Excerpt for Luciano di Samosata. Autobiografia non autorizzata by Simone Bedetti, available in its entirety at Smashwords



Luciano di Samosata

Autobiografia non autorizzata


Compilata da

Simone Bedetti




Luciano di Samosata. Autobiografia non autorizzata

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Smashwords Edition 1.0, March 2010



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Marco Busetta (a cura di), Guerrieri di Roma (storia)

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Note sul compilatore

Simone Bedetti (Bologna, 1971) è filosofo, editore e personal trainer. Come filosofo e autore ha pubblicato, tra gli altri, i seguenti titoli: La Hollywood d’Oriente (con Massimo Mazzoni), Il Buddhismo tibetano, I segreti degli Indiani d’America, La Ruota di Medicina degli Indiani d’America, Il cinema secondo Van Damme (con Lorenzo De Luca), Il Libro Tibetano dei Morti – Guida alla lettura. Come editore, dopo quindici anni di attività di service e consulenza, nel 2009 ha dato vita alla Area51 Publishing, per la quale ha pubblicato l’e-book di racconti I chiodi nella fronte (2010). Come personal trainer insegna e pratica la via del corpo libero tracciata dalla Grecia classica e dai maestri Bernarr Macfadden, Charles Atlas, Earle E. Liederman, John McSweeney, John E. Peterson, Matt Furey.



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Luciano di Samosata

Autobiografo

(120-180 d.C.)



Scrivo dunque di cose che non vidi, non mi capitarono, non seppi da nessuno,

e che per di più non esistono affatto, né a priori possono accadere.

Chi si trovi a leggerle, non ci deve assolutamente credere.”

(Luciano di Samosata, Storia vera)



Situata sulla riva destra dell’Eufrate, ai confini orientali dell’impero, Samosata si affacciava sul vasto regno dei Parti. Capitale dell’antico regno di Commagene, prima che questo venisse inglobato, nel 72 d.C., nella provincia romana di Siria, fu città di traffici e commerci. Dopo la nomina da parte dell’imperatore Vespasiano a sede della Legio XVI Flavia (1) ricoprì anche il ruolo di centro culturale.

Provinciale di origine, Luciano dovette essere spesso dileggiato con l’appellativo etnico di Siro (2) e conoscere l’ignoranza geografica dei contemporanei: citata da pochi autori, tutti di età imperiale (3), Samosata è a volte situata erroneamente sulla riva opposta del fiume (4).

La data esatta della sua nascita resta ignota ma le fonti (5) concordano nel collocarla attorno al 120, in un’epoca di profondi rivolgimenti per l’impero romano.

A fronte di una straordinaria espansione imperiale, il regno di Traiano aveva mostrato un progressivo indebolimento del centro romano a favore della periferia mediterranea, greca e più complessivamente orientale (6). L’impero aveva acquisito compattezza territoriale, culturale, istituzionale, sociale, economica. Sfoggiava un’aristocrazia omogenea, di cultura greco-romana, e città prospere, dotate di terme, teatri, ginnasi, biblioteche (7). Le strade e le vie di comunicazione marittime assicuravano la libera circolazione di merci, genti, culture. Andava progressivamente scomparendo una nazione dominante a favore di una più estesa e generica romanità (8).

Simbolo di questa evoluzione pluralistica fu, nel 117, l’elezione di Adriano, cesare di origine spagnola, e l’acclamazione imperiale celebrata non nella capitale ma nella città orientale di Antiochia (9).

Dal nuovo imperatore il mondo romano ricevette pace e prosperità. Spirito versatile, di memoria eccezionale, raffinato erudito e instancabile viaggiatore, Adriano investì risorse ed energie nel consolidamento dei confini, nel potenziamento dell’istruzione e nella diffusione della cultura (10). Per placare la sua sete di sapere intraprese due lunghi viaggi (11), durante i quali, accompagnato da architetti, geometri ed esperti d’arte, si spinse agli angoli più remoti dell’impero. Tra tutte predilesse la città di Atene, cuore della classicità, che favorì con privilegi e abbellimenti urbanistici, come il completamento, dopo oltre seicento anni di interruzione, del tempio di Zeus Olimpico.



Nell’infanzia di Luciano si specchiarono anni di fermento per le città greche d’Oriente. Di famiglia non povera ma neppure abbiente (12) né politicamente prestigiosa (13), alla fine della scuola primaria dovette affrontare il problema dell’inserimento nel mondo del lavoro, indispensabile per il benessere famigliare. Per discutere delle sue prospettive (14), il padre offrì a parenti e amici un ricco banchetto.

In pieno accordo i genitori avevano deciso di servire la cena alla maniera romana, organizzandola intorno a un grande tavolo d’acero affittato per l’occasione e posizionato al centro dell’atrio, che costituiva l’unica vera sala della casa. Date le modeste dimensioni di quest’ultima e quelle rilevanti del tavolo, agli ospiti era concesso poco spazio per muoversi e finirono inavvertitamente per intralciarsi e urtarsi. Due cugini inciampando suscitarono in particolare l’ilarità collettiva, poiché il suono prodotto dalle loro fronti che cozzavano risuonò simile a quello di due pentole di bronzo (15). Incoraggiati dall’episodio alla cautela, gli ospiti evitarono movimenti non strettamente necessari, e per lo più restarono in piedi, appoggiati alle colonne, o sdraiati sui piccoli lettini di pietra, come api su un alveare (16).

I satolli consiglieri, baldanzosi per il vino addolcito con miele, manifestavano euforiche quanto antitetiche previsioni sul suo futuro; furono però scartati gli studi letterari in quanto richiedevano impegno, tempo, ingenti somme di denaro e uno status sociale adeguato, mentre la condizione economica della famiglia era, come si è detto, piuttosto modesta (17). Nascosto sotto il tavolo d’acero, protetto da una pioggerella di briciole di dattero e pane d’orzo, Luciano origliava il suo destino.

Notò che tra gli ospiti le attenzioni più affettate erano riservate a uno zio materno (18) che aveva fama, non solo a Samosata, di eccellente scultore e intagliatore di pietra, abile soprattutto nelle immagini del dio Ermes. Unico tra i presenti, che portavano barbe in stile greco, folte e ricciute, questo zio mondano era agghindato con una corta barbetta a punta secondo la più recente moda cosmopolita inaugurata dall’imperatore Adriano. Si abbigliava anche alla maniera romana e amava tenere, come un retore, il braccio destro tra le pieghe della toga e la mano cinta sul balteus. La sua testa luccicante d’olio assentiva con cenni aristocratici alle parole agitate degli interlocutori.

La cosa più curiosa era però l’animaletto che portava con sé, della sconosciuta specie dei trifodi, catturato, sosteneva, durante una battuta di caccia nelle terre dei Minleni, umide di foreste oltre la città di Verna, in Asia Minore. Nelle forme esteriori si presentava come un incrocio tra un camaleonte, per la cresta sul muso allungato e la sottile lingua guizzante, e un ranocchio, per le zampe palmate, sproporzionate rispetto al corpo, che gli permettevano balzi fino al mezzo metro d’altezza. La sua pelle squamosa, da anfibio, era ricoperta di una patina umida che imperlava di riflessi i già vivaci colori, in particolare il giallo e l’arancione, tipici dei rettili velenosi. Lo zio gli aveva assicurato il collo a un sottile guinzaglio di canapa, e diceva di nutrirlo esclusivamente con bacche di ginepro. Durante il pranzo Liciano gli vide però gettare, come si fa con i cani, pezzetti di carne di pavone, che la creatura saltellando incollava alla linguetta e risucchiava nella bocca appiccicosa.

“Sarebbe un delitto avere qui te,” gli stava dicendo suo padre con tono riverente, “e far prevalere un’arte differente dalla tua; anzi, portalo via,” indicò il figlio sotto il tavolo, “prendilo con te e insegnagli a essere un bravo lavoratore con la pietra, a saperne combinare tipi diversi, a intagliarla e scolpirla. Ne possiede le potenzialità: credo che la natura sia stata propizia.” (19)

Il dialogo colpì Luciano non tanto per il suo contenuto quanto per il modo in cui era rappresentato, come se si svolgesse su un palcoscenico: la polvere depositata negli angoli e sui lettini di pietra aveva qualcosa di artificiale, come i marmi sbucciati dei sedili e il legno del tavolo odoroso di resina. Soprattutto i colori lo meravigliavano: quelli di abiti, cibi e oggetti, al pari di costumi e scenografie teatrali, eccedevano in saturazione e luminosità. L’atteggiamento degli ospiti, poi, era come sfasato, asimmetrico rispetto alle espressioni dei loro visi: la premura della madre, il servilismo del padre, l’interesse che si spremeva in stupore tra gli acini d’uva schiacciati sotto i molli denti dei parenti, tutto rimandava a un’idea di rappresentazione che Luciano, pur nella giovane età, interpretò nel senso di vanità delle cose umane.

Il mattino seguente fu condotto nell’officina, ricavata da una stanza spoglia della casa dello zio (20). A dispetto dell’apparente nobiltà ostentata dal parente, l’abitazione non sembrava né più grande né più ricca di quella dei genitori di Luciano. Faceva solo più freddo, forse per le lastre di pietra accatastate negli angoli che salivano al soffitto come torri di bianchi coralli.

Lo zio gli affidò un piccolo scalpello e gli assegnò il compito di battere con giudizio su una lastra posta di fronte a lui. Sollevando solenne il mento gli elargì il primo insegnamento: “Il principio è metà del tutto.” Solo in quel momento Luciano notò le sue mani. Erano gonfie e callose, usurate dal lavoro manuale. Ebbe come un presentimento. Batté soprappensiero sulla pietra, per inesperienza il colpo vibrò troppo forte e spezzò la lastra; in preda all’ira, lo zio afferrò un randello appoggiato lì vicino e lo consacrò all’arte delle botte (21). Così, tra le lacrime, si chiuse la sua attività di scultore.

Fuggì a casa singhiozzante. La madre lo consolò, arrivò la sera e Luciano prese sonno nel pianto, il pensiero fisso sul randello (22). Fu dunque grazie all’ingenerosa reazione dello zio mitomane se quella notte fece il sogno che gli cambiò la vita.

Fu un sogno così vivido da non risultare inferiore alla realtà. Sentì i suoi piedi stretti tra le gelide mani di due donne che scambiandosi grida cercavano di strattonarlo, ciascuna dalla propria parte. La prima era modellata dal lavoro, con i muscoli tesi, il corpo mascolino, i capelli insudiciati, le mani coperte di calli, la veste stretta dalla cintura coperta di polvere di marmo come lo zio quando lavorava la pietra; l’altra aveva fattezze estremamente dolci, un abbigliamento di classe e un armonioso contegno nel portare la veste. Si presentarono l’una come la Scultura e l’altra come l’Eloquenza; gli mostrarono le eccellenze delle due arti, ma Luciano sentì subito un formidabile trasporto verso la seconda. Si alzò e, malfermo sulle gambe tremanti, pronunciò il suo verdetto. Scultura infuriata arrotò i denti, si pietrificò e si sbriciolò; Eloquenza lo fece salire sul suo cocchio di cavalli alati e lo guidò ad altezze sublimi, da dove dominarono le meraviglie di città, genti e nazioni.

Al risveglio, i capelli elettrizzati e l’animo scosso per l’attività onirica, convinse i genitori ad avviarlo allo studio delle lettere. Frequentò la celebre scuola di retorica di Antiochia e, come il sogno gli aveva preannunciato, conquistò fama e ricchezze. Esercitò la professione di avvocato prima di dedicarsi a una fortunata attività di conferenziere itinerante nelle province dell’impero. Le piazze, i teatri, le case dei nobili si affollavano quando era annunciato un suo discorso. La gente applaudiva, lo venerava, gli tributava onori, incantata dalla sua lingua squisitamente attica, marcata da un esotico accento straniero, e dal suo eloquio sottilmente astuto, che con la medesima, sottilissima abilità sapeva tessere acrobatici elogi della città (23) o imbastire discorsi sull’astrologia (24), gli eunuchi (25), i tirannicidi (26), le mosche (27).

Un giorno, appena conclusa un’orazione sul mestiere di oratore (28), mentre il pubblico costituito in gran parte da mercanti di pappagalli si diradava con la variopinta merce sulle spalle, si fece largo tra le penne svolazzanti un uomo nel fiore degli anni. Magro e slanciato, dalle ossa un po’ troppo minute, nel viso appuntito dall’incarnato mediorientale allargò un sorriso di sani denti bianco avorio, da cittadino ricco e in salute, e prese ad arzigogolare elogi alla sua carriera e ai suoi anni d’infanzia. Ciò meravigliò enormemente Luciano, in quanto i particolari su cui il giovane indugiò, compresi il trifode dello zio manesco, il bronzeo clangore delle fronti dei cugini e l’esperienza onirica della Scultura e dell’Eloquenza, appartenevano alla sua intimità autobiografica e nessuno ne era mai stato messo al corrente. Cercò di focalizzare meglio i lineamenti dell’interlocutore, confusi nel sole del pomeriggio improvvisamente estivo, e gli domandò con sincera sorpresa come facesse a conoscere la sua biografia con tale minuzia di dettagli. “Mi pare di condividere con te, mio sconosciuto confidente, la medesima età anagrafica,” rifletté. “Forse nell’infanzia fummo amici per un tempo così breve da averne tramutato il ricordo in fantasia, e ti confidai segreti di cui solo un amico può essere reso edotto.”

Il giovane slanciò il mento e scoppiò in una sincera risata. “La tua raffinata ironia onora la tua fama, mio diletto maestro.” Si prodigò in un inchino. “E davvero meriti di fregiarti di tale titolo poiché non ho mai conosciuto retore o poeta più abile nell’elaborare il racconto della propria esistenza obbligando il lettore, con garbugli e paradossali viluppi, a interrogarsi sulla verità dell’esistenza.” Detto questo, con un altro inchino, gli voltò le spalle e sparì nella siepe di pappagalli.

Luciano fece ritorno ai suoi alloggi senza riuscire a scacciare dalla mente le parole di quel misterioso allievo. Si coricò subito e si abbandonò a un sonno agitato.



Iniziò a viaggiare. Si sentiva forte e in salute, protetto dal destino del sogno, e quando il sole era alto e il cielo azzurro perfino bello: alto, magro, le guance virilmente incavate da due piccole rughe per l’abitudine alla parola, occhi svegli, piccoli e neri, un cenno di elegante stempiatura con la linea dei capelli ricci e biondi, acconciati in eleganti boccoli, che iniziava a ritirarsi sulle tempie. Baciato dal talento e dalla fortuna si recò a Smirne, in Asia Minore, dove il cielo era velato da una patina di colore violetto a causa del fermento del vicino vulcano, e traversato dalle ingannevoli ombre degli avvoltoi. Qui soggiornò per alcuni anni, insegnando i segreti dell’oratoria ai figli dei nobili, spostandosi di villaggio in villaggio a bordo di aeronavi. Si recò poi sul Mar Nero, a Sinope, dove le donne tradite si tramutavano in statue (29), e in Giudea, a Betlemme, dove i predicatori camminavano sulle acque e ridavano la vista ai ciechi. Incontrò viaggiatori abbigliati alla maniera dei Creoti, bambine con vesti a fiori e ornamenti d’orzo, maghi, fattucchiere e semplici ciarlatani, venditori di quarzo che dopo anni nel buio delle grotte avevano gli occhi a forma di cristallo e la vista di mosche. A Incalia, vicino al promontorio reso celebre dai versi di Paniplio, s’imbatté negli ultimi discendenti dei Corrivento (30), che si spostavano in aria senza bisogno di ali. Gli dissero che erano rimasti in dodici, come gli apostoli, e avevano perso la facoltà di alleggerirsi in vento, ma riuscivano ancora a stupire gli spettatori con balzi alti sei metri.

Attraversò le Alpi e mentre scendeva la valle pensò che gli sarebbe piaciuto incontrare un lago e riposare sulle sue calme sponde. Apparve dietro un dosso uno specchio d’acqua dalla superficie argentea increspata di ombre d’abeti. Si spinse fino in Gallia (31), la terra più ricca d’Occidente, ma non risulta che abbia imparato il celtico. A volte, come gli era accaduto da bambino, aveva l’impressione che tutto fosse il prodotto di un minuzioso artificio, e gli avvenimenti che si scioglievano ai sensi quasi si sdoppiavano in una sensazione di rivissuto. Si sentì spinto fuori del proprio corpo. Per un attimo perse coscienza di sé, fu una presenza tra se stesso e il mondo. Ebbe la sensazione violenta che nulla stesse accadendo realmente, provò un terrore ancestrale, si sentì spalancato sull’abisso di un’esistenza senza corpo né coscienza.



Avvenne a Roma il secondo incontro della sua vita. Era il 159 e il quarantenne oratore, ricco e famoso, conobbe il filosofo Nigrino.

Giunse nella capitale con il proposito di farsi visitare da un medico specialista d’occhi (32) e decise di fare visita al neoplatonico, la cui saggezza gli era nota da tempo. Si alzò all’alba per recarsi nella sua casa; percorse pochi metri di una viuzza costeggiata dalla bottega di un fornaio, da cui uscì un garzone con il pane appena sfornato in equilibrio su una lunga asta di legno. Bussò e si presentò al servo, un giovane di origine africana completamente rasato. Si fece annunciare ed entrò nello studio, dove il filosofo sedeva immerso nella lettura. Vestiva una spessa tunica ed era scalzo. Aveva i piedi puliti, il volto pallido, emaciato, la barba lunga. Teneva gli occhi socchiusi su un libro, circondato da fiori di agnocasto dentro vasi di terracotta e da numerose immagini di sapienti. Il tavolo al centro della stanza era ricoperto di figure geometriche, tra cui una sfera di canne intrecciate a rappresentare il mondo. (33)

Restarono insieme fino al tramonto. Nigrino lodò la filosofia e la libertà che ne deriva, gli insegnò a disprezzare il popolo e i nobili, a deplorare la ricchezza, gli onori, la fama, la porpora. Nell’ascoltarlo l’anima di Luciano, attenta e desiderosa delle sue parole, fu come se si ridestasse da un torpore durato anni. In quel sapiente la filosofia sembrava scorrere come il nettare di ambrosia chiamato soma nelle vene degli antichi sacerdoti indiani. Ebbro di quei discorsi, si dimenticò del male all’occhio e decise di dedicare il resto della vita alla filosofia.

Durante il viaggio di ritorno, ad Abonotico, in Anatolia, smascherò un falso profeta, di nome Alessandro (34), che fondava il suo potere sui ricatti e sul terrore superstizioso della gente, riaschiando di venire gettato in mare dagli emissari di quel vendicativo ciarlatano; su un’altra nave conobbe invece un filosofo esaltato, di nome Peregrino Proteo, che di lì a poco si sarebbe dato fuoco durante i giochi di Olimpia per venir divinizzato dai posteri (35). Scelse Atene come dimora finale, dove affinò la tecnica del dialogo filosofico e divulgò la dottrina di Nigrino. Amava passeggiare coi discepoli alla maniera di Socrate e intrattenerli col suo formidabile eloquio.



Un giorno, dovevano essere trascorsi molti anni, il pubblico si stava diradando quando gli si avvicinò un uomo nel fiore dell’età. Luciano provò di nuovo un senso di estraneità, e di nuovo ne fu vinto. Riafferrò le sensazioni che gli aveva comunicato quel corpo magro e slanciato, dalle ossa minute, e quel viso appuntito dall’incarnato mediorientale. Sembrava uscire da un sogno, esatta replica del misterioso allievo che tanti anni prima lo aveva angosciato, come se per lui non fosse trascorsa che qualche ora mentre per Luciano si affrettava il tramonto della vita.

Udì le sue parole tambureggiare nelle tempie. Si era presentato come un ammiratore (“Il più sincero,” aveva detto) e con voce tremante dall’emozione lo aveva ringraziato perché l’acuta intelligenza della sua fantasia gli aveva dispensato gli insegnamenti più profondi. “Tremavo all’idea che oggi ti avrei incontrato, poiché con gli anni ho imparato che gli uomini sono assai inferiori alle loro idee. Volevo però domandarti,” si grattò la testa come un timido innamorato, “se posso scomodare la tua pazienza per...” e iniziò a frugare sotto la fascia che rigonfiava la tunica in una drappeggiata rimboccatura. Luciano vide luccicare l’impugnatura intarsiata che fu stretta dal pugno di Bruto contro Cesare, e già stava per avvolgere il capo nella toga quando invece del pugnale balenò un rotolo di papiro, “...firmare una dedica al tuo più sincero ammiratore.”

Con mano tremante si fece consegnare il rotolo. Ebbe una premonizione quando lo svolse e ne lesse il titolo: Nigrino, o dei costumi d’un filosofo (36).

“Dunque stai dicendo,” alzò gli occhi, contraddicendo la disinvoltura che cercava di affettare dal modo in cui stringeva il rotolo, con tale vigore da congestionare le nocche, “che hai saputo del filosofo Nigrino da questo mio libro.”

“L’ho acquistato in una bottega ben degna di copiare la tua arte,” balbettò d’emozione il giovane, fraintendendo la sua curiosità. “È tra le più prestigiose di Atene e credo dell’intera Grecia, tanto da aver meritato il titolo di biblioteca.”

Luciano strinse le spalle. “È probabile che la conosca. Ma, dimmi, si trova lontano?”

“No, maestro...” Il giovane voltò la testa per agevolare l’indicazione e Luciano ne approfittò per svignarsela, il rotolo stretto tra le nocche esangui, bloccando sulle gambe lo stupito allievo, il quale si limitò a esclamare: “Maestro!” e poi a sorridere scuotendo la testa.

La bottega apparve dietro l’angolo, con l’insegna di ottone ben visibile. Il proprietario lo riconobbe e lo accolse pieno di riguardi. Era un uomo dall’età indecifrabile, di origine mediorientale, con gli occhi truccati da un filo di khol egizio. Luciano si meravigliò del suo accento contadino e delle sue mani callose, più da schiavo che da letterato, simili a quelle del vecchio zio scultore. Fu condotto in una piccola ma elegante sala di lettura, circondata di tendaggi dai vivaci colori. Si sedette su un morbido sedile di vimini e piume. L’atmosfera della sala invitava alla calma e alla meditazione. Uno schiavo gli servì un infuso di vaniglia in un bicchiere di terracotta. Lo sorseggiò con gusto mentre il libraio, dopo aver sfogliato alcune pagine cerate, gli porgeva il frontespizio di un codice recante la sua immagine. Si stupì nel rivedersi forte e in salute, protetto dal destino del sogno, rinnovato nel ritratto al presente della giovinezza: alto, magro, le guance virilmente incavate dalle due piccole rughe per l’abitudine alla parola, gli occhi svegli, piccoli e neri, il cenno di elegante stempiatura.

Il libraio gli disse che i suoi scritti erano i più letti e che aveva affidato a essi molti copisti. Glieli mostrò dietro una delle tende. Sedevano su un tavolino di legno, illuminati dalla fioca luce dei candelabri. Scrivevano su foglie di corteccia, tavolette d’argilla, rotoli di papiri e codici con le pagine separate da sottili strisce di cuoio.

Acquistò tre once di vaniglia e i volumi della sua vita, a casa preparò un nuovo infuso e gustandone il dolce sapore si sedette sul letto. Per un istante esitò prima di rituffarsi nel suo passato, ritrovando visioni dimenticate e riallacciando i fili dei ricordi mentre la mente, agitata da mille fantasmi, inseguiva sensazioni e idee a ogni pagina. Quando ebbe finito non sapeva più quanto tempo fosse passato. Aveva gli occhi stanchi e arrossati per la troppa lettura. Si sentiva leggero come carta.

Decise di discutere sugli ultimi, sconvolgenti avvenimenti con Demonatte, filosofo cinico delle cui idee aveva trovato conferma su un suo scritto dal titolo Vita di Demonatte (37). Conoscendo ormai i fatti, gli risultò naturale incrociarlo dietro l’angolo. Si sedettero sugli scalini dell’antico teatro. Il dialogo si sarebbe svolto più o meno in questi termini.



Luciano

“Dicono che sia il solo testimone del mio passato e che la mia vita sarebbe un’invenzione. La satira, l’invettiva, la dissertazione erudita e superficiale, il dialogo serio o farsesco, l’epistola, il saggio critico, il ritratto biografico:

la mia esistenza non si ridurrebbe ad altro che a un genere letterario.”



“L’infanzia, i lunghi anni di studi e di lavoro, i meravigliosi viaggi della giovinezza, dalla finzione autobiografica furono sequestrati al valore di apologo. Non conobbi mai Eloquenza e Scultura, il trifode dello zio, le fronti cozzanti dei cugini, il filosofo Nigrino; mai elogiai di Sostrato la grandezza della personalità e neppure dialogai ad Atene con il filosofo Demonatte, colui che tutto il popolo ammirava come il più ragguardevole cittadino, che visse fino a cent’anni senza dolore, utile agli amici, privo di nemici, congedandosi alla vita sereno e lieto come tutti l’avevano sempre veduto.”



“Scoprii di essere un impostore anche a me stesso, poiché se nessuno di costoro

era mai esistito se non per il fatto che lo avessi raccontato, lo stesso doveva valere anche per me. Non seppi più chi ero, se fossi ricco o povero, se conoscessi il greco o altre lingue, sotto quali maestri avessi studiato. E non avrei potuto credere a nessuno per timore di scoprire, un giorno, di essere stato io steso l’inventore di quelle parole.”



“La prima sensazione fu di smarrimento. La mente si affollò di domande tali da vanificare ogni senso del pensiero. Tutte le cose non scritte non sono mai state vissute? Sono dunque un essere episodico, nato dalle dissolvenze dei segni sulla carta? Devi sapere che per tutta la vita, e sono ormai giunto a un’età in cui posso dire anch’io ‘per tutta la vita’, ho temuto questa rivelazione. Mi coglievano impreparato dei momenti di sdoppiamento, mi vedevo proiettato fuori di me stesso, in terza persona, come un ritratto parlante, e la realtà si manifestava come un viluppo d’immagini su un palcoscenico. Quegli istanti avevano il potere di sradicarmi dal corpo e dall’anima, possedevano completamente il mio essere lasciandomi nudo e fragile come un neonato. Mi chiamano cinico perché dicono che non prendo mai sul serio la vita, ma se lo faccio è perché ho sempre avuto la percezione diretta della sua assurdità.”



“Dopo la paura venne la rabbia. Sembra incredibile ma, vere o false che siano,

la gente sembra più propensa a credere vere le cose false e false le vere.

Tanto vale, pensai, seguire il richiamo della fantasia e scrivere resoconti dichiaratamente falsi per far sì che la gente li reputi veri

e possa essere condotta, con un inganno, alla verità.”



“Decisi allora di riscrivere la mia biografia, non una ma decine di volte, togliendo

e aggiungendo, modificando episodi, esperienze, dettagli. Non una sola versione della mia vita doveva coincidere con l’altra. Volevo confonderle.

Nel racconto dell’infanzia scelsi di accentuare il gusto per il meraviglioso, ed espunsi invece i dettagli più realistici, come la descrizione del trifode, o il clangore bronzeo delle fronti dei cugini (38). Decisi perfino di falsificare l’incontro rivelatore con l’Eloquenza mascherandolo in sogno. Scrissi menzogne e avvertii i miei lettori di non ascoltarmi (39).”



“Ma più scrivevo, vivendo fino in fondo la mia vita, non rifiutando niente

di ciò che avevo scritto o vissuto, più la rabbia si acquietava e nuovi pensieri si affollavano in testa: quale fortuna mi è toccata in sorte, mi dissi, se solo a me, misero tra miseri, è stato offerto in dono l’oblio delle sofferenze e solo la parte più bella della vita, quella meritevole d’essere fissata su carta, si è trattenuta in forma di realtà alla mia stessa memoria! Pensai dunque che tutti gli uomini dovrebbero godere di questa mia fortuna, limitare la propria esistenza a ciò che vale la pena d’essere ricordato. E quella maledizione che aveva sdoppiato il mondo in immagini ritornò come un dono, e dalla paura e la rabbia venne la gioia.”



“Solo a te dunque, mio caro e sincero amico, voglio rivelare la decisione che ho preso: smetterò di scrivere e inizierò a vivere. E non perché preferisca vivere o scrivere, ma perché voglio provare la sensazione di non poter mai conoscere ciò che ho vissuto e di sparire, senza ricordo né memoria. Non so dove andrò, cosa mi accadrà. Ma so che vivrò, e di ciò che vivrò non resterà niente, neppure a me stesso.

Si può immaginare mistero più grande, poesia più perfetta?”



Dette queste parole e congedate le ombre Luciano sparì, e altro di lui non si seppe.



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Note al testo



1. Cfr. Svetonio, Vita di Vespasiano.

2. Cfr. Luciano di Samosata, Accusato due volte.

3. Cfr. Strabone, XIV.2.29.39 e XIV.2.3.2; Plutarco, Antonio, 34.5.1; Flavio Giuseppe, Antiquitates Judaicae, VII.224.1 e XIV.439.2.

4. Cfr. Luciano di Samosata, Del modo di scrivere la storia. “Sarebbe veramente nuova, o mio Filone, se io mi dovessi difendere, e dimostrare che io non sono Parto, né di Mesopotamia, dove questo mirabile scrittore ha trasportata la casa mia!”. Si apprezzi la prosa squisitamente attica, con l’ironia in punta di stilo, dell’originale.

5. Cfr. la datazione posta in esergo al titolo della presente biografia.

6. Cfr. Strabone, Plutarco, Svetonio etc. cit. Cfr.

7. Cfr. Historia Augusta.

8. Cfr. H. Bengston, Introduzione allo studio delle fonti. Vol. VIII, tomo III, “Index delle fonti greche degli studiosi di fonti greche”.

9. Cfr. Historia Augusta, cit.; Helmuth Vittinghoff, Historia Antiochiae – The War Years.

10. Cfr. Historia Augusta, cit.; Helmuth Vittinghoff, Historia Antiochiae – The Peace Years.

11. Il primo dal 121 al 125, il secondo dal 128 al 134. Cfr. A.K. Angarika Radaamachani, Chronology of Ancient Years: Datings and Enumerations from First to Second Century, vol. V: “Enumerations of Datings from 100 to 150”, cit., Cfr., op. cit., Cfr.

12. A questo proposito Cfr. infra, “nota 17”.

13. Cfr. Luciano di Samosata, Apologia (di quelli che stanno coi signori).

14. Cfr. Luciano di Samosata, Il Sogno, o la vita di Luciano.

15. Cfr. Luciano di Samosata, Il Sogno, o la vita di Luciano, dove l’aneddoto è omesso. Per questo vedi infra, “nota 40”.

16. Cfr. Luciano di Samosata, Il Sogno, o la vita di Luciano, op.cit, Idem.

17. A questo proposito Cfr. supra, “nota 12”.

18. Cfr. Il Sogno, cit., dove Luciano si premura di ometterne il nome.

19. Questa convinzione gli era nata dopo aver ammirato l’abilità del figlio nell’intagliare per gioco la cera. Cfr. Il Sogno, cit. Idem.

20. Cfr. Il Sogno, cit. Idem.

21. Cfr. Il Sogno, cit. Idem.

22. Cfr. Il Sogno, cit. Apprezzi, chi gusta il greco, l’originale attico di “randello”: schutale.

23. Cfr. Luciano di Samosata, Encomio della patria.

24. Cfr. Luciano di Samosata, Dell’astrologia.

25. Cfr. Luciano di Samosata, L’eunuco.

26. Cfr. Luciano di Samosata, Il tirannicida.

27. Cfr. Luciano di Samosata, Elogio di una mosca.

28. Cfr. Luciano di Samosata, Il precettore dei retori.

29. Cfr. Luciano di Samosata, Lucio o l’asino.

30. Cfr. Luciano di Samosata, Storia vera.

31. Cfr. Luciano di Samosata, Apologia, cit.

32. Cfr. Luciano di Samosata, Il Nigrino, o dei costumi d’un filosofo, op. cit.

33. Cfr. Luciano di Samosata, Il Nigrino, o dei costumi d’un filosofo, op. cit.

34. Cfr. Luciano di Samosata, Alessandro, o il falso profeta.

35. Cfr. Luciano di Samosata, Della morte di Peregrino.

36. Cfr. Luciano di Samosata, Nigrino, o dei costumi di un filosofo.

37. Cfr. Luciano di Samosata, Vita di Demonatte.

38. Ecco perché nel Sogno non è fatta menzione di tali episodi. Cfr. supra, “nota 16”.

39. Vedi epigrafe.


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