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Il sole stava tramontando all'orizzonte, lentamente annegava nel mare davanti a Roma, la città eterna.
Era il primo Marzo 2012, Michail Sergeevic Corbacëv guardava quello spettacolare tramonto dall'ultimo piano della sede dell'Unione, l'enorme e avveniristico palazzo di vetro che dominava l'immensa capitale.
Il giorno seguente, il giorno del suo ottantunesimo compleanno, avrebbe ufficialmente iniziato il suo secondo mandato come Presidente dell'UEM, Unione dell'Europa e del Mediterraneo, eletto da quasi un miliardo di persone a capo della più potente delle grandi unioni.
Oltre che in Russia e nei paesi satellite era amato sopratutto nei paesi dell'europa continentale ma era stato il più votato anche in Canada.
Non altrettanto si poteva dire per gli elettori dei paesi nord-africani e per tutta la penisola araba, la Turchia, la Siria, medio-oriente in generale.
In tutta quest'area erano i partiti islamici ad ottenere la stragrande maggioranza dei voti, il rischio di uno scollamento tra l'area a sud del mediterraneo e il resto dell'Unione restava uno dei suoi problemi principali; proprio per questo voleva un governo con una forte presenza dei partiti islamici più moderati.
Durante quegli incredibili venti anni passati dalla firma del Patto di Collaborazione, Michail si era sempre sentito guidare dalla mano della Storia come un bambino accompagnato dalla nonna al suo primo giorno di scuola.
Pur essendo ateo si era sempre sentito vicino a chi si definiva religioso, in fondo il materialismo storico a cui si era sempre ispirato non era poi così diverso dall'immaginare un dio che, invece di creare l'universo, si limita ad indicare la giusta direzione alla Storia.
Per questo si sentiva tranquillo, non erano certo singoli insignificanti episodi a poter modificare il futuro, la direzione era tracciata, positiva ed inevitabile, lui non era che uno dei denti di una delle ruote di quell'immenso ingranaggio che inesorabilmente stava scrivendo la Storia dell'Umanità.
Certo in quei vent'anni erano successe grandi cose, molte delle quali sarebbe stato meglio evitare.
Si rendeva conto però che questo non sarebbe stato realmente possibile e comunque non ne sarebbero risultate grandi differenze reali: la Storia è inevitabile.
I grandi processi sociali possono essere incanalati e arginati ma prima o poi i mutamenti devono avvenire.
Il suo nuovo mandato iniziava con qualche nube all'orizzonte, le grandi unioni formalmente erano in pace, solo pochi focolai di guerra restavano in Africa; c'era tensione lungo tutti i confini americani, c'erano le rivalità interne tra le tre principali potenze nell'Unione Asiatica.
Ma questa pace era, come sempre la pace, un equilibrio, che poteva funzionare solo dando il proprio contributo al processo di gestione degli eventi.
Aveva grandi idee Michail per il suo secondo mandato, per conservare la pace e la prosperità così faticosamente conquistate.
E' un vero peccato che sia morto appena 15 giorni più tardi, il 15 di Marzo del 2012.
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Vladimir si ricordava esattamente il giorno in cui aveva deciso di uccidere Corbacëv, era l'11 Settembre del 2001, se lo ricordava molto bene perché quel giorno la sua vita era diventata impossibile da vivere.
Per continuare a vivere, nella sua testa, si era fatta strada l'idea che doveva contare ancora qualcosa, poteva fare un'ultimo gesto importante che avrebbe cambiato per sempre il corso degli eventi.
Quello che si mise in testa di fare era uccidere Corbacëv.
Vladimir era stato espulso dalla Russia nel 1991, insieme ai molti importanti esponenti del KGB. Qualcuno doveva pagare per il tentato putsch e lui fu uno di quelli che pagarono.
All'epoca aveva meno di quarant'anni e pensava di potersi ricostruire una vita altrove, era incazzato, frustrato, ma si sentiva solo un soldato che aveva perso una battaglia, non la guerra.
Negli Stati Uniti lui e molti altri furono accolti a braccia aperte e in fondo lui si sentiva sicuramente più a casa in quella finta democrazia che in quella farsa populista che stava diventando la sua Russia.
Dieci anni dopo, l'undici settembre del 2001, aveva cinquant'anni e tutto il mondo gli stava crollando addosso.
La seconda guerra civile americana era finita quel giorno, più di cinquanta milioni di americani erano morti, il trenta per cento del territorio degli ex-Stati Uniti era inabitabile per la radioattività e la firma del Patto di Intervento sanciva il protettorato dell'Unione del Sud America sulla parte meridionale degli Stati Uniti, dell'Unione dell'Europa e del Mediterraneo sulla parte nord, definendo in pratica l'annessione degli stati del nord degli Stati Uniti al Canada; la costa ovest e parte degli stati centrali erano finiti sotto il protettorato dell'Alleanza Asiatica.
Il Patto di Intervento, che metteva fine alla guerra civile, definiva dei confini ben precisi.
La sua fattoria si trovava in New Mexico e quindi sotto la tutela delle truppe messicane nell'area di protettorato dell'Unione del Sud America.
Il suo odio divenne puro e si concentrò su quell'uomo che riconosceva ormai come la causa di tutti i suoi mali, anzi, di tutti i mali del mondo.
Così quel giorno decise che, anche se avesse dovuto dedicare tutta la vita a quell'impresa, Michail Sergeevic Corbacëv doveva morire.
Non era un'impresa facile per un ex-KGB, espulso dalla Russia, alla guida di una fazione filonazista che combatteva i latinos in un territorio finito sotto il protettorato messicano, reduce da una guerra civile che, come tutte le guerre civili e insieme a tutti gli americani, aveva perso.
A lui però le imprese impossibili mettevano in circolo il sangue e quello per lui era indispensabile in quel momento: rimettere il sangue immediatamente in circolo.
Quella determinazione, presa più per spirito di conservazione che altro, divenne col tempo una vera ossessione, un'ossessione che durò dieci anni.
Una missione che Vladimir, da vero soldato, portò alla fine a compimento, com’era ovvio per uno che era stato addestrato nel KGB e non dalle suore di carità.
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La situazione dei paesi del blocco sovietico in quel 1989 era complicata, preoccupante e difficile da gestire. Michail aveva avviato nel suo paese, la Russia, una rivoluzione interna di portata storica, l’aveva inziata perché la sentiva come inevitabile e, doveva ammetterlo, faticava a governare gli impetuosi cambiamenti a cui proprio lui aveva dato la stura.