Arnaldo da Brescia, Ezzelino da Romano, ecc. Vero è che in qualche caso s’usarono questi appellativi toponimici anche per personaggi che già avevano un cognome e vedi per esempio il caso del condottiero cinquecentesco napoletano Cesare Maggi, il quale combatteva per la parte imperiale nelle guerre di Piemonte ed era conosciuto però come ‘Cesare da Napoli’.

Un secondo modo per risolvere il suddetto problema fu l'uso di soprannomi, specie per quanto riguarda i regnanti, ed ecco pertanto che la storia ci ricorda di Filippo il Bello, Carlo il Grosso, Carlo Magno, Carlo il Semplice, Carlo il Calvo, Ludovico il Pio, Enrico l'Uccellatore, Alfredo il Grande, Edgardo il Pacifico, Giovanni Senza Terra, ecc. Anche qui è vero che tale uso persisterà in qualche caso anche molto più tardi, quando cioè l'uso dei cognomi sarà ormai da molto tempo stabilmente affermato e vedi il caso, addirittura settecentesco, di Federico il Grande di Prussia, il quale il cognome ovviamente l'aveva.

Sia i suddetti appellativi toponimici, sia questi soprannomi differiscono dai cognomi soprattutto perché chi li portava non li trasmetteva ai loro figli, essendo infatti l'ereditarietà la principale caratteristica dei cognomi familiari che il feudalesimo reintrodurrà dopo tanti secoli dalla caduta dell'impero romano; e, se pur già allora alcune persone portavano, come terzo modo per evitare le omonimie, un patronimico, questo ricordava solo il genitore diretto e quindi nemmeno esso era ereditato dai nipoti; si consideri per esempio l'integralista cattolico Giovanni Gualberto (cioè figlio di Gualberto), il capo dei Ciompi Michele di Lando (ossia figlio di Lando), il vescovo Pier Damiani (vale a dire figlio di Damiano), lo scultore Benedetto Antelami (figlio di Antelamo), ecc. Resta qualche caso dubbio, quale quello di Papa Alessandro III, al secolo Rolando Bandinelli, il cui padre Bandinello dette forse origine alla famiglia (credo genovese) dei Bandinelli; ma con lui siamo ormai all'alba dei cognomi e qualche caso incerto è dunque concesso.

Questi appellativi toponimici, epitetici e patronimici del Medio Evo non possono quindi assolutamente giustificare il dire che i cognomi già esistevano e che, per esempio, il giureconsulto Martino Gosia, uno dei consulenti di cui si serviva l'imperatore Federico Barbarossa, già aveva un cognome; infatti questo personaggio si dovrebbe più giustamente ricordare come 'Martino da Gosia', essendo questo ultimo non altro che il suo luogo d'origine; né dunque è utile insistere che Flavio Gioia era nativo d'Amalfi, dal momento che si trattava in realtà di 'Flavio da Gioia' e bisognerebbe pertanto solo sapere se era nativo di Gioia Tauro, di Gioia del Colle, di Gioia dei Marsi o di Gioia Sannitica.

L'ereditarietà del beneficio terriero introdotta dal feudalesimo portò di conseguenza la necessità di doversi determinare con certezza la discendenza per distinguere gli eredi dai non aventi diritto e quindi, non essendo più sufficiente la distinzione per appellativo personale, nei rogiti e nelle scritture pubbliche si cominciarono a usare, dopo i nomi, cognomi, i quali non erano altro che i predetti appellativi medievali divenuti ereditari, poiché attribuiti adesso anche ai nipoti, bisnipoti ed a tutti i loro discendenti. Un'importante categoria di atti pubblici che, pur non esprimendo esigenze né ereditarie né alienative in genere, dette un grosso contributo alla cognomenizzazione dell'Europa fu quella dei rolli (ruoli) dei reclutamenti militari, dove i soldati, i quali erano stati fino allora registrati con i loro nomi e appellativi - specie di provenienza, data la grandissima abbondanza di figli di padre ignoto nel Medio Evo - e con i loro segni caratteristici (colore dei capelli e degli occhi e la posizione dell'immancabili cicatrici ), cominciarono ad essere elencati con il loro cognome e, quando non lo avevano, erano cognomenizzati seduta stante dai commissari dell’esercito, i quali utilizzavano a tal scopo i loro preesistenti appellativi. Questo importante contributo militare si accentuò particolarmente a cominciare dal Quattrocento, cioè con la nascita delle grandi fanterie nazionali, costituite in massima parte da rurali e plebei.

La cognomenizzazione iniziò dunque nel Duecento, ma fu lenta e ancora nel Cinquecento c'erano persone che non avevano un cognome; vedi per esempio il famoso matematico Nicolò Tartaglia, il quale - come egli stesso narra autobiograficamente nel suo Quesiti et Inventionia diverse, Venezia 1554, dove immagina di dialogare con Gabriele Tadini di Martinengo, governatore di Barletta - prese questo suo cognome da un soprannome che gli fu dato da ragazzo, perché una brutta ferita di guerra alla testa, ricevuta a soli 12 anni, lo aveva prima quasi ammazzato e poi reso balbuziente, né d'altra parte gli risultava che il suo defunto padre, certo Michele di professione cavallaro, ossia corriere, avesse alcun cognome. Del resto anche il famoso architetto Francesco di Giorgio Martini(1439-1501), detto più tardi Francesco di Giorgino dall’ingegnere militare Francesco de Marchi nel suo notissimo trattato, non aveva un cognome; infatti egli risulta battezzato come Franciescho Maurizio di Giorgio di Martino pollaiolo e questo suo nonno Martino è detto altrove Martino del Viva non perché avesse un cognome, bensì perché nativo di Vivo d’Orcia nel Senese.

A seconda quindi della loro origine, i cognomi moderni si dividono in due principali categorie e cioè i patronimici e i toponimici; tratteremo ora dei primi.






































Parte seconda.

I COGNOMI PATRONIMICI.



Abbiamo detto che i cognomi cominciano ad apparire nelle iscrizioni e nei rogiti del Duecento e si tratta ovviamente di scritti ancora in lingua latina; i cognomi in essi riportati, se patronimici, terminano per la maggior parte con la desinenza -i. Perché questo?

Immaginiamo un primogenito che, per vedersi riconoscere l'eredità paterna, aveva bisogno che il notaio chiaramente scrivesse negli atti che lo riguardavano di chi egli era figlio; immaginiamo ancora che costui si chiamasse Giovanni e il padre suo Alfiero o Alfero; negli strumenti era indicato come Johannes filius Alfieri, dove filius finiva però per essere omesso per brevità. Ammettiamo ancora che detto Giovanni avesse avuto poi un figlio di nome Boario; questo ultimo, in base al nuovo uso feudale, non era indicato negli atti come Boarius (filius) Johannis, perché in tal maniera la linea ereditaria sarebbe restata incerta, come incerta sarebbe stata prima del feudalesimo, cioè in epoca barbarica; anche Boario era dunque cognominato alla stessa maniera di suo padre ed era quindi detto Boarius Alfieri, così come da quel momento vennero poi cognominati tutti i suoi discendenti, ossia con lo stesso patronimico Alfieri, il quale, tramandato così di generazione in generazione, era quindi divenuto il cognome della famiglia. Ecco dunque perché tanti cognomi italiani terminano con la desinenza -i del caso genitivo della seconda declinazione latina; perché sottintendono l'apposizione filius e facciamo un altro esempio, quello del cognome Brutti, derivato da un antenato che portava come nome proprio quello latino di Brutus, quindi (filius) Bruti.

I notai usavano comunque anche forme diverse per affermare la certa discendenza e allora nei primi strumenti di epoca feudale s'incontra, per esempio, Rinaldus (filius) Romanaczi filii Velocti, per dire che Rinaldo era figlio di Romanazzo e nipote di Velotto; ma si tratta di forma rara, perché ovviamente poco pratica e proseguibile; più fortunata e frequente fu invece la forma Rinaldus de Velocto, dove il de seguito dall'ablativo del nome significa provenienza generativa.

Più tardi, quando gli atti s'incominciarono a scrivere anche in volgare, i cognomi in -i già formati rimasero così com'erano; quelli invece di nuova formazione erano ora resi con la preposizione specificativa ‘di’ della lingua italiana e abbiamo dunque, per esempio, 'Biase (figlio) di Gennaro', dove il cognome della famiglia sarà d'ora in poi appunto dato dal complemento 'di Gennaro'; ecco perché l'uso di scrivere talvolta sia il predetto 'de', sia il 'di' con la 'd' maiuscola è sempre errato e privo di qualsiasi significato.

Talvolta il patronimico include già un precedente cognome, com'è il caso del cognome Francobandiera, spesso corrotto in Francabandiera, il quale significa ' (figlio di) Franco Bandiera'; e vedi ancora Tittamansi o Tettamanzi od ancora Tittamanzi, ossia ' (figlio di) Battista Manzi', ancora: Tittaparola, cioè ' (figlio di) Battista Parola'; Palopoli, vale a dire ' (figlio di) Paolo Poli', e, poiché, il nome proprio Polo viene dal latino Paulus, vuol dire che sia il padre, sia il nonno s’erano chiamati in questo caso Paolo. Altri esempî consimili sono Paloianni, Palantoni (-io), Devitofrancesco ('De Vito Francesco'); qui il cognome incluso precede il nome proprio), Ghisalberti ('Ghiso Alberti'), Bertolingrande ('Bertolino Grande'), Prestifilippo ('Presti Filippo'), Prestigiacomo, Prestiacopo, Ritarossi, Buongiovanni ('Buono Giovanni'), Barbalinardo (Barba Leonardo).

Nell'Italia settentrionale, dove s'usa di far precedere il nome proprio, specie se femminile, dall'articolo determinativo (es.: la Giovanna, la Maria, ecc.) e dove erano consueti anche soprannomi includenti lo stesso articolo (es.: il Griso, l'Innominato, Il Parmigianino, Il Canaletto, Il Guercino, ecc.), molti cognomi hanno avuto appunto origine da tali nomi o soprannomi articolati ed iniziano infatti con le preposizioni 'Del, Dello' e 'Della', oppure semplicemente con 'Lo' o 'La'. Si tratta dell'unica categoria di patronimici che contiene un cnsiderevole numero di 'matronimici', a dimostrazione che nell'Italia settentrionale i figli illegittimi erano molto più diffusi dei trovatelli, mentre l'opposto avveniva in quella meridionale. Si tenga comunque presente che nell'elenco che segue, come del resto in tutte le categorie di patronimici, alcuni dei cognomi inizianti con 'La' o 'Della' potrebbero facilmente essere dei toponimici e vedi per esempio Lovino, il quale potrebbe essere corruzione di Luino, od anche Lo Bianco ed altri:


Locatelli; Lucatelli (Lo Catello)

La Danza; Laddanza; Latanza; La Tanza

Laisa (e) (o); La Isa; La Izza

L'Astorina; L'Astarina; Lastaria; Lastorina

Lomanno (Lo Manno, ossia L'uomo)

Lavagna; La Vanna; Lavanga

Lo Vento; Lo Vente; Loviento

Lovino; Lo Vino; Luvino

Loiacono; Lo Iacono; Lojacono

Lafaci; La Faci; La Fauci

Laprovitera (La Provitera)

Labriola (La Briola)

Lofaso; Lo Faso; Lofase

Loperchio; Lo Perchio; Loporchio

Loperto; Luberti (o) (ossia 'Lo Berto')

Laglia; Lalia (La Lia)

La Faya; La Faja

Lapia; La Pia; Lappio

Lo Cascio; Locascio (a)

Lasagna; Lazagna

La Proba; La Prova

Lo Mele; Lomelli

La Cara; Lacaria

La Vezza (Lavezzi); Lavazza (La Vazza);


E poi ancora:


Losego (Lo Sego); Lasorsa (La Sorsa); Laddonada (La Donata); Del Sette; Ladisa (La Disa); Laezza (La Ezia); Del Tinto; Lafata (La Fata); Losanno (a); Lafelba (La Felba); La Feltra; Dell'Agata; Lafera (La Fera); La Feroca; Laferola (La Ferola); Della Giovampaola; Della Melina; La Fianza; Della Ragione; Laide (La Ide); La Iacona; Lorea (Lo Rea); Lagrasta (La Grasta); Laiena (La Ena); Laghezza (La Ghezza); Laieta (La Eta); Laferla (La Ferla); Laloè (L'Aloè); Lo Baido; Lamanda (L'Amanda); Lamagra (La Magra); Lamalfa (La Malfa); Lo Iacono; Lamatta (La Matta); Lamattina (La Mattina); Lambiase (i) (L'Ambiase); Lamesa (La Mesa); Lametta (La Metta); La Cecilia; La Milza (La Smilza?); La Favia; Lamiranda (La Miranda); La Graia; Lamoglia (La Moglie?); La Mela; Lamorgese (La Morgese); La Tina; Lania (La Nia); Lanina (i) (La Nina); La Nizzola; Lanna (i) (o) (L'Anna); La Deda; Lannino (L'Annina); La Perchia; La Motta; La Nova; La Palorcia; Lapuca (La Puca); La Pasta; Laquara (o) (L'Aquara); La Pepa; Laraspata (La Raspata); Lovisolo (Lo Visolo); Laredina (La Redina); Losbefero; Larenza (La Renza); Ledda (La Edda); Lo Scocco; La Scocca; Larobina (La Robina); La Sorella; Lo Senno; Losito (Lo Sito); Lastina (La Stina); La Sacra; La Starza; Lastella (La Stella); La Salandra; La Targia; Lauletta (L'Auletta); La Cerenza; Laurora (L'Aurora); La Tosa; La Tempa; La Tessa; Lossoso (Lo Sossio?); Laveglia (La Veglia); La Cecilia; La Venia; Lacovara (La Covara); Laviola (La Viola); Lavitola (La Vitola); Lavorgna (La Vorna?); L'Insalata (Linzalato?); Labonia (La Bonia); Labroca (La Broca); Lobetti (Lo Betto); La Brusca (La Brusca); La Bua; Lacagnina (o) (La Cagnina); Lo Buono; La Calamita; Lo Celso; La Forola; Locicero (Lo Cicero); La Fortuna; La Francesca; La Frazia; La Gioia; Locozza (Lo Cozzo); Lagnena (La Nena); Lo Duca; Lagnese (L'Agnese); La Gorga; Lofiego (Lo Fiego); Loforese (Lo Forese); Lotito (Lo Tito); Lo Francesco; Lo Sacco; Lotrecchiano (Lo Trecchiano); Lovati (Lo Vate?); Lo Vetro; Loviso (a) (Lo Viso); Loianno (Lo Ianni); Lovriso (Lo Vriso); Loiola (Lo Iola); Lovisco (Lo Visco); Lomaglio (Lo Maglio); Lucattoni (Lu Cattone); Ludione (Lu Dione); Luezza (Lu Ezra?); Lomanto (Lo Manto); Lupico (Lu Pico); Lomellino (Lo Mellino); Lomoncelli (Lo Mongello); Lustrini (Lu Strino); Lutasi (Lu Taso); Lopane (Lo Pane); Lo Pasto; Lubertacci (Lu Bertaccio); Lopino (Lo Pino).


Qualche rara volta l'apposizione filius resta procliticamente incorporato nel cognome, come nei seguenti casi:


Filangieri, ossia filius Angieri.

Filangi (filius Angi).

Filacchioni (filius Acchioni).

Fileti (filius Leti)

Filolongo ('figlio di Longo')


Sbaglia però il Grande laddove, utilizzando patronimici germanici corrotti dal tempo, vuole interpretare alla stessa suddetta maniera il cognome Filomarino, il quale è invece diminutivo del nome germanico Vielmahr, come quello di Rodimarino lo è di Rothmahr; cognomi di origine germanica sono anche Filiberto o Viliberto (Vielberth) e Filloramo (Vielrahm).

Filius non è però l'unica apposizione proclitica che si ritrova conservata nei cognomi patronimici; molto diffusa è infatti quella di ser (signore), come Seripando ('il signor Ipando'); Sarnicola, corruzione di Sernicola ('il signor Nicola'); Sersale, corruzione di Serisale ('il signor Isale'), e poi tanti altri, come segue:


Serrandino; Serrantino; Serrentino (Ser Randino)

Serratiello; Serretiello; Serritello (Ser Ratiello)

Serrigno; Ferrigno (Ser Rigno o Ser Rino)

Sargiotta (Ser Giovambattista)

Sergiacomo

Serrone (Ser Rone)

Sergnese

Sersante (Ser Sante)

Serillo (i)

Serù (Ser Ugo)

Serpico (Ser Pico)

Saralli (Ser Rallo)

Serpieri (Ser Piero)

Serluca; Sarluca

Serpillo

Sarsale; Sersale

Sermone (Ser Mone)

Sergianni

Sergardi (Ser Gardi)

Serpino; Serpini

Perdonati

Serpone; Sarpone (Ser Pone)

Serrafiglio (Ser Rafilio o Ser Afilio)

Serrafino; Serafini (Ser Rafino)

Serrapiglio; Serratigli

Serrapede

Serrao; Serao; Sarrao (Ser Rao);Serraro

Sarnello (i); Sarneli

Sarniola (Ser Nicola)

Sarracco; Saracco; Sarrocco

Serrato (Ser Rato)

Ser(r)azzi

Serricchio

Sarvello

Serriello; Serraiello (Ser Riello)

Sarrapochiello

Serreli

Seraponte; Serappo (Ser Aponte)

Sarraino; Sarreino; Serrani

Ser Filippo

Sar(r)acino; Sarracinu; Saraceni; Seragino (Ser Racino)

Sarrantonio; Sera(n)toni

Sar(r)ub(b)o (i)

Sermarini

Naturalmente non tutti i cognomi inizianti con 'Ser-' o con 'Sar-' hanno quest'origine; infatti, se terminanti in '-aro', sono più probabilmente scaturiti da mestieri e, se da '-ano', dal luogo d'origine. Si ritrovano poi anche residuate le seguenti apposizioni proclitiche:


Abate-: Abategiovanni; Abaterusso; Abatangelo; Abatianni; Abate Gianni); Abbatecola, ecc.

Mastro-: Mastrogiovanni; Mastrosimone; Mastrolonardo (Mastro Leonardo); Mastrolitto (Mastro Litto); Mastroddi (Mastro Oddo);

Mastrofini (Mastro Fino); Mastrorilli (Mastro Rillo);

Mastrantonio; Mastrogiacomo; Mastromattei; Mastrofrancesco ecc.

Console-: Consolmagno ecc.

Duca-: del Ducagiuliano ecc.

Notaro-: Notarnicola; Notargiacomo; de Notaristefani (corr. di de Notaristefanis) ecc.

Barone-: Barsanti (Baron Sante) ecc.

Vicario-: de Iacovo Vicario ecc.

Monsieur-: Monsurrocco; Monsurrò (abbr. del precedente) ecc.

Proto-: Protonotaro (i); Protomastro; Proto Giudice; Proto

Nobilissimo ecc.

Pater-: Paterniti (Padre Nito) ecc.


Parecchi sono poi i cognomi inizianti per 'Do, Don-' e 'Dom-', i quali rivelano pertanto la ritenzione della apposizione Dominus, come i seguenti:


Dolombrino (Dominus Lombrinus)

Dominijanni; Donnian(ni); (Dominus Janni)

Dommarco (Dominus Marcus)

Dominioni; Dono (Dominus Onus)

Dontravaglino (Dominus Travalinus)

Doncondini (Dominus Condinus)

Donelli (Dominus Nellus)

Dongiovanni

Donini; Donnino (Dominus Ninus)

Donniacuo (Dominus Iacuus)

Donnorso (Dominus Orsus)

Donsanto; Donsando (Dominus Sanctus)

Donvito

Doppio (Dominus Pius)

Doppietto (Dominus Pietus)

Domenico (chi); Domenicone; Domanico (Dominus Menicus)

Domenichelli (Dominus Menichellus).


Molti altri patronimici ritengono le apposizioni 'Fra-' e

'Frat-' (fratello) perché originati dai nomi propri di frati secolari, tanto comuni nel Medio Evo, i quali non erano ovviamente obbligati al celibato; in qualche raro caso tali apposizioni significavano invece 'cavaliere di Malta', perché era appunto uso comune il far precedere al nome di tali cavalieri questo appellativo nel senso di 'confratello':


Francillo; Frangillo (i); Francioli; Franciullo (Fra' Angelo)

Fracasso (i);Fragasso (i); Fraccascia

Frascarino (i); Frascarno

Fragiacomo; Fraggiacomo

Frascano (i); Frascà (Fra' Scano)

Frabotta; Frabbotta (Fra' Botta)

Fragnelli; Fragnul (Fra' Agnello)

Fraschetto(ne) (i) [Fra' Schetto(ne)]

Fragale; Fragalà (Fra' Galano o Fra' Galasso)

Fraola; Frauolo; Fraioli

Franzon(e) (i); Francione (i) (Fra' Angione)

Fraiese; Frajese

Francin (o) (i); Frangino (i); Franzin (o) (i) (Fra' Ancino) Francolino (i); Frangolino

Frazzino (i); Frascino (Fra' Azzino)


E poi ancora:


Frabasile (Fra' Basile); Fragapane; Fradeani (Fra' Deano); Fracarro (Fra' Caro); Frari (Fra' Re); Fraccacreta; Fragiello (Fra' Giello); Fracchiolla (Fra' Chiolla); Fragliasso (Fra' Lasso); Fraconte; Fragliola (Fra' Liola); Fraddanno (Fra' Danno); Fragnito (Fra' Nito); Fragomele; Fraietta; Frassetto; Fratepietro; Francorsi; Frascione (Fra' Ascione); Fraldi (Fra' Aldo); Frascogna; Frallicciardo (i) (Fra' Licciardo); Frascolla; Fralotto; Frasnedo (i); Framesi; Frazzetta; Framilia; Fratacci (Fra' Taccio); Francario (Fra' Angerio); Fratagnolo (Frate Agnolo); Francica; Fratano (i) (Fra' Tano); Francillotti (Fra' Angelotto); Fratantonio; Franciotti; Fratarcangelo (i); Fratazzi (Frate Azzo); Fraternali; Frateso (i); Fracanzano (i) (Fra' Canzano); Franzi; Fratianni (Frate Janni); Frat(t)ino (i) (a) (Fra' Tino); Frattas(i)o (i); Francipolo (i); Fratticcio (i) (Fra' Ticcio); Frattolillo (Frate Lillo); Frangiamone; Frattolucio (Frate Lucio); Franicola; Frattura (Fra' Tura); Frantina; Fraumeno (i) (fra' Umeno); Frantone; Fraumuneso (i) (Fra' Umuneso); Frasso (i) (Fra' Asso); Frassica; Frazzica (Fra' Sica); Frantellizzi; Fratalocchi (Fra' Talocco); Frappolo (a) (Fra' Polo); Fradeani (Fra' Deano); Fraraccio; Fragano; Frarricciardo (i); Francorsi (Fra' Ancorso).


Ci sono cognomi patronimici costituiti dalla sola apposizione, mentre il nome proprio che la seguiva andò perduto; ciò è frequente nelle apposizioni di titoli nobiliari od ufficiali come le seguenti:


Previti; Preti; Del Prete; Loprete; Lo Prete (o); Lopreiato

(Lo)Lubreto; Loppette (forme sincopate di 'Presbitero')

Signore (i) (a) (ia)

Manzù (nota corr. di Monsieur)

Domino (i)

(Lo) Conte (i); Loconte

Marchese (i)

Pulicano

Barone

Ufficiale

Carmelitano

Cardinale

Castaldo (i)

Del Duca; La Duca

(Proto)notari

Podestà

Vicedomini (e la corr. Licedomini)

Siniscalchi

Ab(b)ate (i); Labate (a) (L'Abate)

Abbadessa; Badessi; Labadessa

Scrivano

Arcidiacono (i) (da cui le forme corrotte Arcidiacone ed Arcidiaco)

(L')Arciprete

Barricelli; Bargelli; Bargellini

Vicario (i) (e la corr. Vicaruo); de Vicariis (impreziosimento di Vicarii)

Vescovi; Del Vescovo

Dottore

Primicerio

Diocesano

Patriarca

(del) Frate (i); Delfrati

Fratello

Castellano

Cavaliere

Proto; Protto

Corteggiano; Cortigiani

Pennese; Pennini

Coronelli (ossia colonnello in spagnolo)

Cugini

Magistri; de Magistris (impreziosimento di Magistri)

Lo Maistro; Loma(i)stro; Lo Masto; Lomasto; La Maestra

Marescalco (cioè 'maniscalco')

Maniscalco

Odelscalchi

Scudiero (i)

(del)Monaco (i); (Lo) Monaco; Lomonaco

(Lo) Priore (i)

Cancellieri

Console (i) (o)

Ragionieri

Confessore

Baglivo

Mercanti; Mercatante; Mercadante

Patrone; Patrono; Patrono

Còmito

Reale

Barbiero (i) (e); Barbéro (i) (a); Barbàro; Barberino (i)

La Barb(i)era

Cappellano

(Del) (Lo) Giudice; Logiudice; Lojodice; Lo Iodice; Lo Iudice

Lo Curatolo; Locuratolo; Locoratolo.


C'è ora da spiegare il significato di qualcuno dei predetti titoli e iniziamo da quello di Pulicano; è questa corruzione di publicanus, il quale era l'appaltatore delle imposte, e, a proposito di quest'antico agente delle tasse, ci piace qui ricordare un antico detto napoletano, e cioè Tene 'e recchie 'e pulicano. Infatti, una persona che ha le orecchie del publicanus non è altro che uno che sta sempre teso ad ascoltare i discorsi degli altri, proprio come faceva l'appaltatore delle imposte nelle osterie e negli altri luoghi dove si riuniva la gente a parlare; egli doveva sempre cercare di carpire notizie di nuovi affari, eredità, guadagni, vincite, onde poi andare a esigere dagli interessati i competenti tributi.

Balivi e castaldi erano titoli baronali anteriori al feudalesimo, si trattava cioè di funzionari regi che godevano di benefici non ereditari; il Protonotaro era il primo notaio del regno di Napoli, ossia quello di cui si serviva la Corte per tutti gli atti che oggi definiremmo pubblici. Siniscalchi e odescalchi erano dignitari regi del periodo barbarico; il primo di questi due titoli sopravvisse anche in epoca protomoderna con il Gran Siniscalco, una delle principali cariche del regno di Napoli. Proto è abbreviazione di Protomastro e significava architetto, ingegniere e comunque capo-mastro; 'ragioniere' non è altro che corruzione di razioniere, il quale era il contabile dispensatore di razioni civili o militari che fossero, e quindi non ha nulla a che fare con la ragione!

Il patrone era, fino al secolo scorso, il comandante di ogni tipo di vascello, poi detto 'capitano'; questo cambio di titolo era però avvenuto, per quanto riguarda le galere e la marineria da guerra in genere, già nel Cinquecento. Sulle galere resterà comunque un patrone anche dopo, ma si tratterà dell'inferiore ruolo di razioniero, ossia di contabile- magazziniere.

Il còmito era nella marineria a remi quello che nei vascelli a vela era il nostromo, ma in più doveva governare i galeotti remiganti; il Reale era il còmito della galera 'Capitana' della squadra; il pennese era ed è tutt'oggi il vicenostromo della marineria commerciale, ma può anche significare nativo di Penne.

Il barbiero o barbàro (barbéro, in spagnolo) era il pratico di chirurgia a bordo delle navi, ossia un aiuto-chirurgo, come diremmo oggi, il quale anche somministrava semplici medicinali ai malati e si chiamava così perché il suo più ricorrente compito era sulle galere quello di radere i galeotti, ai quali non era concesso di maneggiare rasoi; ciò si faceva quindi d'ufficio, ma non perché ci si preoccupasse del bell'aspetto dei remiganti, bensì perché le capigliature e le barbe erano, specie su quegli angusti e affollati vascelli, nidi di pidocchi, insetti che ben presto invadevano tutta la galera, annidandosi anche nei comenti del tavolato di coperta. Il barbiero dipendeva dal cerusico (chirurgo) della squadra navale, il quale era uno solo e si trovava imbarcato sulla galera capitana o sulla nave ammiraglia; quando si trattava di una grande armata che disponeva anche di un medico fisico, allora, essendo quest'ultimo superiore al chirurgo, dipendeva ovviamente anche da questo.

Infine diremo che il bargello o barricello di campagna era il caporale dei soldati di polizia giudiziaria di un'udienza o tribunale provinciale.

Per quanto riguarda poi i cognomi derivati da titoli nobiliari, ci sembra opportuno chiarire, soprattutto oggi che di nobiltà e di araldica in Italia quasi più nulla si sa, che quello di barone non era un titolo, bensì un sinonimo di grande feudatario; infatti, erano chiamati con l’epiteto generico di baroni i nobili titolati di prima sfera, ossia principi, duchi, marchesi e conti, che condussero la famosa congiura del 1486 contro Ferdinando I d'Aragona re di Napoli. Si cominciò invece a usare il termine ‘barone’ come ben individuato titolo nobiliare solo nei primi anni del Settecento, secondo un uso allora portatoci dai conquistatori austriaci, e infatti in Italia s’usava con tale significato solo nel riferirsi a nobiltà alemannama, mentre, per quanto riguarda quella italiana, a partire dall’Ottocento, l'appellativo di barone prenderà un significato totalmente opposto a quello originario e cioè quello di piccolo feudatario non titolato. Sbagliano perciò oggi i tanti che lo credono esser stato anche in Italia un titolo nobiliare ben definito e ben determinato inferiore a quello di conte; nulla di più errato, nel senso che, mentre sono nel passato esistiti contati, marchesati, ducati e principati, non vi sono mai stati feudi denominati - giuridicamente - 'baronie', anche se qualche toponimo campano (Baronia, Baronissi) potrebbe indurre a pensarlo, ed i re non facevano i loro vassalli 'baroni', bensì conti, marchesi o duchi, mentre quello di principe era titolo derivante unicamente dal nascere di sangue reale, come quello di re, e non si poteva quindi conferire ex-novo, a meno che non lo facesse il Papa, il quale pure conferiva il titolo di 'granduca', essendo questo e per lo più anche quello di duca considerati titoli degni solo di persone di sangue reale. Mentre 'granduca' (dal biz. megadoucs) era dunque titolo di nobiltà riconosciuto in Italia, quello francese di 'visconte' e quello austriaco d'arciduca', come il suddetto di ‘barone’, non facevano parte del titolario nobiliare italiano.

Per quanto riguarda l'appellativo 'principe' bisogna dire che, oltre al suo proprio predetto significato titolare, ne ebbe un secondo e cioè quello di sovrano regnante in senso lato (vedi il Machiavelli), per cui principe era chiunque possedesse uno stato importante e lo erano quindi il granduca di Toscana, il duca di Savoia, il marchese di Saluzzo, gli Estensi, gli Scaligeri, i Gonzaga, i Visconti, ecc. e ciò indipendentemente dal titolo o dai titoli in possesso della loro Casata; non erano quindi principi i viceré di Napoli e di Sicilia ed i governatori di Milano, perché questi non possedevano gli stati che governavano e, d'altra parte, ne erano posti a capo solo per qualche anno.

Qualcuno potrebbe pensare che i predetti cognomi possano derivare non da apposizioni di nomi propri, come abbiamo detto, ma da vocativi; questo sarebbe impossibile perché non ci si rivolgeva mai ai titolati ricordando il loro titolo, bensì con aggettivi qualificativi d'etichetta. Infatti, per esempio nel regno di Napoli, non ci si rivolgeva a un marchese chiamandolo 'Signor marchese' - come oggi si crede erroneamente, ma lo si chiamava Illustrissimo e lo stesso si faceva con i duchi, i principi e gli altissimi dignitari; a conti, colonnelli e mastri di campo toccava invece il complimento di Molto Illustre; ai gentiluomini appartenenti a famiglie di titolati quello di semplice Illustre; ai gentiluomini di famiglia nobile non titolata ma imparentata con altre titolate, quello di Molto Eccellente; ai gentiluomini di famiglia semplicemente nobile e ai dottori in legge, quello di Molto Magnifico; ai possidenti di città, terre e castelli, quantunque non nobili, quello di Eccellente; alle persone di condizione civile, le quali non esercitassero però arti meccaniche, quello di Magnifico o di Messere.

Un'altra categoria di cognomi patronimici deriva da apposizioni di mestiere, dove, similmente a quanto abbiamo detto essere avvenuto a proposito delle apposizioni titolari, il nome del progenitore si è perso, sopravvivendo nel cognome il solo appellativo; si tratta per lo più dei cognomi terminanti in '-aro, -ero, -arulo ed -arolo', suffissi significanti fabbricante o venditore di qualche merce o strumento:


Carbonari

Pignataro

Ferrar(i)o (i); Ferrero (i); Ferraris; Ferriere (i) (a) (o)

Arcaro (i) (fabbricante di archi)

Acidaro

Spadaio

Cappellaro

Coltraro

Agliarulo

Protospataro (ossia capomastro spadaro)

Collaro (cioè fabbricante di colla)

Fornasaro (ossia 'fornaciaro'); Forneris

Cavallaro (i); Cavallero (i) (si tratta, come abbiamo già detto parlando del Tartaglia, del corriere o dello avvisatore a cavallo)

Montaruli

Nazzari (fabbricante di nasse)

Massari (i) (o)

Augugliaro (fabbricante di aguglie, cioè di aghi)

Lobaccaro (il venditore di bacche)

Cannavaro (antica dizione di cantiniere o bottigliere; deriva infatti dal latino cannaba, ossia cantina. Il canavaro era il tavernaro

di bordo della galera veneziana.)

Corrieri

Bottiglieri

Cedraro (venditore di cedro)

Casciaro (fabbricante di casse)

Centaro ( e la corr. Centauri)

Ciprari

Concari

Coppari

Cordero

Calderaro; Caldaro

Bottaro; Bottai

Cocchieri

Argentieri

Boccac(c)ieri

Balestrieri (fabbricante di balestre)

Lanari

Boccieri

Carpentieri

Falconieri

Luminari; Lumiero

Tessitore

Cacciari (corr. di Caciari, ossia venditore di cacio)

Finocchiaro

Maccari (venditore di macco, ossia di favata)

Madaro; Madaio

Molinari

Montanari; Montinaro

Naccari

Mustari

Pagliari (o)

Paparo

Passari

Pecoraro (i) (e)

Locantore; Cantore

Lococo

Pellicciari

Farinari

Farnararo; Farnerari

Bardaro (i) (fabbricante di barde per cavalli da guerra)

Baril(l)aro (i); Bar(r)ilà; Barilla

Bertolero

Lanzaro; Lanzieri; Lancieri (fabbricante di lance)

Lardaro; Lardieri

Parmolaro

Perrero (venditore di cani, in spagnolo)

Frascaroli

Franzaroli (fabbricante di france, ossia di frange)

Lettiero (i); Lettierri; Letteriello (fabbricante di letti)

Calafato

Artieri (ossia artigiano)

Cal(l)igari(s); Callegaro (i) (scarparo, dal latino caliga)

Balilla (dal gn. balila, remigante volontario di galera; vn. falila o

falilelo).

Alcuni dei predetti, come nei già elencati casi di Bottai e Madaio, si presentano già con la moderna corruzione '-aio' del suffisso '-aro'; ma si tratta di pochi cognomi e possiamo infatti ora ricordare ancora solo Mugnai e Calderai.

Si trovano poi naturalmente anche molti cognomi di mestiere privi dei predetti suffissi oppure dotati del più antico suffisso latino '-ore'; eccone un breve elenco:


Agozzino; Lagozino.

Pastore

Sartor(e) (i); Sartoris; Sarti

Cantatore

Frascadore

Spaccapietra

Spaccamonte (i)

Spaccaforno

Guardavaglia (corr. di guardavalle o guardavallo)

Spaccagna (forma sincopata di 'spaccalegna')

Forasassi

Muratori

Fabbri

Tagliaferro (i)

Labrador (spagnolo)

Cositore (ossia 'cucitore')


Molti cognomi patronimici iniziano con 'zi-' (zio) e ciò perché tale appellativo era spesso usato in volgare non solamente nel suo significato parentale, bensì anche come titolo di rispetto attribuito a persone anziane; eccone un elenco:


Zifarelli; Cifarelli; Cifariello (Zio Farello)

Zimbardo(i); Zimardo(i) (Zio Umbardo)

Zicarello (i); Zigarello (i) (Zio Carello)

Zicaro (i); Zigaro (i) (Zio Caro)

Zizolfo (i); Zizolso (i)


Ed inoltre:


Ziaco (Zio Aco); Zitulliu (Zio Tullio); Ziariello (Zio Ariello o Zio Riello); Zibaldo(ne) [Zio Baldo(ne)]; Zizzo (i) (Zio Izzo); Zimei (Zio Meo); Zicca(r)do (i) (Zio Icardo); Zincone; Zicchiero (i); Zicco (abbreviativo del precedente?); Zigon; Zefilippo; Ziantonii; Zichichi (Zio Chico); Ziello; Zigiotto (i) (Zio Giotto); Zignani (Zio Nano); Zigotto (i) (Zio Gotto); Zigrosso (i) (Zio Grosso); Zilembo (Zio Lembo); Ziliano (i) (Zio Juliano); Zil(l)o (i)(abbr. del precedente?); Zimbaldo (i) (Zio Umbaldo); Zimbetto (Zio Umbetto); Ziiviello; Zimmaro (Zio Ummaro); Zinardo (i) (Zio Nardo); Zinzaro (Zio Inzaro); Zinzo (i) (abbr. del precedente); Zirbo; Zirattu; Zirillo (i) (Zio Rillo); Zirollo (i) (Zio Rollo); Zirpolo (i) (Zio Irpolo o Zio Polo); Zitano (Zio Tano); Zit(i)ello (i) (Zio Tello); Zitola; Zito (abbr. di uno dei precedenti); Zepponi (Zio Pone); Zeppi (abbreviativo).


Un'altra categoria di cognomi sono quelli originati da nomi propri composti da due nomi propri o da un nome proprio ed un preesistente cognome, patronimico o toponimico che sia, caso quest'ultimo di cui abbiamo già detto; vedi quelli numerosi inizianti per Cola- (Nicola):


Colucci; Coluzzi; Colussi (Nicola Uccio)

Colantonio (i); Colantuono (i); Colatonio de Nicolantonio

Colaleo; Colalè (Nicola Leo)

Colesanti; Colasanti (Cola Santo)

Colucciello; Colicelli; Colurciello; Colurcio (i) (Nicola Uccello).


Ed inoltre:


Colabello (a) (Nicola Bello); Colaceci (Nicola Cecio); Colaminè; Colaciccio (Nicola Francesco); Colamonico (i) (Nicola Monico); Colacicco (Nicola Francesco); Colamusso (i) (Nicola Musso); Colacino (Nicola Cino); Colamuzzi; Colacurcio (i) (Nicola Curcio); Colandrea; Colafiore (Nicola Fiore); Colanero (i) (Nicola Nero); Colabona; Colangelo (i); Colameo (Nicola Meo); Colafranceschi; Colosimo (Nicola Osimo); Colagrande (Nicola Grande); Colapietro; Colagrosso (i) (Nicola Grosso); Colapinto (Nicola Pinto); Colaiacono (Nicola Iacono); Colaretti (Nicola Retto); Colaiacovo (Nicola Iacopo); Colarieti (Nicola Rieto); Colaiacomo (Nicola Giacomo); Colaiaco (abbr. dei precedenti); Colarusso; Colasanto (i)(Nicola Santo); Colaianni (Nicola Gianni); Colasanzio (Nicola Sanzio); Colaiocco; Colasuonno; Colaiacolo; Colatosti (Nicola Tosto); Colaizzo (i) (Nicola Izzo); Colatruglio (Nicola Trullo); Collinvitti (Nicola Invitto); Colalillo; Colavecchio (a) (Nicola Vecchio); Colalongo; Co(la)velli (Nicola Vello); Colaluca; Colavero (Nicola Vero); Colavincenzo; Colturi (Nicola Turi); Colacione; Colasimone; Colamarco; Colavito (a); Colamatteo; Colaviz(z)o (a); Colamazzo (a); Colavolpe (Nicola volpe); Colecchio (a); Columbro (Nicola Umbro); Colimodio (Nicola Imodio); Colimoro (i); Colursi (Nicola Urso).


Altri patronimici composti - questi numerosissimi - sono quelli che iniziano con gli accorciativi di Giovanni e delle sue antiche versioni Johannes, Ianni e Zanni; quindi iniziano con 'Gia(n), Cia, Giam-'; inoltre con 'Ia, Ian, Iam, Ja, Jan, Jam-'; infine con 'Zen, Za, Zan, Zam-'. Eccone una lunga lista:


Ian(n)(i)ello (i) (a); Iannilli (Gian Aniello)

Iandolo(i-a); Iantoli; Ianodolo; Jandolo (i)

Jaccarino; Iaccarico (Gian Carino)

Annecchino (i); Annicchino (i); Iannacchino (Gian Nacchino)

Iannac(c)one; Jannaccone

Iannicelli (a); Ianniciello (Gian Cello)

Iannaco (apocope del precedente)

Iannarelli (a); Iannarilli; Iannariello; Iannario (a)

Iadecola; Iadicola (Gian di Cola)

Iannattone; Iannettone

Jandiorio; Iandiorio (a) (Gian di Iorio)

Iansiti; Ianzidi (Gian Sito)

Iannuccelli; Iannuccilli; Iannuzz(i)elli (o) (a); Iannuzziello (Gian Uccello)

Iannucci; Iannuzzo (i)

Iarrubino; Iarrobino (Gian Rubino)

Ianniruberto; Iannirberto (Gianni Ruberto)

Iannitto (i); Ianniti (Gian Nitto);

Jalongo; Ialongo ('Gianni il Longo')

Iavicoli; Javicoli

Iasio; Iasiulo

Iaselli; Iasi(e)llo

Iazeolla; Jazeolla

Iafusco; Jafusco (Gian Fusco)

Iaquinto (a); Jaquinto(a) (Gian Quinto)

Iarmano; Iermano (Gian Armano)

Iadanza (Gian de Anza, toponimico)

Iadaresta (Gian da Resta, " )

Iadarola (Gian da Airola, " )

Iaderosa (Gian de Rosa " )

Iadevaia (Gian de Baia, " )


E molti altri:


Iannantuoni (Giann'Antuono); Jaboni; Iannamico (Gian Amico);

Iannarone; Iannascolo (i); Iadelise (Gian d'Elise); Ianneo (i) (Gian Neo); Iadevito (Gian de Vito); Iadecicco (Gian de Cicco); Iannibelli ('Gianni il Bello'); Iadonidi (Gian d'Onido); Jannaccaro; Jaccheo; Iadonisi (Gian Donisio); Iafante ('Gianni il Fante'); Iann(i)ello (i) (a); Iaboni (Gian Bono); Iacampo (Gian Campo); Ianfulli (a); Iacapraro (Gian Capraro); Iapalucci (Gian Paoluccio); Iani(g)ro (i) (Gian Nigro); Iacoletti (Gian Coletto); Iacolo (Gian Cola); Iaciancio (Gian Ciancio); Iacuelli (Gian Coviello); Iacullo (i); Jannaci; Jamunno; Iacuzio; Iannalfo (Gian Alfo); Iafisco (Gian Visco); Iaforte ('Gianni il Forte'); Iafrate ('Giannni il Frate'); Iapicca ('Gianni il Picca'); Iafullo (i) (a); Iappelli; (I)apicella (Gian de Apicella, toponimico); Iagrossi ('Gianni il Grosso'); Iaione (Gian Ione); Ialacci; Iarnone (Gian Arnone); Ialeggio; Iavossi; Ialenti; Iascone; Iallonardo (Gian Lonardo); Iarussi ('Gianni il Rosso'); Iamarco (Gian Marco); Iamaro; Iase(v)oli; Iambrenghi (Gian Brengo); Iasimone (Gian Simone); Iamele; Iammarile; Iammarino; Iassogna ('Gianni il Sugna'); Iammarrone (Gian Marrone); Iattarelli (a); Iammazzo; Iavarone (Gian Varone); Iammenno; Iavecchia ('Gianni la Vecchia'); Iamunno (i); Ianco (accorciativo); Iavolato.


Zambon(i); Zanbo; Zaniboni ('Gianni il Buono')

Zammito; Zammitti

Zamparelli; Zampariello

Zampiello (sincope del precedente?)

Zambardino; Zampardino; Zanfardino

Zancaro; Zangaro (Gian Caro)


Ed anche:


Zamolo; Zambardi (Gian Bardo); Zanussi (Gianni Usso); Zanzarella (Gian Zarella); Zambello ('Gianni il Bello'); Za(ni)ratti (Gianni Ratto); Zambianchi ('Gianni il Bianco'); Zanisi; Zambinio (i); Zambito (Gian Vito); Zattini (Gian Tino); Zambrino; Zampiglia (Gianni il Piglia); Zambrono; Zanesco; Zambrano; Zappalà; Zammartino; Zapparoli; Zammattia; Zappone (Gian Pone); Zappulla; Zampaglione (Gian Palione); Zampelli (Gian Pello); Zampetti (Gian Petto); Zampicini ('Gianni il Piccino'); Zamolo; Zampieri (Gian Piero); Zaccagnino (i) (Gian Canino); Zamponi (Gian Pone); Zampino (Gian Pino); Zampi (accorciativo di uno dei prec.); Zandegiacomi (Gian de Giacomo); Zampitelli (Gian Pitello); Zampol(ini); Zanardo (i); Zanarini; Zanolini; Zancaglione (Gian Calone); Zandomeneghi (Giandomenico); Zanfagnini (Gian Fanino); Zanfillo ('Gianni il Figlio'); Zanfino ('Gianni il Fino'); Zanfrillo (Gianni Frillo); Zangani; Zangaraci; Zangrillo ('Gianni il Grillo'); Zangrossi ('Gianni il Grosso'); Zanichelli (Gianni Chello); Zannelevigna ('Gianni la Vigna'); Zanniello (Gian Aniello); Zannobbi; Zamparella (Gian Parella); Zantonelli (Gian Antonello).


Gialanzè (Gian Lanzero, ossia 'Gianni il fabbricante di lance')

Giallanza (Gian la Lanza, ossia 'Gianni il lanciere')

Giacquinto; Giaquinto (Gian Quinto)

Giammatteo; Giamattei (Gian Matteo)

Giannalavigna; Giannelevigna ('Gianni la Vigna')

Gianmusso; Giammuso (Gianni Musso)

Giampetraglia; Giampatraglia;

Giampaolo; Gianpaolo

Giannat(t)asio; Giannettasio (sincope di Gianni Attanasio) Giandinoto (Gian di Noto, anche toponimico)

Gia(n)calone; Giacolone (Gian Calone)

Gialone (apocope del precedente)

Gianfrano; Gianfrono (i)

Giam(m)inelli (Gian Minello)

Giammelli (apocope del preced.?)

Gian(ni)cola (o) (i) (Gian Nicola)

Giannucci; Giannuzzi (Gian Nuccio)

Giampietro; Gianpietro


Altri:


Giaccari (Gian Caro); Giancarlo (i); Giagantiello; Gialantonio ('Gian l'Antonio'); Giallonardo (Gian Lonardo); Giallorenzi (Gian Lorenzo); Gialluccio (Gian Lucio); Giambattista; Giambelli ('Gianni il Bello'); Giamberini (Gian Berino); Giamberti (Gian Berto); Giambitto (Gian Vito); Giamblanco ('Gianni il Bianco'); Giambotti (Gian Botto); Giambriello; Giambrocono; Giambruno; Giamoleo; Giammarco; Giampaglia (Gianni Paglia); Giammarino; Giammei (Gian Meo); Gianquitto; Gianpetraglia (Gianni Petraglia); Giampetruzzi (Gian Petruzzo); Giantomasi (Gian Tommaso); Giangualano (Gian Gualano); Giampieri; Giaffreda; Giaganelli; Gianfrungillo (Gian Frungillo); Giammaria; Giampaoletti; Giampitti (Gian Pitto); Giansicura; Giampuzzo (Gian Puzzo); Giovannangeli; Giarrusso ('Gianni il Rosso'); Giancaspro (Gian Gaspare); Gianfei (Gian Feo); Gianciobbe (Gian Giobbe); Giambone (i) (Gian Ambone); Giaquonto; Giancristofaro; Giandonato; Giardomentrone; Giampedrone (Gian Pedrone); Giandolfi (Gian Andolfo); Giandomenico; Gianfelice (i); Gianforte (Gianni il Forte); Giancone; Gianfrancesco (a); Giangoli; Giangrande ('Gianni il Grande'); Giangrasso ('Gianni il Grasso'); Giangr(i)eco ('Gianni il Greco'); Giancone; Giambone (i) (Gian Ambone); Giangregorio; Giannacchi (Gian Nacchio); Giannaccoli (Gian Naccolo); Giangualano (Gian Gualano); Giannalia (Gianni Elia); Giannandrea; Giannangeli (Gianni Angelo); Giannantonio (i); Gianmascoli (Gian Mascolo); Giannatiempo; Gianniello (Gian Aniello); Gianneo (Gian Neo); Giannicchio; Giannico (Gian Nico); Gianninelli (Gian Ninello); Giannitto (i); Giannoccari; Giannoccolo (i); Giannolo (i) (Gian Andolo); Giannulli; Gianturco ('Gianni il Turco'); Giarrusso (Gianni il Rosso); Gianlombardo (Gianni il Lombardo).


Cianci(o)(ola)(ulli)(ullo); Ciangiulli

Cianferoni; Cianfarani; Cianfrano

Cianf(a)lone

Cianci(o)(ola)(ulli)(ullo); Ciangiulli

Ciambelli(ni); Ciambiello (e le corr. Ciambrelli; Ciambriello)

Ciara(r)mell(a)(i) ('Gian Ramella'); Ciaramelletti

Ciar(av)ella

Ciavatta ('Gian Battista') (e la corr. Ciavotta)

Cian(elli)(nelli)(niello)(oli)

Ciampi(nelli); Ciam(m)inelli Ciarmiello; Ciarn(iello)(elli) ('Gian Arnello')


Infine:


Ciambellotti; Cian(i)(o)(ni); Ciampo(li)(lillo); Ciamarra; Ciambone; Ciamillo; Ciampa(glia); Ciampagna; Ciampitti; Ciancaleoni; Cianchetti; Ciancia(relli); Cianciaruso ('Giangiacomo il Rosso'); Ciancone; Cianfruglia; Ciannoccoli; Ciann(ar)ella; Ciantino ('Gianni Tino'); Ciappa(relli) ('Gian Parello'); Ciaraffa (Gian Raffa); Ciaraldi (Gian Raldo); Ciarall(i)(o)(e) ('Gian Rallo'); Ciaramaglia ('Gian Ramaglia'); Ciariello; Ciaravino; Ciaravol(a)(o); Ciarrocchi ('Gian Rocco'); Ciasull(o)(i) ('Gian Sullo'); Ciattaglia ('Gianni la Taglia'); Ciavarro ('Gian Varo'); Ciavarell(i)(a).


A proposito del predetto soprannome 'Gianni il Turco', questo non significava che si trattasse effettivamente di un antenato di nazione turca, bensì di un uomo di grossa corporatura, perché infatti tali erano reputati nei secoli passati i turchi nei confronti dei popoli cristiani delle sponde del Mediterraneo; vedi infatti l'antico detto napoletano O sorice s'è pigliato 'o turco ('Il topo s'è preso il turco'), adagio oggi considerato oscuro, ma in realtà a esso si ricorreva per dire che una coppia era male assortita e cioè lei molto piccola e lui molto grosso o viceversa. Per quanto riguarda poi il nomignolo 'Gianni la Taglia', bisogna ricordare che quest'ultima era un'antica macchina per sollevare grandi pesi, simile alla 'capra' o 'capria' di cui presto anche diremo; doveva quindi trattarsi d’un Gianni particolarmente nerboruto.

Ci sono poi anche cognomi patronimici composti originati dal nome proprio Giacomo e dalle sue forme antiche Jacono, Jacopo e Jacovo; eccone qualche esempio:


Giacomardo; Giacomarosa; Giacomarra; Giacomobello; Iacorossi;

Iaconantonio.


Per quanto riguarda il predetto nome Giacomo, bisogna notare che esso, più di Nicola e Giovanni, ha originato cognomi semplici ed eccone un elenco:


Iacobacci; Jacobaccio; Iacovacci (accrescitivo, da Jacobazzo)

Iacobelli (is); Iacoviello; Iacovelli (a); Iacuvelle (i); Iacavelli; Jacobelli (is)

Iacono (a); Iaconi(si)

Iacomino (i); Jacomino

Iacobbe; Jacobbe

Iacobino; Iacovino (i); Jacobino (i)

Iacobitti; Iacovitti; Jacobitti

Iacobone (i); Iacovone (i); Iacopone (i)

Iacone; Jacone (sincopi dei precedenti)

Iac(c)opo; (de) (dello) Iacovo; Iacobo

de Iaco (apocope del precedente)

dello Iacuo (corruzione del precedente)

Iacomo (i)

dello Iacono

Iacotucci

Iacouzzi

Iachetti

Giacomazzo (accrescitivo)

Giacomelli

Giacometti

Giacomin(i)

Giacomo

Giacomucci

Giacchetti

Giacovazzo (accrescitivo)

Giacoppo

Giacovetti; Giacobetti

Giacobbe; Giacò

Giacobelli

Giacobini

de Giacomo (i); di Giacomo; del Giacomo

Covelli (aferesi di Iacovelli)

del Giacco (apocope dei precedenti)


C'è da notare che in napoletano jacuvella significa 'ragazza civettina' ed anche l'atto di civettare; esisteva evidentemente una volta a Napoli una Giacomella che particolarmente si comportava in tal disdicevole maniera.

A proposito delle predette forme accrescitive del nome Jacopo, dobbiamo chiarire che nell'italiano primigenio il suffisso accrescitivo non era il moderno '-one', bensì -azzo, il quale nel Medio Evo si scriveva -aczo e pertanto si corruppe poi in '-accio'; ecco qualche altro esempio:


Galeazzo ('Il grosso Galeo')

Romanazzo ('Il grosso Romano')

Aiazzo(ne) ('Il grosso Aio')

Albertazzo ('Il grosso Alberto')

Mattiaccio ('Il grosso Mattia')

Cagnazzo ('Il grosso Cane')

Belliazzi

Zanazzi; Iannazzo(ne) ('Il grosso Gianni').


Come si sarà notato, in qualche caso sull'accrescitivo antico si è inserita la desinenza della terza declinazione latina -one, la quale è altra cosa dalla suddetta accrescitiva oggi in uso. Dall'accrescitivo Michelazzo nacque nel Rinascimento l'adagio Fare l'arte di Michelazzo, mangiare, bere e andare a sollazzo, ma, poiché andare a sollazzo significava andare dalle prostitute, il proverbio fu in seguito pudicamente censurato in Fare l'arte di Michelasso, mangiare, bere e andare a spasso, dove però l'accrescitivo è ormai stravolto.

Curiosamente, ad alcuni più antichi patronimici includenti un accrescitivo fu in seguito aggiunto il diminutivo '-olo', come per esempio Caracciolo ('il piccolo grosso Caro') e Martinazzoli ('il piccolo grosso Martino'); ciò perché evidentemente s’era voluto in tal modo distinguere il figlio di Carazzo e quello di Martinazzo dai loro rispettivi padri.

Ecco ora alcuni cognomi composti con il nome Iaquino (Gioacchino):


Iaquinangelo; Iaquinancelo; Iaqunangelo (Gioacchino Angelo)

Iaquinandi (Giacchino Nando); Iaquaniello; Iacuaniello (Giacchino Aniello).


Poiché abbiamo già più volte usato questo nome 'Aniello', dobbiamo chiarire che esso è - con 'Anello' -corruzione di 'Agnello' ed originato quindi dal santo di tal nome.

Ecco ora cognomi composti con il nome 'Cecco', diminutivo di Francesco:


Ceccantoni; Ceccobelli; Cecconi; Ciccone (i); Cecamore (Cecco Amore).


Altri ancora, questi molto riconoscibili, iniziano con il nome 'Pier, Per, Pietr-' e 'Petr-', ossia Pietro:


Pierfederici; Pie(t)rantoni (io); Pierimarchi; Pie(t)rangeli; Pierangelini; Pierantozzi (Piero Antozzo); Pierdonati; Pietroluongo; Piersanti; Piervergili (Pier Virgilio);

Pietrogiacomi; Perleonardi; Petrungaro (Pietro Ungaro); Pernicola; Pergianni; Peraino (Pier Raino); Peraimo (Pier Raimo); Pergolizzi (Pier Golizzo); Pierosara; Pieranunzi (Pier'Annunzio).


Diversi patronimici s’originano da soprannomi civili e vedi per esempio il predetto Tartaglia oppure Carafa, soprannome di un forte bevitore della famiglia Caracciolo, dal quale prese quindi nuovo cognome un ramo della stessa:


Cacapice (estinto)

Acconciagioco (estinto)

Ammaccapane

Amordeluso

Appicciafuoco

Zappacosta (ossia 'zappariva')

Bevilacqua

Mangiapia (sincope di 'mangiapigna')

Mangiacapra (e)

Mangiaracina

Mangiaterra

Bevivino

Passalacqua

Panebianco

Mangiavacca (e le corr. Mangiavacchi e Mangiavecchi)

Schifalacqua (ossia 'buon bevitore di vino')

Mangiaruga; Mangiaruva (cioè 'mangiaruta')

Trequattrini

Quattrocchi

Settepani; Settipani

Cavacece

Parvopassu ('uomo dal piccolo passo')

Piccolpasso (idem c.s.)

Ferracane (i)

Barbagallo (e la forma sincopata Barbagli)

Barbacane [e le corruzioni Barracane (o)]

Barbalunga; Barbalonga

Barbarossa

Barbarulla; Barbaru(o)lo (ossia 'barba a buccoli')

Barbavecchia

Basadonna ('donnaiuolo')

Saltalamacchia ('brigante')

Scacciavillani

Strappaveccia

Capecelatro (poi censurato in Capece)

Bucalossi (cioè 'povero succhiatore di midollo')

Rodilosso (dal significato simile al precedente)

Gambacorta; Gambacurta (e la corr. Gammacurta)

Gambadoro

Pelagalli

Pelabasti

Coltorti

Occhipinto

Ligabue (e la corr. Ligabò)

Capodicasa

Cacciamali (ossia 'cercaguai')

Coltorti (vale a dire 'impiccato')

Lo Re; Lore; Luri; Del Re.

(Del) Greco; Logrieco; Lagreca.

(Lo) (Del) Turco.

Lacommara.

Lobraico (L'ebraico)

Lo Prinzi (Il principe).


Molti cognomi epitetici sono di origine militare, avendo nei secoli passati la guerra avuto continuamente tanta parte nella realtà umana, come per esempio il diffusissimo Pica (spagnolo per 'picca' o ‘picchiere’); infatti i picchieri erano i fanti più comuni negli eserciti del Rinascimento:


Spatafora (corr. da Spataphoros, cioè colui che portava la spada al sovrano), sebbene nel caso italiano questo cognome sia

evidentemente sempre mediato dal noto toponimo siciliano.

Arcomagno (corr. di Arcomanno, ossia arciere).

Pignata e Pignatelli (dalle pignatte esplosive che nel basso Medio

Evo si lanciavano sul nemico a mo' di moderne granate).

Cannonieri.

Balestrieri.

Archibusi.

Balestra (i).

Sergente (i) (dal l. serviens-tis, ossia colui che ‘serve’

con le armi, armigero).

Sargentini (coor. di sargentina, cioè l'alabarda da sergente).

Moschetti (ma il moschetto era anche un tipo di falchetto, detto

anche moscardo).

La Capria; Lacapria; La Capruccia (essendo capria corrotta dizione di capra, vale a dire una macchina rinascimentale per sollevare le artiglierie).

B(u)onavoglia (remigante volontario di galera).

Saccomanno; Saccomani; Saccomando (saccheggiatore al seguito dello esercito).

Bombarda (o) (i).

Bombardieri.

Spada; La Spada; Spadetta; Spadòla; Spadone (i); Spaduzzi; Spadaccio; Spadarella; Spatarella; Spadi; Spadanuda.

Spadaccino.

Testaferrata (ossia testa protetta da cervelliera o da elmo).

Picca (vedi sopra).

Frizza (antica dizione di freccia).

Rivellini (elemento di fortificazioni).

Brandispada (lo stesso che brandistocco, cioè quell'arma di fanteria detta poi anche mezzapicca ed infine spuntone).

Buttafoco (l'arnese per allumare l'artiglieria).

Centofanti.

Corazza (i); Lacorazza.

Cortellessa (corta sciabola della cavalleria pesante).

Cortelli.

Lancieri.

Lanza (i) (o); Langella (i); Lancella (o); Langia; Langione; Lancia; Lancione; Lanzetta (i); Langiu; Lanzini; Lanzoni; Lanzuto; Lanzutti; Lanzotti; Lanciotti; Lanzi(e)llo (i); Lanzuolo; Lancetti; Lancellotti; Langellotti; Lanzarotti; Lanzillotti (a); Lanciato; Lanzalone (corr. di lanzellone) (e le corr. Lamza (i) (o), ecc.)

Saitta (arc. per saetta).

Scaramuccia (i); Scaramuzza.

Scudiero (i) (colui che portava lo scudo al cavaliere).

Spaccarotella (la rotella era lo scudo circolare piccolo, mentre il

rondaccio era quello grande).

Capitanio (arc. per capitano); Capitano (i); Capitanini.

Vinciguerra.

La daga; Laddaga.

Contestabile (corr. di conestabile, dal lat. cohonestabilis; era il capitano di fanteria del basso Medio Evo; nulla a che fare quindi col fantasioso e pretenzioso comes stabuli che molti

credono e che lo stesso Grande credeva).

A(l)mirante; Ammirante (spagnolo per 'ammiraglio'; in it. arc.

admiraglio e poi armiraglio), dal lat. admirabilis. Era cioè colui il cui vascello non doveva per mare essere mai perso di vista perché doveva essere sempre seguito; pertanto di giorno ci si doveva tenere a vista dei suoi vessilli e di notte della sua speciale fanaleria di poppa.

Trabucco (precursore medievale del mortaio).

Colonnello (sineddoche rinascimentale del tardo-medievale capo di colonnello, ossia 'capo di reggimento di fanteria').

Maresciallo [dal lat.-ger. marescallus, ‘sovrintendente dei cavalli’,

nome che potrebbe però anche semplicemente trovar la sua origine nella tarda pronuncia del lat. martialis e che comunque non è da confondersi con quello di ‘marescalco’ o ‘maniscalco’ (ger. Mahreschalch), ossia con il semplice veterinario dei cavalli (lt. equiso-nis, da cui l’it. ‘scozzone’), come comunemente invece si crede, e lo dimostra la mancanza della finale -ch in tutte le versioni presenti nelle lingue europee (i. marshal, fr. e p. marechal, t. Marschall, sp. mariscal, ecc.]

La Venuta (antico termine militare: 'una strada da cui può venire il nemico').


Ovviamente alcuni toponimi possono esser travisati per cognomi d'origine militare e vedi per esempio Battaglia, che è invece località nel Salernitano. A proposito del proto-italiano frizza ci piace ricordare il detto "accogliere qualcuno con frizzi e lazzi", il quale in origine non certo significava dileggiare come oggi, bensì ricordava gli scontri tra le fanterie medievali prima della invenzione delle armi da fuoco; cioè quando in prima fila si ponevano i frombolieri, armati appunto di frombole o lazzi (lacci) e, dietro di questi, gli arcieri, in modo da cercare d'indebolire il battaglione nemico con questi lanci di pietre, palle di piombo e frecce prima di scontrarsi con lui all'arma bianca.

Tanti erano un tempo i trovatelli e s’usava raccoglierli nei conservatori, ossia ospizi, dove poi si sarebbe anche inventato per ognuno di loro un cognome e non solo il solito Expositus - da cui Esposito, Sposito, degli Esposti ecc., ma generalmente cognomi beneauguranti o esortativi ed eccone una lunga lista:


Dio(ti)guardi

(Dio)taiuti (o)

(Diot)allevi; Diodalevi

Diomaiuta (o)

Diotisalvi; Diotesalvi (e); Dietisalve; Detisalvus; Detesalvus Diadeus ('che Dio ti dia')

Diograzia

Graziadei

Bentivenga; Bentivegna ('che ti venga il bene!') e le corr. Bencivenga; Bengivenga; Benci(venni)

Bentivoglia (o) (cioè 'ben ti voglia il Padreterno!')

Buonasorte

Buonaspeme

B(u)onaccorsi (o)

Buo(nca)mmino (e la corr. Boncimino)

Bonapace

Bonaventura

B(u)ontempo (i) ('che tu abbia un buon tempo terreno!')

Servid(d)io ('servi il Signore!'); Servedeo; Servo(di)dio

Benass(a)i ('che ti venga bene assai!')

Benemeglio ('che ti vada di bene in meglio!')

Pensabene ('che tu abbia buoni pensieri!')


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