Di loro si parla, loro non parlano
Adolescenti in Sicilia
Published by Demopolis Publishing Press at Smashwords
Copyright 2009-2010 Istituto Nazionale di Ricerche Demopolis
Ricerca diretta e coordinata da
Pietro Vento
con la collaborazione di
Giusy Montalbano e M.Sabrina Titone
supervisione scientifica e cura del volume di
M.E. Tabacchi
hanno contribuito
Rino Cavasino e Francesca Falconi
I testi di analisi e commento contenuti
in questa pubblicazione traggono spunto dai risultati dell’indagine sugli adolescenti in Sicilia, realizzata dall’Istituto Demopolis con la collaborazione di Telefono Azzurro e del quotidiano La Sicilia.
Progetto grafico e copertina
cblue.org
Nota metodologica
L’indagine sugli adolescenti in Sicilia, diretta e coordinata da Pietro Vento (con la collaborazione di Giusy Montalbano e Maria Sabrina Titone), è stata realizzata dall’Istituto Nazionale di Ricerche DEMOPOLIS, specializzato nell’analisi dell’opinione pubblica, nelle indagini demoscopiche, nella comunicazione strategica e negli studi politici, sociali e istituzionali.
La rilevazione demoscopica è stata condotta dal 2 aprile al 10 luglio 2007, con metodologie CATI e CAPI, in collaborazione con il quotidiano La Sicilia, su un campione regionale di 1.008 intervistati, rappresentativo dell’universo degli adolescenti siciliani di età compresa tra i 13 ed i 19 anni, stratificato – proporzionalmente all’universo di riferimento – per sesso, area di residenza e fasce di età (13-15 e 16-19 anni).
Supervisione scientifica della rilevazione demoscopica di M.E. Tabacchi.
Le tavole sinottiche dei risultati della ricerca sono disponibili sul sito Internet www.demopolis.it
Di loro si parla, loro non parlano
Adolescenti in Sicilia
di Pietro Vento
Di loro si parla, loro non parlano. È una generazione silenziosa quella degli adolescenti siciliani. Hanno tra i 13 ed i 19 anni: di loro, al di là degli episodi di cronaca, si conosce poco; se ne ignorano spesso le esigenze reali, le dinamiche affettive, i modelli comportamentali, i bisogni primari.
Un’età in bilico, incerta e vulnerabile, quella che emerge dalla ricerca dell’Istituto Demopolis sui ragazzi siciliani. Una generazione poco ascoltata, che parla sempre meno all’interno del nucleo familiare e che sta riscrivendo l’alfabeto stesso della comunicazione: il telefono cellulare è l’unico oggetto del quale non farebbe mai a meno, Internet è imprescindibile per comunicare in chat, ma anche per studiare.
Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato i modi stessi di relazionarsi tra gli adolescenti: la Rete ed il gruppo dei coetanei acquistano un ruolo sempre più rilevante nei processi di socializzazione, affiancando o addirittura sostituendo le agenzie formative tradizionali.
Parlano poco con gli adulti, gli adolescenti siciliani. Sembra quasi di cogliere una sorta di rinuncia ad avanzare le loro istanze, i loro bisogni.
In molti sono figli unici. Nella loro percezione, sembra essere l’appartenenza familiare a poter delineare le prospettive, a influenzare le chances di vita, le reali opzioni di scelta per il futuro. Per il 66% è oggi impossibile riuscire nella vita senza appoggi e conoscenze.
L’indagine delinea lo scenario di un’adolescenza con valori privati forti (l’amore, l’amicizia, la famiglia), ma senza fiducia; una generazione con un culto ossessivo del corpo, molto attenta ai fattori estetici, che avverte un bisogno estremo di riconoscimento e di accettazione all’interno del gruppo.
I 1.000 adolescenti, intervistati dall’Istituto Nazionale di Ricerche Demopolis, hanno raccontato la loro quotidianità, i loro timori, la loro visione del mondo, della vita, del futuro.
Credono nella famiglia (72%), nelle amicizie (65%), nell’amore (63%), soprattutto le ragazze. Vivono la politica con disinteresse, con fastidio quasi.
Pur disponendo, in media, di non più di 100-150 euro al mese, amano fare shopping ed avvertono un desiderio esasperato di tecnologia, per poter comunicare in ogni istante, anche quando non c’è nulla da dire: possiedono tutti il telefono cellulare, due terzi usano il computer e un lettore musicale; quasi la metà si collega tutti i giorni ad Internet.
Il tempo in casa si trascorre dinanzi al PC (58%), con la TV spesso accesa e la musica a far da sottofondo. Leggono pochissimo: meno del 40% ha letto più di un libro nell’ultimo anno. Uno su tre non ne ha letto nessuno, percentuale che sale al 43% tra i maschi.
Quasi la metà degli intervistati trascorre meno di due ore al giorno con il padre o la madre, con i quali si parla prevalentemente della scuola (82%), molto meno dei problemi personali (12%) o sentimentali (6%) dei ragazzi. Non conoscono molto, i genitori siciliani, della vita dei figli. Non sanno – affermano i ragazzi – “se ho già avuto rapporti sessuali” (88%), “se ho mai fatto uso di droghe leggere” (79%), “se faccio consumo di alcolici la sera” (74%), “se ho il ragazzo/a” (62%). Conoscono solo, per lo più, “gli amici che frequento e il mio effettivo rendimento scolastico”.
Non di rado si sentono soli gli adolescenti, spesso (18%) o qualche volta (59%). Raccontano, con disagio e preoccupazione, di aver assistito ad episodi di bullismo (61%) nelle scuole o nell’ambiente che frequentano. Se dovessero subire delle prepotenze, preferirebbero difendersi da soli (78%), senza parlarne con nessuno.
Fuori casa, i ragazzi, trascorrono il tempo libero in giro, per strada, in piazza (66%), al pub o in pizzeria (43%), praticando un’attività sportiva o in discoteca. Solo il 4% frequenta la parrocchia, il 3% un gruppo o un’associazione di volontariato. Ci si ritrova, sempre più, soltanto per il gusto di stare insieme. Amici e compagni di scuola sono ritenuti, dal 68% del campione, gli interlocutori privilegiati ai quali rivelare un segreto o parlare di un problema. Solo il 37% si confida anche con la madre, meno di uno su cinque con il padre.
Il gruppo dei coetanei ha un ruolo fondamentale nella vita quotidiana, nelle scelte, nei comportamenti. Ciò che meno sopportano gli adolescenti è l’essere presi in giro dagli altri ragazzi (48%) o il sentirsi esclusi dal gruppo(46%). Vestire alla moda (45%) ed essere belli (31%), oltre che avere soldi, fare cose spericolate ed essere magri, è ciò che – secondo gli adolescenti siciliani, senza distinzione di sesso o di età - si deve fare per essere maggiormente apprezzati e considerati all’interno del gruppo.






Tempo libero: vince il disimpegno
Svago solitario e voglia di gruppo
di Giusy Montalbano
Ampia fruizione delle nuove tecnologie nel tempo libero e voglia di riconoscimento all’interno del gruppo: è ciò che emerge, fra l’altro, dall’indagine dell’Istituto Demòpolis sugli adolescenti siciliani, sempre più attratti dalla rete di amici, tra orientamenti comuni e identità di intenti, per nascondere una solitudine spesso non colmata neanche dai rapporti familiari.
L’avvento del PC e di Internet ha modificato in misura notevole, negli ultimi anni, le abitudini quotidiane dei ragazzi tra le mura domestiche (il 58% dichiara di passare il proprio tempo libero davanti il computer o navigando in Rete), senza sostituire tuttavia la TV quale mezzo di intrattenimento. Il 37% utilizza la radio o l’IPod per l’ascolto della musica, uno su cinque si lascia invece “catturare” dai videogame di ultima generazione.
Oltre tre quarti dei ragazzi intervistati, di fatto, ammette di “soffrire” di solitudine, qualche volta (59%) o spesso (18%).
Sempre più centrali appaiono, in questa fase di passaggio chiamata adolescenza, le relazioni con i coetanei e l’appartenenza ad un gruppo. Quasi la totalità del campione intervistato dichiara di frequentare regolarmente degli amici i quali si rivelano anche, per il 68%, i più fidati interlocutori con cui poter parlare liberamente e senza tabù. Solo il 37% degli adolescenti (soprattutto i più piccoli) preferisce confidarsi con la mamma, mentre con il papà o i fratelli si tende ad entrare meno in confidenza.
I due terzi dei ragazzi siciliani condivide con gli amici il tempo libero in giro, per strada o in piazza, confermando l’importanza dello “stare insieme” anche senza praticare nessuna attività specifica. Assidui luoghi di ritrovo anche i pub e i bar (34%), le strutture sportive (34%) e le discoteche (21%). Marginali risultano invece la partecipazione alle associazioni di volontariato (soltanto il 3% delle citazioni) e alle attività parrocchiali (4%). Tutto sembra confermare il ruolo cruciale della rete amicale dove i ragazzi, nel bene e nel male, sviluppano i propri orientamenti e valori.
Ma nello specifico, quali sono gli elementi per emergere e far parte del gruppo? Gli adolescenti rispondono, nell’ordine, vestire alla moda (45%), essere belli (31%) e avere molti soldi (18%). Sono queste, nella loro percezione, le “qualità” essenziali per essere apprezzati dal gruppo di amici. Tali valori appaiono condivisi trasversalmente, senza distinzione di sesso o di età, salvo una più accentuata adesione agli aspetti estetici da parte dei ragazzi più piccoli.
Di particolare interesse risultano i comportamenti all’interno del gruppo (recentemente portati alla ribalta dalla cronaca): il 61% degli intervistati (il dato aumenta al 64% tra i maschi e tra i ragazzi più grandi) afferma di aver assistito ad episodi di bullismo, spesso all’interno degli edifici scolastici frequentati. Il fenomeno, agli occhi dei ragazzi, appare rilevante, ma l’aspetto più significativo riguarda il modo di reagire davanti a questi episodi: la scelta dell’autodifesa o, al massimo, la confidenza ad un amico.
All’atto pratico, il 78% (l’86% dei maschi) afferma che se la situazione riguardasse loro stessi, la cosa migliore sarebbe difendersi da soli. Soltanto il 9% ne parlerebbe con un amico e il 4% subirebbe le prepotenze se non eccessive. Meno di un adolescente su dieci, quindi, si rivolgerebbe ad un adulto (7% genitori, 2% insegnanti).




Alta fruizione dei beni tecnologici
Una generazione “in Rete”
di Giusy Montalbano
Disinteressati alla politica, tradizionali nei valori e bulimici nella corsa all’ultimo bene tecnologico, per i ragazzi siciliani tra i 12 ed i 19 anni le nuove tecnologie rappresentano i nuovi mezzi per lo svago, l’informazione e la socializzazione.
Che i giovani siano, in genere, più abili nell’utilizzo dei nuovi media è un dato ormai assodato; la novità sta nei cambiamenti che le nuove tecnologie stanno apportando al modo di vivere dei ragazzi, cioè nello studio, nello svago ed il tempo libero, nei consumi, nelle relazioni sociali e nel modo di comunicare.
I dati della ricerca mostrano che i due terzi dell’universo giovanile intervistato utilizzano frequentemente il PC e, tra gli utenti, il 71% si dichiara assiduo fruitore della rete Internet. L’abilità e l’assiduità nell’uso degli strumenti tecnologici segna, spesso, un nuovo modo di utilizzare il tempo libero: dall’accesso ai media all’intrattenimento, fino alla sfera comunicativo-relazionale.
Abili internauti (oltre i due terzi del campione) e abituali utenti del computer (67%), i ragazzi siciliani tuttavia preferiscono la classica telefonata pomeridiana all’amico o lo scambio di sms alla chat via Internet, posizionando in cima all’uso di strumenti high tech – il 91% dichiara di possederne almeno uno – il “personalissimo” telefono cellulare; seguono il possesso di IPod e lettori musicali (52%) e quello dei videotelefoni (21%). Le percentuali di utilizzo della Rete risultano leggermente più alte tra i maschi (74%) e tra i ragazzi più grandi (76%). Tutti pazzi per il pc, dunque, ma cosa cercano i nostri adolescenti nell’universo di Internet?
Le attività più praticate online dagli internauti allontanano i ragazzi dallo stereotipo del “soggetto passivo” della sempre più eterogenea galassia dell’informatica, ponendoli maggiormente protagonisti attivi nella produzione, nello scambio e nella condivisione dei contenuti in Rete.
Il 74% degli adolescenti intervistati dichiara di collegarsi ad Internet per il download di musica, film, giochi o video, ponendo il file sharing come nuovo modo di condivisione tra pari, gratuito e “senza responsabilità”.
Sul web si cercano anche informazioni e materiale per lo studio (71%) accanto all’utilizzo abituale per inviare o ricevere e-mail (55%). Oltre alla comunicazione tramite posta elettronica, gli adolescenti internauti appaiono assidui frequentatori delle chat (64%) e sempre più interessati alla partecipazione a blog e forum online (34%).
Internet viene poi usato dai ragazzi per giocare con i videogame online (42%) e per informarsi sull’attualità (32%). Proprio questo ultimo aspetto risulta molto significativo - oltre che in netta crescita - rispetto al silenzioso abbandono, da parte dei ragazzi, della lettura e dell’informazione attraverso i tradizionali mezzi di stampa cartacei.
«Io e i miei la pensiamo diversamente»
Il dialogo con gli adulti
di Maria Sabrina Titone
Hanno belle pettinature, stessi abiti, stesse scarpe. “Se rispondo a tutto giusto, che vinco?”, rompe il ghiaccio uno di loro, e gli altri ridono di gusto. Sono diretti, gli adolescenti di oggi. Si raccontano lontani dal mondo degli adulti, che di loro sostiene di sapere tutto o quasi; e invece…
È come se nascondessero un segreto collettivo: sono misteriosi e risoluti. Sbrigativi e perentori. Non sciocchi, per nulla sciocchi. Hanno la fierezza dei membri di una società segreta: giovani carbonari con qualcosa da nascondere. Parlano una lingua tutta loro, che forse a nessuno interessa, né alla società dei grandi, né alla politica; forse solo al mercato che li studia per congegnare nuovi prodotti e giovani tendenze.
E sembrano arrabbiati. Ma con chi? Con il mondo? Con gli adulti? Degli adulti non sembrano fidarsi. Se hanno un problema, quasi 7 ragazzi su 10, intervistati dall’Istituto Demopolis, ne parlano con un coetaneo, amico o compagno di scuola. Con la mamma, solo una percentuale marginale (appena il 37%). E pensare che il mondo adulto all’85% sostiene siano le mamme i confidenti per eccellenza. A detta dei ragazzi, così non è.
“Se racconto le mie cose, mia madre mi parla addosso e mi fa le paranoie. Pare sia sempre colpa mia. E io non le racconto più niente. Campiamo più tranquilli tutti e due”. “Confidente, mio padre? Ma neanche a parlarne”. Ed infatti, innanzi ad un problema, solo il 19% si rivolgerebbe a papà.
Con i genitori, la maggioranza dei ragazzi trascorre un tempo inferiore alle due ore (44%); meno del 40% riesce a trascorrere fra le 2 e le 4 ore in famiglia, una residua (fortunata?) minoranza anche più di 4 ore (19%). Con i genitori per lo più si chiacchiera della scuola o di faccende familiari, o si guarda la tv. Ma è abbastanza il tempo trascorso in famiglia?
“Pure troppo”, sostiene qualcuno (poco più del 7%). Con mamma e papà litigano, come è normale accada. La ragione principale? “Sarà la differenza d’età. Ma la pensiamo troppo diversamente”, sostiene una sedicenne cercando, con occhi da furetto, il consenso degli altri, subito accordato.
Nulla di nuovo sotto la luce del sole: i confronti generazionali si sono sempre sviluppati all’insegna della diversità d’opinioni.
“E poi non ascoltano. Lo so che hanno troppi casini con il lavoro, i soldi… Ma proprio non ascoltano”.
Qualunque sia la ragione, di certo c’è che, al netto di rendimento scolastico e compagnie, in famiglia si sa ben poco della vita dei ragazzi, molto meno di quanto i genitori sostengano di sapere.
“Se ho già avuto rapporti sessuali? Ma figurati se i miei ne sanno qualcosa. Neanche a parlarne”, è la sentenza dell’88% dei ragazzi intervistati (mentre è il 65% dei genitori a dichiararsi ignaro). Nelle dichiarazioni dei ragazzi, del loro eventuale uso di droghe leggere non sarebbe informato il 79% dei genitori; nell’indagine svolta fra gli adulti, è il 42% a dichiararsi all’oscuro. “Certo che bevo qualcosa quando sono in giro con gli amici – risponde francamente uno di loro –. Cose leggere, nulla di preoccupante. Ma ai miei non lo dico. Chissà cosa andrebbero a pensare”.
Del loro possibile consumo di alcolici, infatti, il 74% dei ragazzi tiene all’oscuro gli adulti (in materia, sono invece poco più di 3 genitori su 10 a dirsi ignari).
Ma forse, anche in questo gli adolescenti d’oggi non sono molto diversi dai coetanei d’altri tempi. Dove sta, allora, il mistero di questi ragazzi?
Ammettono di sentirsi soli: qualche volta il 59%, spesso il 18%. E forse, anche per scongiurare la solitudine, scommettono tutto sul rapporto con il gruppo, perno delle loro azioni e motore preponderante delle loro scelte. Sono proprio le conflittualità con i loro pari la ragione massima delle insofferenze dei giovani.
“Cosa non sopporto? Essere preso in giro e sentirmi escluso dal gruppo” è la risposta preponderante. Le proibizioni degli adulti, nella percezione dei ragazzi, sono meno fastidiose dell’esclusione. L’apprezzamento del gruppo è missione prioritaria. Come si ottiene? “Vestendo alla moda e avendo parecchi soldi da spendere”, sentenzia la maggioranza. “Bisogna essere belli”, suggerisce una di loro; d’accordo molti altri.
Delle possibili insidie del giro che frequentano sembrano curarsi poco. Oltre 6 ragazzi su 10 ammettono che il “bullismo” esista nel loro ambiente. E, forse, anche per mantenere alto l’apprezzamento dei pari, il 78% si dichiara pronto a difendersi da solo. E solo una sparuta minoranza è fiorata dal dubbio di poter informare gli adulti, genitori o insegnanti.



Telefono Azzurro di fronte al fenomeno bullismo
Prevenire ascoltando il disagio
di Ernesto Caffo*
Ogni giorno la cronaca affronta, nelle sue molteplici manifestazioni, il delicato tema del bullismo.
Uno dei luoghi in cui più frequentemente emerge questo tipo di disagio, sempre più diffuso, è costituito dalle aule scolastiche: l’agire prepotente nei confronti dei compagni origina una situazione in cui i vari soggetti coinvolti sviluppano vissuti emotivi diversi in relazione al ruolo rivestito. Protagonisti del fenomeno sono: da un lato i bulli che, ripetutamente nel tempo, sfruttano una posizione di superiorità per aggredire, derubare, isolare, insultare o deridere un compagno. Dall’altro, la vittima che, senza essere in grado di reagire e di ribellarsi, sperimenta una condizione di profonda sofferenza, di grave svalutazione delle propria identità, di crudele emarginazione: se non protetta opportunamente, può chiudersi in se stessa e cedere allo sconforto della solitudine e dell’impotenza.
Al contrario di quanto si possa comunemente pensare, bulli e vittime non sono gli unici protagonisti degli episodi di prepotenza, in quanto un ruolo fondamentale è giocato dagli “esterni”, cioè i compagni che quotidianamente assistono a tali situazioni o sono a conoscenza del loro verificarsi. Nella maggior parte dei casi, i coetanei osservatori non sono consapevoli del valore del loro atteggiamento di fronte a bulli e vittime e non si considerano parte attiva nella dinamica relazionale. La prevenzione non è affatto un luogo comune nel caso del bullismo che si manifesta attraverso una serie di campanelli d’allarme. Se non individuate per tempo, le difficoltà legate al bullismo possono accrescersi, compromettendo lo sviluppo e l’integrazione sociale dei ragazzi.
La famiglia, il mondo della scuola e degli amici possono costituire, in questo senso, una risorsa preziosa. La prevenzione è dunque possibile, a condizione che esista un sistema (familiare e sociale) attento ai segnali del disagio, ma anche capace di dedicare maggiori risorse alla prevenzione, sensibilizzando e formando genitori e insegnanti ad una precoce presa in carico e ad un efficace intervento in situazioni di bullismo.
Spunto di riflessione sono le numerose telefonate che quotidianamente giungono alle linee di Telefono Azzurro, che testimoniano, anche in Sicilia, la rilevanza del fenomeno e la sofferenza degli adolescenti coinvolti.
*L’autore è fondatore e presidente di Telefono Azzurro

Si fidano solo di chiesa e forze dell’ordine
Una generazione senza fiducia
di Pietro Vento
Si fidano poco delle istituzioni, gli adolescenti siciliani. È una generazione che appare senza fiducia, quella degli under 20 nell’Isola, per nulla interessata alla vita pubblica del Paese e della Regione, senza voglia di esprimere e raccontare la propria visione del mondo, della società, della vita, del futuro.
Il 30% degli adolescenti non ha fiducia in alcuna istituzione. Solo il 14% si fida del governo, il 9% del sindaco della propria città, il 2% dei partiti politici. Anche la scuola, in cui crede appena un quarto degli intervistati, suscita sempre meno interesse.

A stento, nella fiducia dei più giovani, si salvano le forze dell’ordine (41%) e la chiesa (32%), la cui importanza cresce soprattutto tra le ragazze.
Preoccupa, in particolar modo, l’analisi comparata dei due segmenti d’età, 13-15 e 16-19 anni: la fiducia nelle forze dell’ordine, al 51% tra i più giovani, crolla al 35% tra i 16 ed i 19 anni; stesso trend per la chiesa, dal 39% al 29%.
Ancor più allarmante, confrontando le due fasce d’età, il crollo dell’istituzione “scuola”, di cui si fida il 34% dei più piccoli, ma appena il 18% di coloro che hanno compiuto i 16 anni.




Un’adolescenza, dunque, molto disillusa, quella siciliana: per due ragazzi su tre sarà impossibile “un giorno riuscire nella vita senza adeguati appoggi e conoscenze”.

Iniqua ma necessaria per i giovani siciliani
Aspettando l’ordinaria spintarella
di Maria Sabrina Titone
Che sia un retaggio di cultura clientelare, un antico vizietto italico o un atto di bonario nepotismo, poco cambia.
La “vecchia” spintarella non perde consensi, neanche fra le giovani generazioni. Del resto, gli adolescenti siciliani in proposito hanno le idee molto chiare: “È vero, è una cosa scorretta. Ma lo fanno tutti, e non è neanche giusto che, se non mi faccio raccomandare, resto l’unico cretino fuori dal giro”. Spariscono così i “cretini” e, chiaramente, la consuetudine dilaga.
La maggioranza assoluta dei ragazzi intervistati sostiene che la raccomandazione sia una cosa iniqua. “Certo che non è giusto – affermano senza esitazioni –. È chiaro che anche i più bravi, se non sono raccomandati, possono essere penalizzati. Però…”.
“Certo che le raccomandazioni sono sbagliate. Preferire persone conosciute o segnalate rispetto a quelle brave è scorretto. Però…”
Però, il 66% degli adolescenti siciliani ritiene che oggi sia impossibile riuscire nella vita senza appoggi o conoscenze. Non temono che sia più difficile o più laborioso affermarsi. Drammaticamente, ritengono sia “impossibile” senza una raccomandazione.
Nell’indagine dell’Istituto di ricerche Demopolis, l’adolescenza siciliana emerge condizionata da un costume che non è solo retaggio culturale ma che, fra i ragazzi, ha anche origine in una preoccupante assenza di fiducia nelle istituzioni.
La “spintarella” è una pratica ingiusta, inficia la democratica parità d’accesso al mondo del lavoro, sicuramente è un’opportunità concessa soltanto a una minoranza, ma è pur sempre un’opportunità. A sostenerlo è l’85% dei giovani intervistati.
“È vero che con le raccomandazioni si potrebbero turbare le regole del mercato del lavoro, la trasparenza e tutte quelle cose là… Ma esistono davvero regole uguali per tutti?”. È la voce ferma e vibrante di un diciassettenne a verbalizzare lo scetticismo diffuso fra i ragazzi intervistati: una profonda diffidenza in un sistema di regole a garanzia di ogni cittadino, un pessimismo radicato sull’effettiva praticabilità del diritto e dei diritti.
Esiste infatti, nell’universo giovanile siciliano, un’ampia e preoccupante componente di adolescenti che dichiara di non avere fiducia in alcuna istituzione: amministrazioni locali e centrali, partiti, chiesa, scuola, forze dell’ordine, nessuna esclusa. Fra questi ragazzi, la certezza che sia impossibile affermarsi senza appoggi o conoscenze è ancora più marcata che nella media, e la convinzione che la raccomandazione offra una possibilità di inserimento supera il 92% dei consensi.
Ed il difetto di fiducia nell’interesse collettivo e nella possibilità di tutelarlo produce, nell’universo giovanile, anche un crescente disinteresse verso le dimensioni associative, culturali, di volontariato, sportive o religiose. Anche nella componente di ragazzi estranea a qualsiasi attività associativa, infatti, la convinzione che la “spintarella” sia un’opportunità e lo scetticismo verso la possibilità di affermarsi senza sono superiori alle media.
La “società dello spettacolo” e le sue consuetudini – enfatizzate da esondanti scandali e dalla connessa cupigia mediatica – emergono dall’indagine come ulteriore modello fuorviante per i giovani siciliani. Basti osservare che fra gli adolescenti identificano il “successo” nella possibilità di lavorare in tv o nello spettacolo, la convinzione che sia inverosimile riuscire nella vita senza appoggi o conoscenze raggiunge il 96% dei consensi (contro una media del 66%).

Figli come i padri: lingue diverse, medesime ansie
Quante generazioni in un secolo...
di Rino Cavasino
Il 72% innalza la famiglia al vertice dei valori più importanti, ma in famiglia vivono come se fossero soli, relegando le “confidenze” ai genitori nel sicuro alveo di una formale routine.
Pochi di meno dichiarano ragioni di vita l’amicizia e l’amore, ma il peggio che temono dalle umane relazioni è la derisione, l’esclusione; e i mezzi più potenti per scongiurarle, invece, bellezza, vestiti alla moda, tutto un armamentario di simboli estetici e insieme, sempre di più, tecnologici, ma alla fine, in fondo, tribali.
Ostentano disinteresse per la politica, disimpegno, ma non esitano a far propri, e spesso in assoluta sincerità e buona fede, gli slogan dell’impegno civile calati e ammanniti loro dall’alto, durante le manifestazioni, gli anniversari, le rabbie effimere e i pianti greci per le sorti dell’Isola.
Molti, poi, scordano tutto e presto, lasciano ogni volta incolti i semi di riflessione fino alla prossima scampagnata sociale, per tornare a godere, chi può, i privilegi dei padri. Spesso le rozze leggi del branco balzano a soffocare i generosi impulsi, i liberi gesti d’apertura, pur così frequenti e naturali a quell’età, gl’incipienti moti rivoluzionari dell’animo, anche se durati lo spazio d’un mattino.
Sì, niente di nuovo sotto il sole. Sarebbe, più che ingenuo, ridicolo meravigliarsi che, nel meridione d’Italia, tra malconci codici morali che ancora imperano, se non altro come sgangherati retaggi e cascami, gli adolescenti non mettano a parte i genitori della loro vita sessuale, di ciò che bevono o di cui si fanno la notte; o che non sentano la necessità, l’opportunità, di condividere con loro, e spesso neppure con gli amici, debolezze, torti subiti, bullismi, disonorevoli paure.
Non è tanto, o non soltanto, mancanza di fiducia; in fondo, tutto questo è da sempre la scorza e la linfa d’ogni adolescenza, quest’ambiguità, doppiezza, di parola e azione, l’abisso, di cui i ragazzi stessi non sono coscienti. Che loro siano incappati nel precipizio, culturale e umano, del nostro paese (come del resto a suo tempo noi, su pendenze più o meno ripide non saprei), è solo necessità, destino, fato, chissà. Ma, di nuovo: non è forse, in buona parte, grazie alla strada corsa a gran ciechi passi dai padri, dai nonni, se ora loro si ritrovano sull’orlo di quel dirupo?
Fa davvero molta differenza, che a manipolare un adolescente siano Adriano Sofri, Toni Negri, Costantino o il Grande Fratello? Che differenza fa, se a traviarlo sono le semplificazioni intellettuali, i farneticanti estremismi di un cattivo maestro, di un uomo pericoloso, o i ripugnanti cibi precotti e personalizzati, distribuiti dall’onnipotente, lungimirante industria culturale? Forse la differenza è appena uno zinzino in più, ma sempre poca roba, se si tratta di Pasolini, Sciascia, Peppino Impastato, o dei filmetti americani, italiani, tre metri sopra il cielo.
Che non da oggi, del resto, e neppure da ieri, il “sistema” abbia cominciato a fagocitare, digerire e assimilare anche i veleni d’ogni pensiero critico, facendone proficuo nutrimento, cioè propaganda, pubblicità, lo predicavano già i cattivi maestri della scuola di Francoforte, ancor prima che noi stessi durassimo gli anni della nostra lontana, infernale adolescenza.
Ma, insomma, chiedere a un adolescente siciliano (italiano, europeo, occidentale?) che i suoi rari, aerei slanci ideali affondino radici nella memoria, nella conoscenza, nell’esplorazione del mondo, e del male, passato e presente (male di cui sembrano spesso all’oscuro, o che più comodamente rimuovono), chiedergli questo – perché altrimenti anche un ideale, in una terra come la nostra, diventa colpevolmente complice del concime d’incuria, di feroce inciviltà che la violenza, che sta finendo di ridurla sterile, desolata –, chiedergli tutto questo non sarebbe forse come chiedergli di non essere adolescente, di essere già più e meglio, di crescere prima del tempo?
Tutta la galassia, lungo il declino della sua orbita, non può che rifluire, o collassare in sé. Forse pochi astri, persi nel cuore o nei margini, portano un fuoco modesto, scintille non eroiche, da cui si propaghi e perduri ancora una vita nuova, lunga per gl’individui, brevissima sub specie aeternitatis.
Collosi, tenaci sono il miele e il veleno, il sangue, delle generazioni isolane. Di padri in figli, di colpe in colpe, scivolano su atti e orrori di tragedie greche.
In apparenza poco importa, dunque, se dall’umile, fertile compost di questi ragazzi qualcuno sta maturando, qualcuno che già confusamente vede, prevede, inorridisce, ritrova in sé l’istinto di nuotare contro corrente nel diluvio, di salvarsi, di salvare gli altri, e se ne stupisce, come una grazia, di cui però non sa che farsi. E certo succede, come succede che nel buio crescente, nella notte, si accendano bagliori e fiori ancor più intensi e profumati. Siano benedetti questi ragazzi, se ci sono, e se ci sono è da loro, è nelle loro mani che incomincia, o continua, l’opera di rammendo sul tessuto lacerato delle generazioni, e con loro bisogna parlare, a costo di scervellarsi per impararne la lingua, o di scontrarsi con sordità e mutismo. Ma, anche così, dovranno pur sempre aspettare e sopportare, come tutti noi, e molti altri prima di noi, soffrire per quel loro impotente dono, fare i conti con le rovine dei padri, e della storia, con i suoi tempi geologici, astronomici. Con ciò che diceva, dicendo tanto altro, quel giudice: la mafia è un fenomeno storico, e come tutti i fenomeni storici ha un principio, un culmine, un declino.
Generazioni riparano al male di generazioni.
Scordandone il male, come il bene.
Non individui.
Un tempo sconosciuto e lunghissimo, dilatato e vuoto per noi, per ciascuno; per molti un tempo di rinuncia alle aspirazioni concepibili, contemplabili in una vita individuale; per qualcuno, come per quel giudice, anche fino alla rinuncia, al sacrificio della stessa vita individuale.
Ma per le generazioni, forse, per la loro cieca forza d’inerzia, anche contro il loro stesso merito, la loro sostanza... Per le generazioni, forse, questo lentissimo, estenuante avvicendarsi di stagioni è come un tempo concentrato, quasi un solo respiro nel vuotare il calice, fino al fondo, all’ultima goccia.
Quante generazioni ha un secolo?
APPENDICE
Genitori nell’Isola
Nota metodologica
L’indagine sulle famiglie siciliane è stata realizzata dall’Istituto Nazionale di Ricerche DEMOPOLIS, specializzato nell’analisi dell’opinione pubblica, nelle indagini demoscopiche e negli studi politici, sociali ed istituzionali.
I dati della ricerca, diretta da Pietro Vento (con la collaborazione di Giusy Montalbano e Maria Sabrina Titone), sono tratti dalla rilevazione demoscopica condotta dal 21 maggio al 15 giugno 2007 dall’Istituto Demòpolis - per conto del quotidiano La Sicilia - con metodo CATI, su un campione di 500 genitori siciliani (su un totale di 12.675 contatti), rappresentativo dell’universo delle famiglie residenti nell’Isola con figli adolescenti di età compresa tra i 13 ed i 19 anni, stratificato per classi età, sesso, titolo di studi ed area di residenza.
Due generazioni a confronto
Genitori e adolescenti in Sicilia
di Pietro Vento
Con i figli parlano prevalentemente della scuola, i genitori siciliani. Molto meno di problemi personali o sentimentali. Affermano di conoscere gli amici con cui escono, ma oltre il 40% non saprebbe dire se hanno fatto uso di droghe leggere.
Sono più spesso le madri a cercare un dialogo più autentico, a parlare con loro quando avvertono un problema. Entrambi i genitori si dichiarano costantemente preoccupati per l’eccessiva velocità nella guida di auto e motorini, tutte le volte che i ragazzi si trovano fuori casa.
Sono alcuni dei dati emersi dall’indagine sul complesso rapporto tra i genitori ed i figli adolescenti nell’Isola, realizzata dall’Istituto Nazionale di Ricerche Demopolis per il quotidiano La Sicilia.
Lo studio ha analizzato le dinamiche relazionali all’interno delle famiglie siciliane con figli tra i 13 ed i 19 anni, cercando di scoprire valori, aspirazioni e stili di vita di un mondo giovanile oggi poco conosciuto, in seno al quale compaiono nuove forme di disagio.
Emerge a tratti, dalle parole dei genitori, la difficile ricerca di un dialogo con una generazione che parla poco all’interno del nucleo familiare, che – tra Internet e gli sms - ha coniato un nuovo alfabeto della comunicazione nel rapporto con i coetanei da cui sembrano restare esclusi gli adulti.
Nel tempo libero, i ragazzi rimangono spesso in casa, davanti al computer (66%) o guardando la TV (38%). Quando escono, affermano i genitori, preferiscono invece andare in giro, al pub o soffermarsi con il gruppo in piazza o per strada. Meno del 10% frequenta la parrocchia o un’associazione. Più alta la percentuale di chi pratica uno sport.
Il 44% dei genitori dichiara di trascorrere, in media, meno di due ore al giorno con i figli: percentuale che diviene molto più alta tra i padri. Si parla per lo più della scuola. Alle mamme sembra essere delegato, occasionalmente, il dialogo su temi più personali.
Con i nostri ragazzi litighiamo spesso (88%), dicono i genitori, “perché la pensiamo diversamente” (34%), ”perché non ascoltano” (22%), “perché non concediamo quello che vogliono” (16%). Affermano di conoscere i propri figli, ma ammettono di non sapere se hanno avuto rapporti sessuali (65%), se hanno mai fatto uso di droghe (42%), se hanno il ragazzo o la ragazza (33%).
I genitori siciliani credono fermamente nel ruolo formativo della Famiglia (98%), della Scuola (86%), della Chiesa (79%), pur evidenziando una certa perdita di ruolo, rispetto al passato, da parte di molti insegnanti.
Quattro su dieci immaginano che ci siano episodi di violenza o bullismo nella scuola o nell’ambiente che frequentano i figli, ma le paure, soprattutto delle mamme, riguardano i pericoli derivanti dall’alta velocità nella guida (70%) e dal consumo di droga (34%). I papà, invece, quando i figli escono, temono di più il consumo di alcool (54%) o che possano essere vittime di violenza e molestie (41%).
Le paure dei genitori
Quando i figli escono
di Giusy Montalbano
È sul fronte degli eventi esterni al nucleo familiare, come la possibilità che i figli possano trovarsi coinvolti in incidenti con il motorino o con l’auto, che si catalizzano le preoccupazioni dei genitori siciliani. La gamma di eventi più temuti spazia dai fattori accidentali alle situazioni maggiormente legate ai comportamenti devianti, quali il consumo di droga, di alcool o la frequentazione di cattive amicizie.
L’indagine sulle famiglie siciliane dell’Istituto DEMOPOLIS mostra un clima in cui prevalgono sentimenti di inquietudine per lo più in relazione all’ambiente esterno frequentato dai figli adolescenti.
In cima alla classifica delle preoccupazioni, quasi due terzi delle famiglie intervistate indicano il pericolo di incidenti stradali dovuti all’eccessiva velocità o ad una disattenta guida del motorino o dell’auto. Tra i timori più ricorrenti, anche la frequentazione con i pari ed il rapporto con “il gruppo”: il 34% dei genitori teme che i propri figli possano, al di fuori delle mura domestiche, consumare droghe leggere.
Naturalmente, le paure dei genitori cambiano in base all’età dei ragazzi, tra chi ha figli tra i 13 ed i 15 anni e chi, invece, tra i 16 ed i 19 anni. Sebbene l’evento accidentale risulti al primo posto tra i timori, in modo trasversale alle due fasce d’età, le famiglie con i ragazzi più piccoli mostrano maggiore pessimismo sulla “qualità” del gruppo frequentato. È, infatti, la possibilità di frequentare cattive amicizie a turbare i genitori, seguito dal timore che i propri figli possano essere vittime di episodi di bullismo o di casi di violenza e molestie.
Diverse, invece, le ansie riguardo ai ragazzi un po’ più grandi. Il rapporto con i pari, in questo caso, viene percepito più condizionante nelle scelte quotidiane. Tra chi ha figli con più di 16 anni, la preoccupazione più diffusa è rappresentata dalla possibilità che i ragazzi facciano uso di droga, di alcool o che abbiano rapporti sessuali non protetti.

I genitori raccontano
«Riservati, schivi, misteriosi»
di Maria Sabrina Titone
Non è difficile diventare genitori. Essere genitori, questo è difficile. Per far quadrare il bilancio di casa, rincorrendo gli innumerevoli oneri di “fine mese”, sempre più frequentemente, in famiglia, sia mamma che papà lavorano, e per un numero di ore superiore al passato; inevitabilmente, il tempo con i figli si riduce.
“Capirà – rispondono –. Affitto, luce, telefono, gas, acqua, tasse... E bisognerà pur mangiare e vestirsi. Ma sa quanto costa oggi l’abbigliamento per ragazzi?”.
Le richieste dei ragazzi si moltiplicano e la rincorsa dei genitori si complica. “Non si accontentano: prima vogliono il motorino, e poi qualche euro per le uscite e la miscela. Per non parlare dei compleanni, i loro e quelli dei loro amici. Richieste continue…”.
La società dei consumi incalza, ed oggi il 44% dei genitori siciliani, intervistati dall’Istituto Demopolis, trascorre meno di due ore a casa con i figli adolescenti, per lo più davanti al piccolo schermo o parlando della scuola. Più rare, fra genitori e figli, le conversazioni su questioni familiari. Ed ancora meno si parla delle amicizie o dei problemi personali dei ragazzi.
“Sono così riservati – commentano gli adulti –. Passano ore davanti al computer e non si capisce a che pensano”. “Però con le cose tecnologiche ci sanno fare – chiosa una mamma –. Io invece sono una frana. Mi lamento e ogni tanto li rimprovero, ma in fondo sono bravi ragazzi”.
Fiduciosi nella buona educazione impartita alla prole, i genitori nutrono preoccupazioni per lo più legate alle insidie del mondo esterno al nucleo familiare. Temono l’eccessiva velocità dei motorini degli amici: “Mio figlio sa che non deve correre in moto”. Nel caso di figli maschi, soprattutto le madri, ma anche i padri, sebbene in misura inferiore, temono le cattive amicizie che possano indurre la prole al consumo di alcool e droga. Del resto, ben il 42% non sa se i figli consumino droghe leggere ed il 32% dei genitori si interroga anche sulla possibilità che bevano alcolici. Ed anche in questo caso, le madri commentano: “Sono così riservati. Mio marito dovrebbe essere più a casa e parlare con loro. Ma con il lavoro, come si fa?”. Per maggiore disponibilità di tempo o per indole, le mamme sono più presenti e più attive nel dialogo. Se, nella media, solo il 27% dei genitori riesce a trascorrere con i figli anche più di 5 ore, fra le sole mamme la percentuale sale al 45%. E le madri conversano con i figli assai di più dei papà anche delle amicizie (28% contro il 9% dei padri) e dei problemi personali dei ragazzi (30% contro il solo 6% dei papà). Non a caso, le mamme sembrano essere il primo confidente dei loro figli. Almeno a detta dei genitori…
Ma chi sono questi adolescenti? L’87% dei genitori sostiene di conoscere la propria prole, salvo poi dubitare di parecchi ambiti della vita dei figli. “Certo che so con chi escono e dove vanno. Ci mancherebbe solo che non lo sapessi”. Ed effettivamente, oltre l’80% dei genitori conosce le frequentazioni della prole, sempre con le mamme più informate dei papà. Ma sulla vita sentimentale dei figli anche le madri perdono punti e i dubbi si moltiplicano se dai sentimenti si passa a parlare del sesso. In questo caso, le differenze di genere si infittiscono. Solo le mamme esprimono certezza assoluta e senza timori sulla maturità sessuale delle loro figlie. “Guardi, nessun dubbio. Avrà avuto qualche fidanzatino, ed è normale. Ma non si è spinta mai oltre… Una madre certe cose le capisce subito”.
Sui figli maschi, i commenti di madri e padri non differiscono e sono di ben altro tenore: “I ragazzi di oggi sono così vivaci – sospira una madre –. Più informati e curiosi che ai miei tempi. La società è cambiata e non mi stupirei se… Non saprei proprio cosa rispondere”.
Ed un papà: “Mio figlio è uno sportivo ed è un gran bel ragazzo. Le ragazzine gli vanno dietro ed è anche normale se, a sedici anni, sperimenta la sua mascolinità”. Ma con chi sperimenteranno la loro mascolinità i sedicenni? I papà di figlie femmine non tollerano l’argomento. “Di queste cose non sono abituato a parlare. E poi, è solo una ragazzina… Ma che domande sono?”. E il più delle volte, a questo punto la conversazione si interrompe.

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