Excerpt for Le cronache militari del Regno di Napoli e l'evoluzione tecnico-tattica della guerra verso il declino dell'egemonia spagnola (1668-1707). by Guglielmo Peirce, available in its entirety at Smashwords

Guglielmo Peirce

LE CRONACHE MILITARI DEL REGNO DI NAPOLI E L’EVOLUZIONE TECNICO-TATTICA

DELLA GUERRA VERSO IL DECLINO DELL’EGEMONIA SPAGNOLA (1668 - 1707).

































Prima stesura depositata alla S.I.A.E.-SEZIONE OLAF con

il n. di repertorio 9912821 e con decorrenza 14.5.2008.



















































Le cronache militari del Regno di Napoli e l’evoluzione tecnico-tattica

della guerra verso il declino dell’egemonia spagnola (1668-1707)

by Guglielmo Peirce.

Published by Guglielmo Peirce at Smashwords.

Alla memoria di mia madre,

d’ogni virtù ornata e d’ogni lode degna.















































Prefazione.


Questa cronologia militare commentata, ricavata principalmente dalle raccolte di avvisi a stampa e di giornali privati manoscritti del Regno di Napoli, anche se purtroppo lacunosa come inevitabilmente finiscono per essere tutte le cronologie di tempi lontani, si propone di fornire al lettore una sufficiente contezza sia dell’organizzazione e dei contributi militari del Regno di Napoli nell’ultimo periodo del dominio spagnolo sia dell’importante evoluzione tecnico-tattica che si ebbe allora nell’arte della guerra, evoluzione i cui precisi termini e tempi non abbiamo in verità mai trovato da alcuno adeguatamente indagati; e quand’anche tali argomenti marziali risultassero come al solito emarginati dall’ortodossia storiografica ufficiale, pur tuttavia questa nostra fatica dovrebbe perlomeno esser riconosciuta sufficiente a mostrare nel suo insieme un nuovo, inedito e interessante affresco della Napoli di quei tempi; quello cioè che si può ricavare appunto mettendo insieme, come tessere di un mosaico, gli aspetti militari e gli avvenimenti bellici della sua storia, illuminati però necessariamente da un’adeguata competenza in materia. A coloro poi che talvolta ci chiedono che senso ha profondere tanto impegno e tanta parte della propria vita in una ricerca storica di questo tipo, a quelli che negano importanza al conseguimento del più comune dei fini storici in generale, cioè alla storiografia, e quindi non apprezzano questi studi, ai tanti che insomma affermano che nella vita bisogna guardare avanti e non indietro, a tutti costoro non risponderò facendomi scudo, come tanti, di Cicerone che, tra le tante virtù che attribuiva alla conoscenza della storia nel suo De oratore (lb. II [IX]), la diceva anche magistra vitae, perché allora effettivamente mi si dovrebbe spiegare come è possibile che dopo millenni di lezioni di storia si sia arrivati, per esempio, ai sommi orrori della seconda guerra mondiale; l’osservazione che invece mi sento di fare a favore della storia è molto meno pretenziosa e cioè che l’uomo si guarda così spesso addietro per un motivo molto semplice, perché è in sua facoltà farlo; al contrario, se guarda avanti, non può vedere quasi nulla, non avendoci difatti il Creatore dotato di capacità divinatorie. È però innegabile che due dei nostri più struggenti sentimenti, il rimpianto e il rimorso, sono certamente bastevoli a dimostrare quanti valori possano essere racchiusi nel passato e come è talvolta naturale in noi la pulsione a cercare di rintracciarli nella speranza o nell’illusione di riuscire magari un po’ a recuperarli; mentre possiamo quindi certo definire didascalica la storia come esercizio d’indagine, come nostra intima ricerca del passato, non altrettanto possiamo purtroppo dire della storiografia, cioè della pretesa che dalla sua lettura o anche dal suo semplice studio esteriore se ne possano trarre profondi insegnamenti.

Presupponendo che il nostro lettore abbia certo già una sufficiente conoscenza del contesto storico-geografico in cui si svolsero gli avvenimenti che narriamo, ci siamo astenuti dal premettere una scolastica e ritrita introduzione in tal senso; ci siamo pertanto solo limitati a iniziare col descrivere per sommi capi la struttura militare che la Spagna aveva dato o autorizzato al Regno di Napoli, perché anche questo è uno di quegli argomenti storici che si credono ben conosciuti e invece lo sono molto poco.

L’opera si sarebbe certamente potuta di molto arricchire con ulteriori e più costanti ricerche, specie approfittando maggiormente dei fondi diplomatici dell’Archivio di Stato di Venezia e di quello Vaticano, il che ci avrebbe senza alcun dubbio permesso di mitigare molto più decisamente certa propagandistica ipocrisia – talvolta anche mendacità - di regime che sempre si riscontra negli avvisi ufficiali di ogni tempo, ma il crudele e veloce sfiorire della vita non ce ne concede più l’opportunità. Il lettore noterà inoltre che le numerosissime citazioni inserite sono purtroppo prive della menzione dei numeri delle pagine o dei fogli delle opere richiamate, un corredo questo che gli sarebbe stato come sempre certamente molto utile, ma che sfortunatamente, quando ci si addentra in campi di ricerca vastissimi e sostanzialmente inesplorati, non sempre si ha tempo di preparare, a meno di non rassegnarsi a un notevole rallentamento della ricerca stessa e quindi a un numero inferiore di risultati. A causa del tempo che ci è mancato il lettore non troverà purtroppo nemmeno un indice dei nomi, altro strumento certamente utile a chi sia interessato a ricerche particolari; ma cercheremo di aggiungerne uno nel prossimo futuro e comunque gli ricordo che, giacché questa è un’edizione elettronica, i nomi sono facilmente rintracciabili con le apposite funzioni di ricerca di cui ogni programma di scrittura informatica è dotato.

Per alleggerire la narrazione e agevolarne la lettura, avremmo certo potuto evitare di cadenzarla anche con una datazione settimanale, ma riteniamo questo uno strumento utile a indurre nel lettore una maggiore compenetrazione in avvenimenti che, come sempre succede a quelli ormai molto lontani nel tempo, finiscono per sembrare sempre più fiabeschi che realmente accaduti. Sicuramente alcune delle tantissime date da noi menzionate possono esser errate e ciò a causa del modo discontinuo e lacunoso con cui - e negli avvisi e soprattutto nei giornali manoscritti - si usava riportare la datazione, un elemento allora ancora ritenuto dalla storiografia poco significativo; posso comunque assicurare il lettore che l’errore, quando c’è, può facilmente riguardare il giorno in cui avvenne un certo fatto, ma raramente la settimana, rarissimamente il mese e mai l’anno.

Ringrazio innanzitutto il mio carissimo amico ing. Giancarlo Boeri, insuperabile ricercatore, per il gran numero di appunti, tratti da archivi nazionali e stranieri, da lui nel tempo messi a mia disposizione, materiale senza il quale questo mio studio sarebbe certamente risultato molto più lacunoso, e ciò nell’ambito di una reciproca collaborazione ormai trentennale; ringrazio inoltre, come sempre, il personale archivistico e bibliotecario napoletano tutto per il tanto, immancabile e cordialissimo aiuto sempre prestatomi nel corso di decenni di ricerca.


























Introduzione.


Riteniamo necessario premettere che molti studiosi, talvolta anche noti storici, sbagliano di molto e di grosso quando, riferendosi al reame di Napoli del periodo 1504 - 1707, lo chiamano ‘vice-regno’, perché, a prescindere dalla considerazione che tra le forme di regime che in ogni tempo gli stati e le nazioni si sono date quella di ‘vice-regno’ non è mai esistita, è chiaro che quello di Napoli era un regno a tutti gli effetti, cioè uno dei vari regni e stati appartenenti alla corona di Spagna, e, poiché questa non poteva essere presente fisicamente in tutti, ne conferiva il vice-regnato e il capitanato o capitania generale, ossia il potere di governo reale subordinato, a viceré e governatori da lui nominati; si trattava quindi di regni governati da viceré, cioè da personaggi con personali poteri di vice-regnato, e non ‘viceregni’ quelli in cui, unitamente appunto ad alcuni stati feudali d’altro genere, si dividevano le Spagne; insomma proprio per la stessa ragione per cui lo Stato o Ducato di Milano, anche se di proprietà feudale della suddetta corona, non era per questo degradabile a ‘vice-stato’ o a‘vice-ducato’. Quello di Napoli era anzi considerato, per quanto riguarda l’Italia, il ‘Regno’ per antonomasia e infatti vi era comunemente chiamato semplicemente il Regno, in considerazione che, pur essendoci anche quelli di Sicilia e di Sardegna, esso era di gran lunga il più grande, popolato e importante dei tre. Il viceré di Napoli, immancabilmente uno spagnolo se non solo interino, era di solito stato in precedenza al governo di stati o di regni meno grandi e impegnativi; per esempio Francisco de Benavides de Avila y Corella conte di San Estévan fu nel 1675 nominato viceré di Sardegna, nel 1678 di Sicilia e nel 1688 di Napoli. Perché il lettore possa farsi un’idea della differenza d’importanza che comportavano i vice-regnati dei detti regni, diremo che il duca di S. Germano, viceré del regno di Sardegna, i cui emolumenti erano per ordine del re, come del resto anche tante spese dello Stato di Milano, a carico dell’erario di Napoli, prendeva nel 1668 ducati 550 il mese, mentre esattamente due anni più tardi Pedro de Aragón duca di Segarbe e Cardona, viceré di quello di Napoli, tra stipendio da viceré e capitano generale del regno, aggiusto di costa (‘indennità di sopraspesa’) e stipendio di capitano di una compagnia di uomini d’arme, ne percepirà più di 3.191 (A.S.N. Tes. An. Fs. 354.) La stessa carriera facevano generalmente i capitani generali del mare, passando da una squadra di galere meno importante a una più importante, e talvolta anche quelli dell’artiglieria. Il viceré, cui spettava il titolo di Eccellenza, unico nel regno a goderne, era del re pure luogotenente perché il sovrano era anche capitano generale dei suoi eserciti, era inoltre capitano generale del Regno di Napoli e infine anche capitano della sua compagnia di lancieri a cavallo della guardia vicereale; egli, detto per sommi capi, era assistito da un consiglio detto il Collaterale per le faccende che riguardavano l’amministrazione finanziaria e giudiziaria e da un Consiglio di Stato e Guerra, i cui consiglieri si chiamavano reggenti di cappa corta, per quanto riguardava invece gli affari esteri e militari.

Tutti i ministeri del regno finivano per avere necessariamente qualche competenza che sconfinava nel ramo militare, ma ci soffermeremo solamente sull’amministrazione della giustizia, perché questa aveva spesso bisogno, come del resto ancora oggi nell’Italia meridionale, di essere coadiuvata dall’esercito; governata da un ministro detto Gran Giustiziere e da una corte suprema, il Sacro Regio Consiglio, era amministrata principalmente dal tribunale detto Gran Corte della Vicaria, il quale si divideva in Vicaria Civile e Vicaria Criminale e aveva questo nome perché il suo proreggente, il quale disponeva di una sua guardia personale di alabardieri, esercitava teoricamente questo ruolo non in prima persona, ma solo come ‘vicario’ del viceré. Dal predetto tribunale dipendevano i capitani di giustizia, detti anche capitani di strada, oggi diremmo ‘commissari di polizia’, i quali erano a Napoli 16 nel 1670, da 15 a 18 al tempo del viceré di los Vélez, solo 12 invece nel 1702, e ognuno dei quali aveva una paranza (it. ‘apparenza, squadra, schiera, rivista militare’) composta di un caporale e dieci guardie, dette queste anche fanti, soldati, guidati o birri (dal lt. Forse da birri, ’mantelli con cappuccio’, o più semplicemente da viri, ‘uomini’); questi poliziotti avevano il rango di soldati e infatti erano armati d’archibugio e comandati da un undicesimo uomo, detto caporale come nell’esercito; da una registrazione di esiti di Cassa militare del 1670 risulta che il capitano di giustizia Carlo Vassallo prendeva un soldo di dieci ducati mensili, il suo caporale di sei e ognuno dei suoi dieci soldati di tre (ib.)

C’era poi, secondo per importanza, un tribunale delegato da quello della Vicaria Criminale e detto Regio Tribunale (del Commissario) di Campagna, il quale aveva sede a S. Antimo e la cui giurisdizione copriva la provincia di Terra di Lavoro, essendo questa particolarmente importante perché limitrofa alla capitale e, allora come oggi, pullulante di briganti; procedeva soprattutto contro i seguenti delitti: grassazioni di strada pubblica, porto illegale d’armi, sequestri di persona, incendi dolosi di pagliai, allora molto frequenti nelle inimicizie campestri, e pirateria marittima. Questo commissario di campagna, il quale all’inizio del Settecento prenderà, nella persona di Gregorio Mercado, il nuovo più pomposo titolo di soprintendente generale della campagna, era un giudice togato e il più delle volte un nobile titolato, godeva delle preminenze di giudice di Vicaria ed era coadiuvato da un secretario e mastro d’atti (‘cancelliere’), da due scrivani, di cui uno ordinario, da una sua polizia giudiziaria chiamata squadra o compagnia del Tribunale di Campagna, la quale era costituita da sette a dieci soldati, due ligatori (lt. lictores; ‘aguzzini’) ed era comandata da un capo di squadra o caporale. Perché avesse così pochi armati nonostante l’alto tasso di criminalità di quei territori si spiega con la possibilità di utilizzare le risorse poliziesche della vicina Capitale.

In ognuna delle altre più lontane province la giustizia ordinaria era invece amministrata da una Regia Udienza Provinciale costituita da quattro auditori togati supportati da un caporale di campagna, detto comunemente barricello o bar(i)gello, e dalla sua squadra di circa 40 soldati di campagna, di cui una metà a cavallo; in tempi di particolare virulenza del brigantaggio si formavano anche temporanee squadre di campagna soprannumerarie o straordinarie, costituite da un numero di fanti che poteva andare generalmente da un minimo di una ventina a un massimo di una novantina, come per esempio ordinavano un ordine reale del 21 maggio 1679 e un altro del 1682. C’erano poi a Napoli il Tribunale del Gran Almirante per l’amministrazione della giustizia marittima civile e uno militare detto Regia Audizione Generale dell’Esercito, a cui era soggetta anche l’armata di mare e di cui diremo nel corso di questa trattazione.

Al tempo oggetto di questo nostro studio, ossia alla fine del dominio spagnolo, il Regno di Napoli aveva una popolazione di circa due milioni e mezzo d’abitanti e la città di Napoli, che un secolo prima aveva contato 200mila abitanti, ora ne aveva invece circa 350mila, cioè si era all’incirca ritornati al numero di abitanti anteriore alla terribile peste del 1656, la quale aveva fatto in tutto il regno ben 600mila vittime; questa popolazione cittadina era in quei secoli considerata immensa perché pochissime erano le città europee che potevano vantarne un simile numero. Eppure, tanto per dirne una, si fornivano ogni anno alla Spagna all’estero migliaia di nuovi soldati, cifre quindi molto consistenti rispetto al totale della popolazione e che non potevano non incidere negativamente sulla demografia del regno. La ragione della gran prolificità dei napoletani era attribuita dai commentatori del tempo all’abbondanza del cibo, sia terrestre sia marino, dovuta alla feracità dei luoghi, alla minor necessità di legna da ardere, vista la clemenza del clima, e al relativamente poco consumo di vino, data la bontà e purezza dell’acqua potabile; infatti alla grande produzione, anche spontanea, di verdura, frutta e pesce si aggiungeva la disponibilità, altrettanto grande, del grano e dell’olio d’oliva pugliesi, in gran parte riservati appunto alla capitale per evitare che una loro penuria provocasse pericolose sommosse dei suoi turbolenti abitanti; per lo stesso motivo il prezzo del pane era calmierato e tenuto costantemente fisso, anche in tempi di carestia, a 4 grana per ogni 22 once (quindi gr. 596,64, se calcoliamo l’oncia gr. 27,12), essendo una libbra di pane divisibile in 24 once (quindi gr. 650,88), a ciò aggiungendosi che per legge ognuno poteva farsi il pane privatamente; questo prezzo del pane è un parametro da ricordare perché da esso possiamo ricavare con buona approssimazione il costo della vita e il valore di soldi, stipendi, rendite e insomma di una qualsiasi somma del tempo. C’era poi un gran fenomeno di urbanesimo specie nobiliare, non tanto per la gran vita sociale che naturalmente si faceva nella capitale, ma soprattutto perché chi risiedeva ufficialmente a Napoli o sposava una napoletana godeva di sostanziosi benefici fiscali; coloro poi che a Napoli nascevano, i cosiddetti orti (dal lat. orior, nasco), ne godevano ancora di più, tanto da non aver nulla da invidiare ai cives dell’antica Roma. La benevolenza fiscale verso i napoletani era però, come vedremo, di molto vanificata dai pressocché annuali donativi al re che gli spagnoli pretendevano dal regno.

La capitale era inoltre principale meta di un fiorente commercio interno e nel regno si produceva di tutto in abbondanza, quindi frumenti, legumi, frutti d’ogni tipo, carni vaccine, ovine e suine, latticini, vini, miele, spezie, legnami, lane, sete, canapa, cotoni, minerali d’ogni genere, salnitro, corallo ecc. Per esempio rinomati e fiorentissimi centri di produzione di panni di lana erano Pie’ di Monte d’Alife nel Casertano e Cerreto Sannita, le cui pannine di prima sorte (‘di prima qualità’) potevano quasi reggere il confronto con l’importato pregiatissimo panno d’Inghilterra.

La facilità con cui ci si poteva dunque procurare da mangiare aveva educato quel popolo allo scarso interesse per il lavoro - in napoletano non a caso detto fatica – e la possibilità climatica di vivere all’aperto per la maggior parte dell’anno aveva impedito la formazione di una più organizzata attività produttiva al coperto che superasse il semplice artigianato, ossia di un’industria e di una diffusa mentalità industriale come quelle che invece, per opposti motivi, si erano formate e radicate nell’Alta Italia, specie nel Milanese, un difetto questo che purtroppo si può costatare ancora oggi; di conseguenza il lavoro a Napoli mancava, come si legge in una relazione del 1697 scritta dal sabaudo Giovanni Operti, un inviato straordinario alla corte di Napoli al quale dobbiamo gran parte di queste ultime considerazioni:


Da quest’immensità di popolo ne proviene per secondo che, non potendo tutti viver di reddito né tutti di giusta industria o per l’eccessivo numero degli operarii o per la mancanza delle opere, molti si trovano poi astretti a rivolgere il loro studio alle frodi e male arti, nelle quali hanno qualche particolar attitudine, e con ansia perniciosa pensano di tanto meglio riuscire quanto che col favor della moltitudine si lusingano di stare occulti e di poter più lungamente e impunemente durare…


Dunque una inevitabile propensione alla delinquenza che si andava ad aggiungere a quella altrettanto nota e perniciosa ricordata da Livio nel suo Libro VIII, 22 a proposito della popolazione, allora ancora di lingua greca, che abitava le due vicine città di Palepoli e Neapoli (gente lingua magis strenua quam factis).

In realtà tutte le forme d’artigianato di qualità erano a Napoli presenti e lo erano anche la metallurgia bellica e la meccanica delle armi da fuoco; molto importante era poi l’attività delle costruzioni navali e abbondantissima la produzione di corsieri, ossia di cavalli da guerra grandi e potenti, con la presenza in tutto il regno di numerosissime razze (‘allevamenti’), di cui prima era la Real Razza di Puglia, appunto di proprietà reale, ma molto ammirata era anche quella del principe di Bisignano di casa Sanseverino, grossi corsieri che raggiungevano alla spalla i sette palmi napoletani d’altezza, cioè circa m. 1,70, e non a caso lo stemma del regno raffigurava appunto un cavallo bianco; i cavalli del regno si usavano quindi soprattutto per la cavalleria pesante, per il traino di carrozze e d’artiglieria, insomma per tutti quegli usi in cui a quegli animali era richiesta più forza che destrezza; se ne facevano poi importanti regali, come per esempio la sceltissima muta da otto che alla fine del gennaio 1690 il già ricordato viceré conte di San Estévan inviò a Roma in omaggio al cardinale Ottoboni, nipote del pontefice. Oltre a questa dei corsieri, erano produzioni ed esportazioni d’eccellenza del Regno di Napoli anche le artiglierie, specie le colubrine, le galere, i remi di galera e infine, anche se questa ancora più sinistra in verità, polveri piriche, bombe e granate, sia quelle piccole da lancio manuale sia quelle grosse reali che si lanciavano invece con le bocche da fuoco.

Molto fiorente era anche la fabbricazione di carrozze e calessi, veicoli che infatti intasavano le strade della capitale, non amando i napoletani camminare, neanche per brevi tratti, a ciò portati, come scrivevano i cronachisti, sia da una naturale pigrizia sia dal desiderio di ostentazione; infatti le persone benestanti, incluse le prostitute d’alto bordo, usavano non solo muoversi per la città in carrozza, ma anche farsi seguire da un secondo veicolo che portava i loro lacchè, ossia gli armigeri privati. Sterminata era a tal proposito la categoria dei famigli, brulicando le case signorili di camerieri, sguatteri, cuochi, lacchè, giardinieri, facchini, stallieri, cocchieri, segettari (‘portantini’), volanti (‘cursori di carrozza’), e altri ancora, cioè una folla di domestici che, accoppiata alla suddetta abitudine all’ostentazione, consumava inevitabilmente qualsiasi fortuna familiare. Generalizzata e tradizionale era poi la propensione delle donne di condizione plebea alla prostituzione e degli uomini al suo sfruttamento, comodità che era infatti sempre la prima offerta dalla città ai conquistatori stranieri, i quali anche per questo, specie i francesi, e non solo per l’abbondanza del vino e del cibo, qui specie i tedeschi, erano attratti dal mito di Napoli; città zeppa di vizio, ma allo stesso tempo tra le prime al mondo per quanto riguarda gli apparati esteriori del culto religioso e la superstiziosa credulità.

Numerosissimo era anche, per tornare alla giustizia, il personale giudiziario, nella sola Napoli contandosi più di 3mila persone tra avvocati, giudici, cancellieri, portieri, armati e simili, dovendosi ciò all’esser i napoletani anche particolarmente litigiosi e portati - tutti quelli di una qualche condizione - a chieder subito consiglio al loro avvocato per qualsiasi minuzia; poco amavano invece i partenopei il mestiere delle armi, essendo naturalmente mal disposti verso qualsiasi forma d’ordine, subordinazione e ubbidienza, allora come oggi irriguardosi del prossimo se non quando dal formale rispetto calcolavano poter venir loro un utile.

Ricorderemo infine a tal proposito una divertente, ma molto amara barzelletta che si affermò nell’Italia del Seicento, che si può leggere in La piazza universale del Garzoni e che fu riproposta dal Croce (Vite di soldati spagnoli a Napoli). Premesso dunque che la Spagna, non essendo molto popolata, non disponeva di un numero di soldati sufficiente a presidiare tutto il suo vastissimo impero e quindi era costretta talvolta ad arruolare anche uomini fisicamente imperfetti, narrasi che, giunto a Napoli un coscritto spagnolo che aveva la disgrazia di una vistosa gobba sul petto - così quella che spesso si vede nell’iconografia tradizionale della maschera di Pulcinella, costui dunque era uscito di casa per una prima passeggiata in città; lo videro alcuni giovani sfaccendati napoletani, i quali non ressero alla tentazione di canzonarlo per quel suo difetto, anche se evidentemente, trattandosi di un soldato spagnolo, vollero farlo in maniera più garbata del loro solito, e infatti uno di quegli infingardi così motteggiò il soldato: Signor spagnuolo, la valigia si porta di dietro, ma voi la portate invece davanti? E quello, con sussiego tutto iberico, prontamente rispose: Così si usa in paese di ladri. Parole queste con cui il sagace soldato voleva dire che in tal modo una valigia si poteva sorvegliare e difendere meglio dai tanti grassatori che infestavano le strade di Napoli e del regno in generale, di cui non pochi, per esempio, si aggiravano la notte per la città per rapinare chi si attardava a tornare a casa oppure, trasportando una scala di legno sulle spalle, per poter così, allora come oggi, introdursi nelle case dalle finestre e svaligiarle mentre i malcapitati casigliani dormivano, non ostanti i reiterati bandi che questo trasporto di scale vietavano severamente e che punivano con la pena di morte le rapine e i furti, anche minimi, che fossero stati commessi di notte. Una città quindi sempre dedita a demolire sé stessa e, come il conte Ugolino, a divorare i suoi stessi figli; una miopissima e asociale popolazione incapace di costruire alcunché di grande o molto importante senza un’imposizione forestiera e che d’altra parte dal contatto con lo straniero ha sempre cercato non di trar frutto, ma solo un immediato, effimero profitto, comportamento questo controproducente, autolesionista e, come notava il suddetto Operti, causa anch’esso, unitamente alla predetta naturale abbondanza, della quasi totale mancanza di un commercio estero:


non potendo le medesime nazioni (estere) volentieri contrattare in paesi dove le merci siano soggette alla frode o gli uomini siano in opinione di fraudolenti.


Anche quando erano portati all’estero a combattere i regnicoli erano accompagnati da una pessima nomea, come si può evincere, per esempio, da una relazione della battaglia d’Asti del 1615, vinta dai franco-piemontesi di Carlo Emanuele I di Savoia sugli ispano-napoletani del governatore di Milano, Juan de Mendoza marchese de la Hinoyosa, relazione scritta da un anonimo di parte savoiarda e che si conserva tra i manoscritti della Biblioteca dei Gerolamini di Napoli:


In quella battaglia furono ammazzati da (’circa’) 800 napoletani, furbi e mariuoli, che la furbizia è nata in quelle terre….


In effetti il comportamento delle reclute regnicole nei confronti delle popolazioni con cui venivano a contatto non era certo uno dei migliori e a questo proposito torna alla mente la relazione scritta dalla Savoia nel 1589 dal residente veneziano presso la corte sabauda Francesco Vendramin, nella quale si descriveva la rovina e la desolazione in cui versava allora quella regione, martoriata da recenti carestie e pestilenze che avevano fatto ben 130.000 vittime e non solo:


E finalmente, per compimento di tutti i mali, è sopraggiunta la guerra presente, oltre al passaggio di tante genti eretiche (‘franco-svizzere’) che l’hanno attraversata più volte e particolarmente di quei soldati napoletani di Sua Maestà Cattolica che passarono in Fiandra due anni (‘or’) sono, i quali fecero maggior danno a que’ popoli in passando (‘nel passare’) che se fossero stati in paesi di loro proprii nemici…


Questa pessima reputazione, diffusa in Europa in ogni tempo e per ogni dove, era tale purtroppo da nascondere completamente alcuni innegabili pregi del popolo napoletano, quali soprattutto il fervido e incessante giudizio critico verso la legge e l’autorità, la grande coesione all’interno delle famiglie e la generale, anche se interessata, disponibilità a collaborare, se non con la società nel suo complesso, certamente però con il prossimo in generale.

C’erano poi molte istituzioni a favore del benessere popolare e cioè sei ospedali gratuiti,

un ospizio per i poveri, diversi conservatori (‘orfanotrofi’), dove si dava agli orfani un’identità

sociale e s’insegnava loro un mestiere, un ospedale per i neonati abbandonati, otto banchi

pubblici che non solo custodivano il denaro privato gratuitamente, ma prestavano su pegno

a chi avesse bisogno di denaro senza alcun interesse sino alla somma di 12 ducati per pegno;

molto diffusa e lodata era inoltre la pia pratica dell’elemosina, tant’è vero che, allora come oggi,

le strade brulicavano di mendicanti, di cui non pochi erano stranieri che venivano a Napoli

da altri paesi anche lontani, per esempio dalla Francia, perché era risaputo all’estero che a Napoli

l’accattonaggio era molto redditizio, potendosi impunemente esercitare anche con molestia e

tracotanza, e i cronisti del tempo lamentavano a volte l'impossibilità di camminare liberamente

per le vie cittadine senza dover sopportare di esser disturbati continuamente da tanti pitocchi.

Come se non bastassero i mendichi, la città era anche infestata da falsi questuanti e taglieggiatori,

da vagabondi e lazzaroni, da lacché attaccabrighe e da smargiassi (oggi guappi), da ladri e

spadaccini rapinatori. Eppure si trattava allora d'una città potenzialmente ricca d'ogni possibilità di

lavoro sia artigianale che operaio e nella quale non c'era commercio, manifattura o arte meccanica

che non fosse esercitata; pertanto l’argomento della mancanza di lavoro non è credibile e, d’altra

parte, l’Operti apertamente contraddice questa sua tesi laddove parla di una naturale attitudine al

delitto che affliggeva i napoletani, attitudine che però in verità, a leggere anche gli osservatori

stranieri in Sicilia, interessava quasi tutto il Meridione d’Italia e non solo la Terra di Lavoro.

Bisogna infatti anche dire che l’abbondanza di malviventi e malintenzionati non

era un problema che affliggeva solo il Regno di Napoli, perché altrimenti bisognerebbe spiegare

perché la giustizia veneziana si era sempre distinta per il più alto numero di condanne a

mutilazioni che si eseguissero in Italia e quella dello Stato della Chiesa per il più alto numero

di pene capitali, tant’è vero che tanti nel Lazio, in Umbria o nelle Marche, vedendosi perseguiti

dalla legge, magari anche a torto perché con la sola colpa di essere parenti di delinquenti,

passavano il confine con il Regno di Napoli preferendo ridursi tra le montagne dell’Abruzzo

a vivere di volgari grassazioni e rapine, scambiando archibugiate con i birri regnicoli e i

fanti spagnoli, piuttosto che farsi sicuramente afforcare nel loro paese.

Da parte sua il popolo napoletano e regnicolo in genere non amava né gli spagnoli,

a causa dell’asprezza e dell’arroganza con cui abitualmente quelli gli si rivolgevano, né i

francesi a ragione sia della continua propaganda fatta dagli spagnoli occupanti contro i

transalpini sia, gelosamente, della licenza ed eccessiva confidenza con cui questi trattavano

le donne, anche quelle che incontravano per la prima volta; ciò non ostante, essendo in

effetti i predetti motivi di tipo solo formale, esso si era sempre diviso in filo-asburgici

e filo-angioini, essendo quelle le due casate dominanti più importanti con cui nella loro

storia avevano dovuto ricorrentemente fare i conti. Si può poi dire che, poiché nelle

pubbliche manifestazioni dovevano sopportare molto frequentemente le violente e

pericolose piattonate d’alabarda che gli alabardieri svizzeri di lingua tedesca della guardia

del viceré dispensavano senza risparmio alla folla, perché in tal maniera si aprisse o si

allontanasse, i napoletani non amavano nemmeno gli alemanni o todeschi in generale.

Le forze militari che difendevano questo vasto regno erano volutamente alquanto esigue, perché gli spagnoli non avrebbero mai dotato nessun loro possedimento, specie il Regno di Napoli, essendo considerati da loro i suoi abitanti, specie dopo le rivolte del 1547 e del 1647, gente infida e facile alle ribellioni, di un esercito nazionale tanto forte da essere in grado un giorno di rivolgersi contro di loro; perciò la difesa degli stati e dei regni a loro soggetti non era mai affidata a ben addestrate forze autoctone, bensì a pochi presidiari spagnoli, destinati inoltre in verità, come i castelli, più a tenere a freno le popolazioni locali che a opporsi a un eventuale invasore, e soprattutto a estemporanei e improvvisati soccorsi dall’estero da organizzarsi volta per volta all’occorrenza e da trasportarsi velocemente dove necessario con le varie squadre di galere di cui la Spagna disponeva nel Mediterraneo occidentale, in attesa magari di altre, più corpose, da far poi arrivare più lentamente con l’armata dei grandi vascelli oceanici. A ciò si aggiunga che il Regno di Napoli era lontano dai confini francesi e quindi, a differenza della Catalogna, della Fiandra e della stessa Milano, non era come quelle tormentato da frequenti, sanguinose e dispendiose guerre che si combattessero sul suo stesso territorio; esso al tempo del dominio spagnolo era dunque sostanzialmente presidiato da un unico – anche se numeroso - reggimento di fanteria di grande esperienza di quella nazione, il quale era detto tercio fijo de infanteria española od anche terzo antico degli spagnuoli, essendo infatti uno dei più vecchi dell’esercito spagnolo; nel corso dei due secoli della sua esistenza esso fu formato da un numero di fanti che variò nel tempo dai 2mila ai 5mila e di compagnie che andò dalle 20 alle 48, ogni compagnia essendo formata da un numero di soldati che andò comunque, in conformità all’evoluzione tecnico-tattica della guerra, gradualmente decrescendo dai 300 delle origini ai 100 della seconda metà del Seicento, come conferma anche la già citata relazione del residente sabaudo a Napoli Giovanni Operti scritta nel 1697; dovevano essere rigidamente spagnoli, ma il personale non proprio combattente poteva essere anche regnicolo e infatti, per esempio, nel 1682 il tamburo maggiore di questo tercio si chiamava Giacomo di Natale. Questo corpo aveva, come del resto anche avevano tutti gli altri spagnoli civili e militari residenti a Napoli, un proprio ospedale chiamato Ospedale di S. Giacomo, il santo protettore della nazione spagnola, e, in caso di carcerazioni, gli spagnoli avevano diritto a essere rinchiusi in un carcere anch'esso tutto loro e cioè il Carcere di S. Giacomo, carcere di solito guardato da sei dei loro fanti; inoltre un giudice militare particolare, detto auditore del terzo, anch’egli regolarmente di nazionalità spagnola – per esempio nel 1682 si chiamava Pedro Mesones - amministrava la giustizia a questi fanti in una casa per cui la cassa militare pagava regolare pigione.

Non ostanti le molteplici interpretazioni fantasiose e prive di riscontri storici che di questo nome tercio sono sempre state date nel corso del tempo dagli studiosi, persino da un importante trattatista coevo quale fu Sancho de Londoño, perché il reggimento di fanteria spagnola post-rinascimentale si chiamasse così è invece prestissimo detto. Verso la metà del Cinquecento la Spagna volle istituire un formale presidio militare permanente nei suoi possedimenti italiani e cioè nei regni di Napoli e di Sicilia e nel ducato di Milano; divise allora anche amministrativamente in tre parti pressoché uguali (tre ‘terzi’ appunto) il suo grosso colonnello di fanteria portato in Italia originariamente da Consalvo de Córdoba e che, già materialmente e strategicamente suddiviso, stava in guardia di quei possedimenti e ne stabilì ufficialmente uno in ognuno d’essi, ottenendosi così il tercio de Nápoles, il tercio de Sicilia e il tercio de Lombardia. Quest’etimo è spiegato in due parole dall’ambasciatore veneto Girolamo Ramusio nella sua relazione di Napoli del 1597:


La fanteria spagnuola si chiama ‘bisogni’ perché sono inesperti; si dice anco ‘il terzo’, perché è

tripartita in Sicilia, Napoli e Milano (Albéri, Tomo XV, p. 344).


Pur essendo, come poi vedremo, palesemente errata l’interpretazione che questo diplomatico da del termini bisogni, è invece appunto storicamente molto ben tornante e risolutiva la spiegazione di quella di terzo; lo stesso Albéri la fa sua immediatamente:


La Spagna aveva in Italia la sua forza militare divisa in tre grandi compartimenti, il Milanese, il Regno di Napoli e la Sicilia, ognuno de’ quali per ciò stesso si chiamava ‘il Terzo’; e dicevansi ‘il terzo di Milano’, ‘il terzo del Regno’ e ‘il terzo di Sicilia’ (Albéri, Serie II, Vol. V, pag. 358).


La suddetta spiegazione trova anche preciso riscontro nella circostanza che questo nome

tercio non si trova nei documenti anteriori al 1535, anno in cui appunto anche la Lombardia

divenne per ultima un dominio spagnolo; dunque effettivamente, come affermò - qui giustamente

- il Londoño, i terzi nacquero in Italia, anche se poi la loro nuova originale struttura di comando - e

di conseguenza anche il loro ormai già comune nome di tercios - furono estesi a tutti i corpi di

fanteria della monarchia spagnola nel mondo. Questo nuovo nome convenzionale sarà in uso

sino alla fine del Seicento, quando, volendo imporre Filippo V all’esercito spagnolo il più moderno

modello organizzativo francese, si tornerà a quello di reggimento.

Il tercio italiano si distinse dunque ai suoi esordi per non esser più comandato da un capo di colonnello (detto poi per brevità semplicemente colonnello), come lo erano ancora i reggimenti della fanteria spagnola che combattevano o presidiavano altrove in Europa e come continueranno a essere invece i trozos di cavalleria anche in Italia, bensì dal maestre de campo, ufficiale maggiore già importantissimo, ma subordinato al colonnello comandante; i colonnelli-comandanti di fanteria erano stati infatti in Italia presto così sostituiti perché avevano assunto troppo potere e arbitrio nella gestione economica e nella conduzione dei loro reggimenti, soprattutto perché nominavano i loro ufficiali subordinati senza prima richiederne caso per caso la dovuta autorizzazione alla Corte di Madrid e perché gestivano la cassa del reggimento con sfacciato peculato mantenendo un numero di soldati di molto inferiore al dichiarato e di conseguenza truccando le riviste che venivano a passare ai loro corpi i commissari e i pagatori dell’esercito.

Curiosamente in Francia i predetti titoli erano invece usati in maniera inversa, essendosi infatti i comandanti dei reggimenti di cavalleria, eccezion fatta per quelli di mercenari stranieri e per quelli di dragoni, sempre chiamati mêtres-de-camp e i loro secondi majors (da sargents-maiors), mentre, per quanto riguarda la fanteria, verso il 1534 Francesco I aveva conferito la dignità di colonel d’infanterie al premier capitaine d’ogni legione, ma nel 1568, sotto Carlo IX, il nome del comandante di reggimento fu cambiato in mêtre-de-camp, cioè in quello che già si usava nella cavalleria; infine, nel secolo seguente, il re Luigi XIV volle che nella fanteria si ritornasse ai titoli di colonel e di lieutenans-colonels a capo dei reggimenti (de la Chesnaye des Bois). C’è inoltre da notare che il cavalleggero francese, il semplice soldato, si chiamava maître e non soldat come il fante (ib.)

Nel secolo successivo il declino del tercio trascinerà con sé, gradatamente e malinconicamente,

quello dell’intera potenza militare spagnola, crepuscolo che d’altronde si era reso già visibile

sin dalla Guerra dei Trent’anni per motivazioni che così spiegava il Montecuccoli e che ricordano

talune di quelle che tanto tempo prima avevano portato alla fine dell’antica Roma:

Fu la Spagna formidabile al mondo co’ suoi eserciti e per essi la di lei grandezza nell’auge, ma, come in progresso di tempo la stima delle armi e le ricompense declinarono e i premii al merito de’ soldati istituiti in favore di professioni straniere degenerarono, così a mano a mano di tanta monarchia sfiorar videsi la grandezza, solo col rimetter l’arme in credito riacquistabile.


La suddetta fanteria spagnola di Napoli, il cui soldo era pagato dalla cassa militare del regno e non dalla Spagna, era impiegata - né quella d’alcun altra nazione era autorizzata a esserlo, tanto meno quella regnicola - come guarnigione delle piazzeforti e dei maggiori castelli e piazzeforti sia del regno propriamente detto (Napoli, Capua, Gaeta, Baia, Brindisi, Manfredonia, Pescara, l’Aquila ecc.) sia dei Presidi di Toscana, ossia sostanzialmente i luoghi fortificati d’Orbitello (oggi ‘Orbetello’), Talamone, Port’Ercole e Porto Longone, i quali, non ostante la lontananza dai confini del regno, appartenevano alla Corona di Spagna sin dal 1557, essendo stati in precedenza invece della repubblica di Siena, e, poiché situati a metà del Mar Tirreno, era considerati strategicamente molto importanti ai fini del controllo delle rotte marittime, anche se in realtà tale importanza si rivelò più volte essere sopravvalutata. Le compagnie di questo terzo formavano inoltre il nerbo delle spedizioni militari che s’inviavano di tanto in tanto a combattere le bande di fuorusciti e fuorgiudicati (‘banditi, esiliati’) che infestavano gli Abruzzi e fungevano regolarmente da fanteria di marina a bordo delle galere del regno; le loro capitanie non potevano esser date, tranne eccezioni da autorizzarsi, a ufficiali italiani, come proibiva - e probabilmente anche ribadiva - una vecchia istruzione reale del 14 giugno 1626:


Carta: que no se den compañias de infanteria españolas a italianos, pero que, si pareziere justo dispensar con algunos, sele consulte (B.N.N. Ms. XI.A.21).


Le frontiere settentrionali del regno erano difese in Abruzzo da compagnie del suddetto terzo fisso degli spagnuoli, le quali si alternavano al presidio del castello dell’Aquila e degli altri luoghi fortificati di quella provincia, e nel territorio di Fondi da compagnie di dragoni. Nel 1683 un secondo terzo fisso, chiamato terzo nuovo per distinguerlo dal primo, fu formato per dare un impiego a fanterie italiane e iberiche imbarcate su una flotta spagnola che allora sostò diversi mesi nel porto di Baia per necessari raddobbi, ma questo corpo, frutto d’un impossibile connubio di nazionalità, ebbe brevissima vita.

Le milizie del regno più antiche erano però altre e cioè 20 compagnie di cavalleria, poi aumentate a 22, arruolate con criteri ancora strettamente feudali, le quali avevano in origine fatto parte dell’esercito del Gran Capitano Consalvo de Córdoba, ma ora, per loro statuto, potevano essere adunate e impiegate solo per la difesa del regno e non si poteva inviarle a combattere all’estero; si trattava di 16 compagnie di hombres de armas - i quali sin dal 1631 non erano più lancieri, bensì cavalli corazze (‘corazzieri’), ognuna di 60 uomini più ufficiali, inoltre di tre di archibugieri a cavallo e di una di (e)stradioti o crovatti (‘croati’), ossia di lancieri leggeri balcanici. L’armamento dei suddetti cavalli corazze del tempo che stiamo trattando è ben descritto dal Montecuccoli:


I reggimenti di cavalleria sono oggidì armati di mezze corazze, cioè di petto, di schiena e di morione (‘borgognotta’; nap. murrione) con più lame di ferro insieme commesse da dietro e da’ lati, acciocché difendano il collo e le orecchie, e di manopole che coprano la mano sino al gomito. Il petto deve essere a prova del moschetto e le altre pezze (‘pezzi’) a prova della pistola e della sciabla. Portano per offesa pistole e spade lunghe e ferme che feriscono di punta e di taglio e la prima fila può anche aver moschettoni.


In effetti questi corazzieri non portavano dunque più una vera e propria mezza corazza, ossia un intero corsaletto di ferro pesante, come avevano fatto sino a un recente passato, ma solo un petto e schiena. Altrove lo stesso suddetto generale spiegherà meglio che la mezza corazza, se anche solo a botta di pistola, come del resto avrebbe sempre dovuto perlomeno essere, avrebbe reso inutili gli archi che ancora allora usavano largamente in battaglia i turchi e che la celata di questi soldati doveva essere un caschetto con lunghe code posteriori per la protezione del collo, con orecchione per quella delle orecchie e con un ferro dinanzi al naso per la difesa di questo; inoltre chiederà manopole senza le dita di ferro, perché accessori che davano più impaccio che protezione. Per quanto riguarda il moschettone di cui dice il Montecuccoli, esso non è altro che una versione più corta, da cavalleria appunto, del moschetto leggiero e più tardi del fucile della fanteria. In sostanza le armi difensive ancora in uso dovevano, come quelle ormai da tempo dismesse, essere sempre a prova di quelle offensive che generalmente più si potevano trovare di fronte; quindi, il corazziere, petto e borgognotta a prova di moschetto e schiena a prova di pistola; l’ufficiale maggiore e generale, petto a prova di moschetto, ma schiena leggerissima, non a prova di nulla, perché erano quelli tempi in cui gli ufficiali generali – se non quelli maggiori - non avevano ancora preso la salutistica abitudine di starsene nelle retrovie a studiare le carte del campo di battaglia ed era quindi impensabile che un ufficiale potesse in combattimento arretrare la sua posizione – per non dire fuggire - o comunque mettersi in una posizione tale da mostrare la schiena al nemico Non a caso le perdite di ufficiali nelle battaglie era altissima e c’erano state in Europa a volte delle guerre che avevano quasi estinta la nobiltà di una nazione e in tal senso l’esempio senza dubbio più evidente erano state le guerre civili di Francia della seconda metà del Cinquecento.

Perché alla fine del Cinquecento il re Enrico IV di Francia aveva introdotto questi cavalli corazze e qual era la loro tattica? Nel Medioevo, non esistendo ancora la fanteria di linea, bensì solo quella ausiliaria, compito della cavalleria era stato quello di opporsi ad altra cavalleria; ma, col Rinascimento, nacquero le battaglie di fanteria, ossia formazioni compatte di picchieri che, ben organizzate e disposte sul campo, osavano opporsi alla cavalleria medievale e questa, per aver ragione di loro, doveva romperne tale compattezza; infatti, una volta rotte i loro battaglioni, i fanti non erano più in grado di opporre un valido contrasto agli armatissimi ed esperti huomini d’arme a cavallo. Questi, con una tattica inventata dalla cavalleria francese e poi adottata in tutta Europa e cioè lancia in resta e in piccoli gruppi (squadroncelli) di 20/25, si lanciavano dunque a capofitto nelle formazioni di fanteria nemica, caricandole e fendendole con le punte delle loro lance sino a uscirne dalla parte di dietro o anche dai fianchi e lasciandole così disfatte; dopodiché i disordinati fanti nemici diventavano facile preda sia delle cavallerie leggere (lancieri leggeri, archibugieri a cavallo, croato-stratioti ecc.) sia delle fanterie leggere. Ma, per attuare questa tattica occorreva ricca nobiltà a cavallo, cioè gente molto ben armata, montata, equipaggiata, esercitata e soprattutto fedele e coraggiosa, la quale purtroppo a ogni guerra diminuiva vistosamente, sia perché dalle suddette cariche molti non uscivano vivi sia perché erano sempre più numerose le famiglie nobili che, economicamente rovinate dalle distruzioni portate appunto dalle continue guerre, non erano più in grado di far fronte all’onere delle costosissime monture e cavalcature dei loro giovani rampolli mandati a combattere. Durante le sanguinose guerre di Francia della seconda metà del Cinquecento, trovandocisi dunque ormai a corto di giovani nobili votati alla morte, si provò a risolvere il problema volgarizzando gli huomini d’arme, cioè trasformandoli in cavalli leggieri, nella fattispecie in lancieri armati d’armature più grezze e sottili, quindi molto meno costose, e soprattutto montati su cavalcature molto più piccole e comuni dei giganteschi e proibitivi corsieri da sfondamento che usavano gli huomini d’arme; si poté pertanto adibire a questo ruolo molta gente squattrinata non nobile, anzi d’umile origine, quindi priva di quegli ideali di fedeltà e di eroismo che caratterizzavano la nobiltà francese, e il risultato fu di conseguenza pessimo, dedicandosi perlopiù tali genti maggiormente a derubare e a vessare le popolazioni delle campagne, amiche o nemiche che fossero, che a combattere in campo il nemico.

Dopo decenni di tale fallimentare esperienza, si arrivò a Enrico IV, grande condottiero e intenditore di arte della guerra, il quale immaginò (o forse l’idea fu di qualche suo generale) di rompere la fanteria nemica in altra maniera e cioè non più fendendola con le lance, bensì schiacciandola, come sotto rulli compressori, con corpi sodi di cavalleria fatti di centinaia di corazzieri armati di pistola, i quali anch’essi non necessariamente dovevano essere nobili, avevano bisogno di un armamento molto meno sofisticato e di cavalcature modeste. A differenza della precedente, questa innovazione ebbe un gran successo tattico, nascendo dunque così l’arma dei corazzieri, e fu presto imitata in tutta Europa, anche in Inghilterra, dove prenderanno poi anche il nome di ironsides. In affetti non si trattava di una tattica del tutto nuova, in quanto già introdotta nel Quattrocento dalla cavalleria borgognona e presto adottata anche da quella spagnola; solo che allora questi grossi squadroni erano stati formati da lancieri pesanti e non da pistolieri a cavallo come adesso.

Con l’introduzione dei cavalli corazze gli impegni militari feudali della nobiltà del regno, cambiarono alquanto, ma non cessarono per nulla, continuandosi infatti a concedere a titolati il capitanato delle loro compagnie e conservando i baroni (‘feudatari’) l’obbligo teorico di brandire le armi e servire, quando a ciò chiamati, a difesa del regno con le loro persone e con qualche uomo a cavallo in numero variabile, cioè dipendente dall’estimo del loro feudo, ma in realtà quest’obbligo era ormai per consuetudine soddisfatto col pagamento di un balzello di guerra straordinario.

Nel Cinquecento c’era stata a Napoli pure una compagnia di balestrieri a cavallo, medievali antesignani degli scoppietteri e degli archibugieri a cavallo, questi ultimi poi detti dragoni, ma, a seguito dei rapporti negativi che allora giungevano a Madrid e che questo corpo descrivevano come del tutto obsoleto, disutile e inoltre così carente in armi e cavalli che non lo si passava mai in rivista, con ordine reale dell’8 agosto 1575 se ne era decretata l’abolizione e la riforma dei suoi 31 soldati, trattenendosi in servizio il solo capitano (que el capitán de vallestreros se podrà excusar consumiendo esta compañia por no ser necessaria).

Per quanto riguarda i corpi di guardia reale, bisogna distinguere quelli di semplice (avan)guardia vicereale da quelli di guardia del corpo, questi così detti perché facevano la guardia solo al corpo dei sovrani, non avendo la loro superiore anima bisogno d’essere guardata, ma al massimo solo ben assistita da consiglieri spirituali. Il viceré di Napoli disponeva dunque per avanguardia vicereale di una compagnia di lancieri pesanti borgognoni (‘valloni), la quale nel 1690 fu abolita e sostituta da due di cavalli corazze, ognuna di circa 100 soldati più ufficiali, dove di conseguenza in tal maniera una poteva fungere da (avan)guardia e una da (retro)guardia; a queste però negli ultimi anni ne furono preferite due di dragoni, mentre alla fine del Cinquecento aveva avuto per avanguardia anche degli archibugieri a cavallo. I suddetti lancieri erano tali due volte, perché, oltre a esser armati di lancia, tutti quelli che in altre compagnie sarebbero stati soldati semplici lì avevano invece l’antico grado di lance spezzate, ossia in teoria di aiutanti del capitano, ma in pratica si trattava di vice-caporali.

Con le funzioni ufficiali di guardia del corpo aveva il viceré una compagnia di 100 gentiluomini o cavalieri montati su bellissimi cavalli, i quali erano metà spagnoli e metà italiani (nel 1681 però, come vedremo, ridotti a 50), in parte pagati direttamente dal re di Spagna, e si chiamavano familiari di palazzo o continui, nome quest’ultimo che derivava appunto dalla continuità del loro servizio, cioè sia che si fosse in tempo di guerra sia di pace senza alcuna interruzione, prerogativa però d’altri tempi, medievale, perché ora tutti i corpi di palazzo servivano in continuità; ma, a prescindere dal loro numero effettivo, sempre di molto inferiore a quello ufficiale, questo loro servizio di guardia era più onorario che altro e infatti li troviamo menzionati solo nei libri-paga, praticamente mai nei giornali o negli avvisi ufficiali del regno laddove si descrivono cavalcate o altre manifestazioni pubbliche. Nel 1674 i continui a carico del re erano venti e prendevano 200 ducati l’anno cadauno. L’effettiva custodia della persona del viceré era invece affidata a una compagnia di 72 fanti alabardieri mercenari (una volta un centinaio) detta guardia alemanna, ma non si trattava d’austriaci o di tedeschi, come il nome farebbe pensare, bensì di svizzeri di lingua tedesca, presenza questa comune a molte corti europee, perché l’alabarda era arma considerata molto adatta alle mischie di guerra e quindi anche a respingere le calche popolari; detta compagnia era sempre comandata da un nobile capitano italiano o spagnolo, spesso da un parente dello stesso viceré, e spagnolo era perlopiù anche il suo luogotenente; il soldo complessivo pagato a questa compagnia, ufficiali inclusi, per il mese di giugno 1670 fu di ducati 327 e grana 8 (A.S.N. Tes. An. Fs. 354), mentre il totale per il periodo dicembre 1681 – giugno 1682 (dunque mesi 7) saranno ducati 2.474. 3. 15, il che significa che, a distanza di 12 anni, il soldo di base non era cambiato (ib. ma fs. 352).

Oltre alle milizie ordinarie il regno disponeva sin dal 1563, cioè da quando l’aveva dapprima costituita il viceré Parafan de Rivera duca del Alcalá (1559-1571) e poi, nel 1580, riordinata il viceré Juan de Zuñiga principe di Pietra Perzia (1579-1582), di una milizia territoriale di fanteria detta il Battaglione, la quale, esistendo in realtà con diversi nomi in tutti i maggiori stati e regni italiani (sargentie in Sicilia, bande, cernide e milizie forensi o paesane nell’Italia settentrionale, il Battaglione anche a Malta, ecc.), era stata formata sul modello di una simile istituita in Spagna solo qualche anno prima principalmente per difendere i territori costieri dalle incursioni dei turco-barbareschi; non si trattava di un arruolamento, bensì di un'elezione e ogni sette anni si eleggevano appunto a tal incarico cinque fanti ogni 100 fuochi, ossia uno ogni cento famiglie, essendo il fuoco o nucleo familiare valutato mediamente di cinque persone. Il numero delle compagnie da formare, ognuna delle quali, in osservanza alle norme tattiche di quei tempi, doveva essere costituita da 300 fanti, cioè 200 archibugieri e 100 picchieri, non era stato originalmente prescritto, ma nel 1615, anno in cui questa milizia fu riordinata dal viceré Pedro Fernando de Castro conte di Lemos (1610-1616), esse era fissato in 74; nel 1687 il viceré Gaspar de Haro marchese del Carpio le aumentò a 112, riducendone però la forza a 230 uomini ciascuna e ciò non in osservanza a più moderne formulazioni tattiche, come si potrebbe pensare, bensì per ridurne la dispersione in territori troppo ampi, il che ne aveva sino allora reso difficile il governo e le periodiche adunate; quindi da allora in poi ogni compagnia avrebbe dovuto contare solo 20 moschettieri, 50 picchieri (10 di cui armati anche difensivamente di corsaletto) e 180 archibugieri.

Allo stesso suddetto scopo difensivo dei territori costieri c’era poi anche una cavalleria leggera appunto territoriale, nota vulgo come la Sacchetta, la quale era stata fondata dal viceré Antonio Perrenot cardinale di Granvelle (1571-1575) e stabilita dapprima in 1.200 uomini nelle sole province di Terra d’Otranto e Terra di Bari, eleggendosi un cavalleggero ogni 100 fuochi; poi presto, nel 1577, il viceré Yñigo Lopez de Mendoza Hurtado marchese di Mondejar (1575-1579) la portò a 3mila uomini, forza che fu poi confermata, ma variata nel numero delle compagnie, nel 1614 dal suddetto conte di Lemos, suddividendosi quindi in compagnie di 50 o di 100 uomini allora in maggior parte lancieri leggeri e in minore archibugieri.

In seguito alla guerra per la ribellione di Messina (1674-1678), temendosi un possibile contagio di quell’episodio sul continente, per non mettere troppe armi in mano alla popolazione la descrizione di miliziani del Battaglione fu nel 1678 diminuita per quella volta di ben cinque volte e così per ogni 100 fuochi si descrisse un solo fante. Verso il 1680 il Battaglione contava circa 17mila fanti e la Sacchetta circa 3.500 cavalleggeri armati però ora – si diceva - di carabina, ma in effetti si trattava di quello che poi anche in Italia sarà chiamato moschettone, arma non rigata e quindi molto più economica, suddivisi in compagnie da 50 uomini, nel 1692 invece rispettivamente circa 20mila e 4mila; alla fine del Seicento i fanti erano 22mila divisi in 120 compagnie.

Questi miliziani erano teoricamente obbligati a periodiche riviste, ma in realtà erano chiamati a raccolta ed eventualmente anche in servizio effettivo solo in caso di necessità; essi non godevano di soldo fisso, bensì d'importanti indennità ed esenzioni fiscali elargite dalle loro stesse Università (comuni); quando però erano chiamati a prestare un servizio attivo ricevevano una piccola paga solo per quel numero di giorni in cui si chiedeva loro di servire I loro statuti ne proibivano l’impiego all’estero, ma questa proibizione restò spesso lettera morta. In ogni provincia del regno c'era un sargente maggiore preposto alle predette milizie territoriali; egli provvedeva alla loro convocazione a scadenze fisse per passarle in rassegna e farle esercitare nel maneggio delle armi e nelle manovre ed evoluzioni sul campo. Il rinnovo dell'elezione di questi miliziani avvenne poi ogni otto anni e quindi per un tal periodo erano obbligati a tenersi a disposizione.

I predetti due nomi con cui erano popolarmente conosciute queste milizie, le quali saranno abolite da Carlo di Borbone nel 1743, nascevano dall’esser nella prima metà del Cinquecento la fanteria di un esercito generalmente disposta in campo in un'unica grossa formazione a imitazione di quella svizzera, allora quasi sempre vincente, cioè appunto in un solo grande battaglione, e all’esser i miliziani di quella cavalleria dotati di una sacca da sella per i loro effetti personali detta appunto sacchetta.

Poiché sia il Battaglione sia la Sacchetta erano per statuto ambedue corpi che, proprio come i suddetti uomini d’arme, si dovevano adunare e impiegare solo per la difesa nazionale e non si poteva quindi inviarli a combattere all’estero, gli abitanti del regno erano inoltre chiamati regolarmente alle armi per la formazione di tercios di fanteria e compagnie di cavalleria ordinarie e regolari da mandarsi in paesi stranieri, perlopiù nell’Italia Settentrionale, in Catalogna, in Fiandra e talvolta anche in America, a combattere le guerre che la Spagna conduceva ricorrentemente contro le altre grandi potenze europee; inoltre bisogna tener presente che di fanterie napoletane fisse erano guarnite sia le galere dei particolari (‘privati’) genovesi dei d’Oria duchi di Tursi sia l’armata di mare spagnola del Mar Oceano sia, periodicamente, anche la Catalogna. Bisogna chiarire che non era affatto facile arruolare nel Regno di Napoli, perché i suoi abitanti, naturalmente restii all’ordine e alla disciplina, non amavano il servizio militare, al contrario di svizzeri e tedeschi che lo consideravano invece un mestiere come un altro e il mercenariato un’ottima opportunità di guadagno; non a caso i cimeli e i ricordi della Napoli militare sono sempre stati rarissimi e sconosciuti ai più. Pertanto, per quanto riguarda la fanteria, si ricorreva regolarmente all'arruolamento forzato di vagabondi e mendicanti e di miliziani del Battaglione, a quello di pena alternativa per condannati a lunghe reclusioni, a quello che, come vedremo, prometteva in cambio una buona somma di denaro e infine a quello di veri e propri ragazzi, per cui con una recente cedola reale si era dovuto ribadire che era vietato assoldare minori di quattordici anni. I coscritti di cavalleria erano invece giuoco forza persone più civili e qualificate, se non addirittura nobili, o di già acquisita esperienza militare.

I comandi dei nuovi corpi erano sempre affidati agli stessi ufficiali maggiori regnicoli a cui era stato conferito l’incarico di arruolarli e mai a spagnoli.

Un tercio di napolitani, cioè di regnicoli, era sin dal Cinquecento imbarcato in permanenza sull’armata oceanica spagnola e da fanteria di marina napoletana era pure tradizionalmente guarnita la squadra dei particolari genovesi dei d’Oria, prima principi di Melfi e in seguito, già da Carlo, secondogenito del principe Gian Andrea d’Oria (1539-1606), duchi di Tursi, feudo della Basilicata che gli spagnoli dicevano Tursis. Questi corpi napoletani all’estero ricevevano le nuove reclute di rimpiazzo e spesso anche il soldo e i rifornimenti dal Regno di Napoli, considerato dalla Spagna il più ricco dei suoi possedimenti e quindi continuamente molto spremuto da quella Corona a titolo di contribuzioni di guerra e altre imposizioni e in aggiunta alle rimesse, ufficialmente spontanee, che esso faceva ai sovrani a titolo di puro regalo; secondo un anonimo relatore che scriveva per Carlo VI d’Austria, solo queste ultime ammontavano a ben 118 milioni di ducati per quanto riguardava unicamente il periodo che andava dal regno di Filippo II a quello di Filippo IV.

Oltre alle predette cavallerie ordinarie e territoriali, si arruolavano ogni tanto compagnie di cavalleria straordinaria, le quali perlopiù s’inviavano all’estero perché andassero a servire nei vari teatri di guerra; invece dal 1675, troviamo infatti compagnie di cavalli corazze di stanza in permanenza a Napoli col nome di cavalleria di nuova leva; inoltre dal 1701, essendo l’Austria divenuta inopinatamente una pericolosa nemica, numerosi terzi spagnoli, detti perlopiù provinciali perché andavano a servire nelle province della corona, e alcuni reggimenti francesi cominciarono a esser inviati nel Regno di Napoli per aumentarne le difese e opporsi all’incombente invasione; ma questa è storia che leggeremo nelle stesse Cronache che seguono.


Continue reading this ebook at Smashwords.
Download this book for your ebook reader.
(Pages 1-35 show above.)